Gaetano Immè

Gaetano Immè

lunedì 26 maggio 2014

---------------------------------------------TRATTATIVA STATO – MAFIA------------------------------------- ----------------------------------------------- NONA PARTE----------------------------------------------- 6e. Come la mettiamo con il “ concorso criminoso” dei non mafiosi? Stabilisce la giurisprudenza preminente che per integrare il reato del “ concorso” ( di qualcuno nella commissione di uno specifico reato, nel nostro caso in quello p. e p. dall’articolo 338 del c.p.) in capo ad un soggetto, occorre verificare e provare che sussistano due condizioni essenziali: 1.la coscienza e la volontà, nel soggetto inquisito, di realizzare uno specifico reato ( nel caso quello di cui all’art.338 c.p.); 2. la volontà del soggetto inquisito di realizzare quello specifico reato in concorso con altri. Si tratta di quello che i giuristi chiamano “ il dolo di concorso” . Se ora lo applichiamo all’impalcatura accusatoria di “ quella Procura” nei confronti dei soggetti “non mafiosi” coinvolti, ci rendiamo subito conto come le cose non quadrino affatto sotto uno strettissimo profilo giudiziario perché il concorso criminoso – secondo l’impostazione della “Memoria” – non riguarda un solo e ben specifico reato, ma tutta una serie di “ presunti reati” ( tanto per riassumere brevemente: l’omicidio Lima, il tentativo di acquisire come informatore Vito Ciancimino; aver concorso nella minaccia al governo; aver ricevuto il “papello”, ecc.) commessi per di più in luoghi e tempi diversi, con una serie numerosa di soggetti interessati. Allora la domanda che bisogna porsi e che la Procura dovrebbe comprovare è la seguente: siamo certi che in tutti i soggetti intervenuti nella trattativa , anche nelle sue diverse fasi, anche nei suoi diversi reati – dall’omicidio al papello – sia stata costantemente presente una vera convergenza di intenti nel finalizzare ogni azione violenta al fine di costringere il Governo a cedere alle richieste della mafia? Come si capisce dalle condizioni richieste dalla legge per certificare l’esistenza, in capo ad ogni soggetto inquisito, il “ dolo di concorso” non è legittimo riferirsi ad un “ evento generico” non previsto come uno specifico reato penale, come sarebbe se , come fa la Procura, si volesse riferirsi più ad un contenitore etico ( la trattativa) che ad un reato specifico non costituendo, appunto, la trattativa un reato. La prova dunque del “ dolo di concorso” richiede che ogni azione minacciatoria o violenta , susseguitasi nel tempo e nello spazio, sia il frutto della volontà di ciascun indagato non mafioso. Che “ quella Procura”, sotto questo profilo giudiziario, sia in estremo affanno lo dimostra anche il suo tentativo di glissare, di evitare questa essenziale verifica ( del dolo di concorso ) ricorrendo ad un artifizio gracile. Si da per scontato ( quando non lo è affatto per tutte le ragioni e motivazioni che ho espresso nei punti precedenti ) che i molteplici atti violenti realizzati nel biennio della strategia criminale ( dal delitto Lima ai delitti Falcone e Borsellino, ecc.) abbiano rappresentato implicite minacce al Governo e poi facendo, la Procura, ricorso all’articolo 81 del c.p. per “ipotizzare” ( testuale , dalla “ Memoria”) l’unicità e la continuazione dei reati tutti riconducibili ad un unico disegno criminoso. Dunque, intanto devo rilevare che “quella Procura” “ipotizza” , ma non dimostra nulla. Personalmente ho fondati dubbi persino sulla configurabilità , per tutti gli atti della trattativa, della configurabilità del “medesimo disegno criminoso” in quanto una cospicua dottrina e giurisprudenza pretende che “ l’unicità “ si debba riconoscere solo se l’intero disegno criminoso emerge inconfutabilmente entro la commissione del primo dei reati penali da unificare ( ai sensi dell’articolo 81 c.p.) . Che sarebbe l’omicidio di Salvo Lima nel marzo del 1992. Inoltre, per gli imputati “ non mafiosi” non è sostenibile l’esistenza del “ dolo di concorso”, per i motivi prima elencati, invocando la semplice condivisione della trattativa. Occorre provare che nei singoli personaggi “ non mafiosi” coinvolti in questo processo da ! quella Procura” fosse provata per ogni singolo atto criminoso la volontà di supportare la mafia per quel fine criminoso. 6f. Alcuni miei dubbi suscitano notevoli perplessità su “ quella Procura”. Studiando e rileggendo varie volte quella “Memoria”ho avuto sempre di più la sensazione che “ quella Procura” dia per scontato , quasi come “ fatto incontrovertibile”, che i personaggi “ non mafiosi” coinvolti nell’indagine agissero da intermediari fra Stato e mafia con una specifica consapevolezza per ciascun atto del complessivo progetto criminoso, al fine di rafforzare nella Mafia la propensione alla realizzazione del suo disegno criminale come strumento per costringere poi lo Stato alla trattativa ed alle concessioni ai mafiosi. Resto basito da questa vera e propria “ pregiudiziale” tanto più arrogante quanto mai comprovata da documenti, testimonianze ed indizi certi,precisi e concordanti indicati nella “Memoria” e mi pongo una prima domanda: e allora, come mai lo stesso Tribunale di Palermo ha mandato assolto pienamente, già due volte, il Generale Mario Mori, per i medesimi reati poi addebitatigli nella “Memoria”? Ricapitolo passo dopo passo, per meglio rendere le idee. Il Generale Mori fu accusato di favoreggiamento aggravato alla mafia , insieme al Capitano De Caprio, perché quando fu catturato Totò Riina (15 gennaio 1993) non fu immediatamente perquisita la base mafiosa di Via Bernini dove si nascondeva il Riina. Orbene rammento che con sentenza della Terza Sezione Penale del Tribunale di Palermo del 20 febbraio 2006 , Mori e De Caprio furono assolti con formula piena da quel reato di favoreggiamento e che , per di più, quella stessa Procura di Palermo rinunciò a ricorrere in appello contro la sentenza assolutoria così riconoscendo ogni ragione al generale Mori ed al Capitano De Caprio. Ma se, come sostiene la “ Memoria” di “ quella Procura, questo “ favoreggiamento” era uno dei tanti e successivi atti criminosi che, unificati dal vincolo della continuità dell’articolo 81 del c.p., hanno realizzato il reato di cui all’art. 338 del c.p., una volta che Mori e De Donno sono stati assolti, non crolla giù tutta l’impalcatura assemblata da “ quella Procura”? Il Generale Mori fu poi anche accusato , dal colonnello Michele Riccio (poi querelato dai suoi accusati), insieme al Colonnello Mauro Obinu, di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano, impedendone la cattura nel 1995 mentre si trovava in un casolare di Mezzojuso, a Palermo. Il 17 luglio 2013 la IV Sezione Penale del Tribunale di Palermo ha assolto con formula piena Mori e Obinu dall'accusa (di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano) ed ha ravvisato, a carico dei due principali testi dell'accusa, Massimo Ciancimino e Michele Riccio, ai sensi dell'art. 207 del Codice di Procedura Penale, indizi del reato di falsa testimonianza. Ma anche questa accusa a Mori ed Obinu è uno dei singoli episodi criminosi invocati da “ quella Procura” di Palermo come tassello del disegno criminoso che la stessa Procura ora riconduce all’articolo 338 del c.p..Ma allora , l’assoluzione di Mori ed Obinu non fa crollare anch’essa tutta quella impalcatura accusatoria? Alla luce di queste semplici constatazioni, mi rileggo ancora la “ Memoria” e , mentre prima rimanevo “ basito” dallo spregiudicato uso del “ pregiudizio” indimostrato dalla Procura di Palermo spacciato come verità assiomatica ( una specie di dogma ), dopo queste semplici pregresse constatazioni, pur avendo considerato come sia stentatamente ammissibile sostenere tutta l’accusa come formulata se vengono a mancare due tasselli quali sono quelli rappresentati dalle due assoluzioni del Generale Mario Mori, mi balena un’idea che tramuta il mio stato d’animo da “ basito” e “ stupito” ( da quel pregiudizio) a “ incredulo” . Ma se “ questa Procura” insiste nell’affermare di poter provare la sussistenza, in capo ad ognuno degli imputati “ non mafiosi”, del “ dolo di concorso” in relazione ad ogni specifico atto criminoso il cui insieme costituisce il disegno criminoso nel suo complesso, come mai, mi chiedo addirittura esterrefatto, allora per questi soggetti ( e li indico: Mori, De Donno, Subranni, Mannino, Dell’Utri ) invece che ricorrere ad un riduttivo articolo 338 del c.p. “ questa Procura” non li ha incriminati per reati ben più pesanti come quello di “ concorso ( morale,istigazione al) nelle singole azioni stragistiche”? Concorso nell’omicidio di Salvo Lima concorso nell’omicidio di Giovanni Falcone, concorso nell’omicidio di Paolo Borsellino, concorso per le bombe di Via Fauro a Roma , ecc? Già, perché? Proverò a dare una risposta a questa e ad altre domande nelle puntate successive, ripartendo dalla parte che ho dedicato ai “ sistemi criminali e Forza Italia”. Fine delle nona parte

domenica 25 maggio 2014

TRATTATIVA STATO - MAFIA - OTTAVA PARTE 6. Lo strano ricorso all’articolo 338 del c.p. 6a L’omicidio di Salvo Lima “ Quella Procura e quei Magistrati” hanno deciso di invocare l’articolo 338 del codice penale, che recita” chiunque usa violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario ,,,,,,per impedirne , in tutto o in parte, anche temporaneamente, o per turbarne comunque l’attività, è punito con la reclusione da uno a sette anni”. E in quale modo, un reato di questo genere, sarebbe stato commesso in occasione della trattativa? La rilettura della “ Memoria” depositata dalla pubblica accusa il 5 novembre 2012 è illuminante a tale proposito. Significativo è il fatto che “ quella Procura” prima di svelare che quell’addebito penale ha per oggetto “ precise e specifiche condotte di reato realizzate nell’ambito della trattativa” ( testuale dalla memoria dell’accusa) dei soggetti incriminati, si lascia precedere da una preliminare puntualizzazione che pare, ad un primo impatto, quanto meno “inutile”, quando l’accusa scrive :” il presente procedimento non ha per oggetto in senso stretto la trattativa. Nessuno è imputato per il solo fatto di aver trattato…….”. Se anche i neonati sanno bene che non esiste un reato di trattativa, se dunque in punto di diritto quella premessa diventa inutile e superflua, per quale motivo “ quei Magistrati” hanno ritenuto di doverla comunque scrivere e scrivere “ prima” di esplicitare il reato al quale si sarebbero appellati? Lo scopo è evidente e capirlo fa sorridere per un poco di compassione nei confronti di “ quei magistrati”, compassione che comunque lascia immediatamente il campo ad una durissima riprovazione non solo etica ma anche professionale . E’ veramente infantile e riprovevole come “ quei Magistrati” sentano l’urgenza e la necessità di inserire nella memoria una argomentazione tanto estranea ed in conferente al reato successivamente esplicitato, al solo fine di indurre in equivoco tanta gente comune e dunque cercare consenso laddove dovrebbe invece regnare la logica giudiziaria. Dico francamente: una miseria morale. E quali sarebbero, vengo al punto, “ queste condotte”? “Quei Magistrati” scrivono nella loro “Memoria” che quelle condotte sono “quelle condotte”, violente, stragiste che , realizzate in tempi diversi, hanno determinato gli eventi omicidiari e stragistici del terribile biennio 92/93. Condotte lette come segmenti diversi di un identico disegno criminale, condiviso da tutti i concorrenti, le quali, oltre a risultare punibili a titolo di omicidio o strage , si presterebbero, secondo “ quei Magistrati “, ad integrare anche il reato previsto e punto dall’articolo 338 c.p. perché rappresenterebbero minacce finalizzate ad imporre al governo italiano l’accettazione di una trattativa . E, per la pubblica accusa, l’inizio di questa strategia criminale , sarebbe l’omicidio di Salvo Lima, del marzo del ’92. Ora, se contestualizziamo l’omicidio di Salvo Lima, l’uomo di Andreotti in Sicilia e dunque presumibilmente ( ma con la persuasività che la storia e gli eventi dei quaranta anni precedenti elargivano a piene mani) anche la persona di riferimento che avrebbe dovuto garantire “ gli aggiustamenti “ dei processi ai mafiosi perché proseguisse la intoccabile “ impunità mafiosa” che la Magistratura – oltre la politica – aveva assicurato e garantito alla mafia dal 1945 in poi, se teniamo conto che Lima venne freddato nel marzo del 92 a pochi mesi di distanza dal verdetto definitivo della Cassazione che confermava le esemplari pene e condanne ottenute, per la prima volta nella storia, da Falcone e da Borsellino contro i mafiosi ( la sentenza definitiva in quel maxi processo è del 30 gennaio del 1992 e dunque appena un mese e mezzo prima dell’omicidio di Salvo Lima), se teniamo presenti gli omicidi successivi, riesce praticamente impossibile , illogico e inusuale dare all’episodio omicidiario una valenza di fatto prodromico di una strategia del terrore futura tendente a piegare lo Stato mediante la prospettazione di futuri omicidi di altri politici , come si ostina a fare “ quella Procura”. Perché è la logica mafiosa a scolpire sulla tomba di Salvo Lima: ucciso perché non ha saputo più garantirci l’impunità. Firmato: la mafia. 6b. Il “papello” Secondo l’impostazione accusatoria di “ quella Procura”, un altro momento , qualificato di “ minaccia espressa” ( usato in senso contrappositivo alla “ minaccia implicita” che sarebbe rappresentata dal delitto Lima ) al Governo italiano, sarebbe rappresentato dalla predisposizione e dalla consegna del così detto “papello”. Un foglio che conterrebbe le richieste dei “ benefits” che il Governo italiano avrebbe dovuto concedere alla mafia in cambio della sospensione degli attacchi stragistici. Leggo, da quanto esprime la pubblica accusa nella “Memoria”, che più che la sua materiale estensione, sarebbe proprio l’atto “ dell’inoltro del papello” a rappresentare ( testuale, dalla “ Memoria”) “ un ulteriore momento esecutivo della condotta tipica” ( prevista e punita dall’articolo 338 del c.p., n.d.r.). C’è una evidente illogicità in tutto questo, che mi lascia stupefatto e che cerco di mettere in evidenza. Se sappiamo – e più volte lo affermano gli stessi magistrati palermitani – che una trattativa è priva di qualsiasi rilievo penale; se una “trattativa” presuppone uno scambio di comunicazione fra le due parti ( che sia mirato ad appurare le rispettive condizioni della stipulando intesa) , qualcuno può spiegarmi come sia possibile che il solo “ inoltro del papello” possa costituire, di per sé stesso, una “ minaccia penalmente rilevante”? 6c. Avevano quelle minacce la valenza di incidere sul funzionamento del Governo? Leggo nella “memoria” dei magistrati palermitani che, pur essendo “ direttamente” destinate specificamente ad Andreotti ed a Mannino , e cioè, il Presidente del Consiglio ed il Ministro per gli interventi nel Mezzogiorno nonché, il Calogero Mannino, anche successiva vittima ormai designata della mafia , “il Governo” , quale “ organo collegiale”, assumerebbe la funzione di “ destinatario indiretto” di quelle minacce. Che la disposizione dell’articolo 338 del c.p. si applichi anche se vengono minacciati alcuni dei plurimi componenti di un organo collegiale era pacifico, la sua esplicita esposizione pare pletorica e pleonastica. Ma esiste altra “ conditio sine qua non” che occorre verificare perché eventuali minacce a singoli componenti di un organo collegiale integrino la fattispecie criminosa disegnata dal legislatore nell’articolo 338 del c.p. e cioè se la violenza o la minaccia abbiano avuto la capacità di incidere sul funzionamento dell’organo collegiale. In altre e più semplici parole: esiste la prova inequivocabile che la mafia volesse minacciare “ l’organo collegiale del Governo”? Nella “ memoria” della pubblica accusa non ve ne è traccia. E se anche – soprassedendo alle criticità della “posizione giudiziaria” di Calogero Mannino che recita “ due parti in commedia” nella miglior tradizione pirandelliana ( e cioè Mannino sarebbe sia “ vittima” delle minacce mafiose rilevanti ex articolo 338 c.p. nonché “ concorrente” ( ex articolo 110 e segg. c.p.) nel reato di “minaccia o violenza al governo”) – seguissi la pubblica accusa, che delinea , sul punto, la “punibilità a titolo di concorrente ” analogamente a colui che concorre in una estorsione (chi trasmette alla vittima le richieste dell’estorsore concorre nel reato di estorsione ) e dunque ammettere l’equivalenza criminale con colui che abbia trasmesso al Governo le richieste minacciose della mafia , dove starebbe la dimostrazione, richiesta ad substantiam, che gli intermediari non mafiosi (Mannino, ecc.) agissero per favorire la mafia e non invece con la volontà di arginare lo stragismo mafioso , così come – vista l’analogia proseguiamo nella stessa – il concorrente esterno dell’estorsore normalmente condivide l’obiettivo criminoso perseguito da costui? 6d. Perché invocare l’articolo 338 c.p. e non il più adatto articolo 289 c.p.? L’articolo 338 c.p. si riferisce “ un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o ad una rappresentanza di esso , o ad una qualsiasi pubblica Autorità costituita in collegio…..”. La “ memoria “ di “ quella Procura” dunque cerca di far rientrare un “organo costituzionale”, come il Governo, quale “ corpo politico” e come tale riportato nel testo dell’articolo 338 c.p. Un tentativo semplicemente assurdo e delirante, visto che lo stesso legislatore ha tenuto a precisare che alla fattispecie degli “ organi costituzionali” è dedicato l’articolo 289 c.p. con la sua particolare disciplina atta, appunto, ad un organo costituzionale, mentre il richiamato articolo 388 del c.p. non può che applicarsi ad organi che non rivestano la qualifica di “ costituzionale”. Stupisco sempre di più e mi chiedo: per quali finora misteriose ( ma non tanto) ragioni “quella Procura”commette e persiste in un simile macroscopico errore giudiziario nel pretendere di trattare un governo della repubblica come un consiglio comunale? Fine dell’ottava parte

sabato 24 maggio 2014

TRATTATIVA STATO - MAFIA SETTIMA PARTE Proverò a dare quelle risposte prima invocate. Ora torniamo alla questione. Davanti a quello sfacelo, con le forze dell’ordine sul punto di sfaldarsi anch’esse, i Carabinieri del Ros trovarono la forza di reagire, in nome di quei cadaveri, di Dalla Chiesa, di Falcone, di Borsellino, delle scorte, ebbero uno scatto di dignità: reagire alla violenza stragista mafiosa come non mai, per far vedere che l’Italia era viva, bisognava reagire per sopravvivere. Fu in questo clima da guerra calda che ,come testimonia il Generale Mori, i Ros , nella loro solitudine palermitana, decisero di cercare fonti informative più qualificate e rapide – che non i soliti infiltrati – che fornissero informazioni importanti. “Fu così – scrive Mori – che cercammo un contatto con Vito Ciancimino . Mi avvalsi delle mie facoltà di ufficiale di polizia giudiziaria e così decisi di non comunicare alla Procura di Palermo ( a “ quella Procura” n.d.r.) che stavamo tentando di acquisire Vito Ciancimino come fonte. Ero convinto che non tutti i pubblici Ministeri di Palermo fossero decisi a combattere Cosa Nostra. O, almeno, che non tutti fossero decisi ad affondare il bisturi nel bubbone, il rapporto tra la mafia ed il mondo politico ed economico. Per questo motivo non lo feci. Ed anzi, creai una unità da impegnare esclusivamente nella ricerca e nella cattura dei boss mafiosi. Prima di tutti il capo dei capi. Totò Riina.” Era Luglio 1992. Ma senza l’intromissione di “ quella Procura”, guarda caso, il 15 gennaio del 1993 viene assestato un colpo mortale alla mafia :l’arresto di Totò Riina , da parte proprio dei Ros. Non sarebbe forse un’iniziativa meritevole di encomio questa reazione dei Ros davanti a quella situazione di sfacelo e di immobilismo delle forze dell’Ordine e della Procura ? E poi bisogna anche puntualizzare che la decisione dei Ros fu certamente quella “ di non comunicare nulla di quella iniziativa” , ma a “ quella Procura”, visti i sabotaggi già subìti da “ quella Procura” , ma non certo di nascondere alcunché. Perché da un lato il Generale Mori incaricò il capitano Ultimo ( De Caprio) di tenere i rapporti con i Magistrati e dall’altro tennero informati degli sviluppi anche altre fonti istituzionali della Magistratura, come la Dottoressa Liliana Ferraro, che era subentrata a Falcone nella Direzione affari penali del Ministero. E non smentiscono forse , questi contatti informativi dei Ros con la Magistratura, clamorosamente anche l’assunto accusatorio di un negoziato finalizzato a scopi scellerati e criminali come quello di soddisfare la mafia? Quando si è mai assistito al compimento di un atto delittuoso di tale portata che viene, però, portato a conoscenza della Magistratura? 4. Se la tesi della pubblica accusa fosse vera…. Quali conseguenze giuridiche deriverebbero se la tesi dell’accusa fosse valida e cioè se il Generale Mori ed i Ros fossero stati dei veri e propri intermediari di una vera e propria trattativa con la mafia? Non dobbiamo dimenticare che secondo la suggestiva impalcatura della pubblica accusa sarebbero intervenuti in questa “ criminale trattativa” ben altri personaggi, forse mediatori, forse con altre figure e comunque non solo Mori, Subranni e De Donno. L’accusa sostiene che fecero parte della “trattativa” a vario titolo ( si, ma quale?) l’ex capo della Polizia, il defunto Vincenzo Parisi, un alto Magistrato, tale Dr Francesco Di Maggio ( vice capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, oggi anch’esso defunto), l’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro ( anch’esso oggi defunto) il quale avrebbe “sospinto” il Presidente del Consiglio Giuliano Amato a sostituire Martelli ( Giustizia) con un più “ malleabile” Conso e Vincenzo Scotti al Ministero degli Interni col più “disponibile” Nicola Mancino, insomma tutta gente che, insieme a Mori, Subranni e De Donno sarebbe stata ben disponibile ad una trattativa con la mafia. E allora si sarebbe davvero trattato di un vero negoziato censurabile da un punto di vista etico – politico ma anche perseguibile dalla Magistratura? Intanto un’osservazione sorge spontanea: ma il fatto che si siano mossi non solo Mori o Subranni o De Donno ma anche tutte quelle istituzioni (Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, Ministri vari, autorità giudiziarie, ecc) , in un quadro temporale che succede agli stragismi siciliani ai danni di Falcone e di Borsellino, ma non conduce direttamene, ogni mente libera da qualsiasi preconcetto e pregiudizio, a vedere in quelle mosse una strategia statale per arginare lo stragismo mafioso ? E la determinazione, che Conso giura ( sua interrogazione alla Commissione antimafia) di aver assunto in “piena solitudine”, di attenuare i rigori, fra l’altro esecrabili ( dal punto di vista dei diritti umani) , del carcere duro del 41-bis ( per circa 200 soggetti ma di secondo e terzo livello, non certo per alcun boss mafioso) non appare più come una misura più diretta ad un immediato fine difensivo che non ad un duraturo nuovo patto criminale con la mafia? 4a La costituzionale “ divisione dei poteri”. L’affermazione è di carattere addirittura elementare: la salvaguardia del bene comune , della sicurezza pubblica, compete senza ombra di dubbio al potere esecutivo ed alle forze dell’ordine senza che sia necessaria una previa autorizzazione o assenso dell’ordine della Magistratura. Un elementare principio costituzione. Ed ancora: può ed in che misura il perseguimento di quell’obiettivo salvifico autorizzare e giustificare deroghe al principio in base al quale in uno Stato di Diritto è imprescindibile il rispetto di ogni legge ( principio della legalità)? Sono domande che riportano alla mente tragedie italiane, come quella di Aldo Moro, con le falangi di “ intransigenti” e quelle dei “ trattativisti”, dal cui scontro derivò, inutile girarci intorno con le discussioni, piaccia o meno, il cadavere trucidato di Aldo Moro e la precipitosa ritirata verso lo stalinismo assai poco onorevole e dignitosa , molto disgustosa,di Enrico Berlinguer e del Pci. In situazioni di cogente pericolo pubblico, lo “ stato di necessità” legittima , secondo anche una prevalente , ma non dominante, dottrina giuridica ( sia detto ad onor del vero) e giustifica eventuali azioni oltre la legge ma ad una sola ed imprescindibile condizione: che tutto sia diretto alla salvaguardia del “ bene di rango prevalente”. Così davanti ad una situazione necessitante di violenza e pericolo per la vita dei cittadini, il suddetto principio impone agli organi preposti all’ordine pubblico di determinare, sotto la loro responsabilità giuridica e politica, i mezzi ritenuti più adeguati al perseguimento del fine . Non può non lasciare stupefatti , sbigottiti, scoraggiati, delusi e desolati il constatare come il “pregiudiziale” approccio ai fatti da parte dei Magistrati di “ quella Procura” abbia loro incredibilmente precluso il dovere deontologico di tenere conto di un principio così elementare e basilare dello stato di diritto qual è quello della divisione dei poteri. Ma questo è il frutto velenoso del pregiudizio politico di “ quella Procura” e di “ quei Magistrati” che , sulla base della loro suggestione ideologica, confondono e mescolano col piano giudiziario un piano etico –politico che nulla ha a che spartire con la giurisdizione. Una collisione o confusione che avviene solo negli stati etici, cioè nelle teocrazie e nei regimi tirannici religiosi. 4b. “Il cedimento, seppur parziale, dello Stato”, evidenziato nella Memoria . Le parole sono pietre e quelle dei magistrati palermitani sono macigni, scagliati per lapidare i creduloni. Quella frase “ il cedimento, seppur parziale, dello Stato” poi, è una catastrofe. Quelle parole vogliono in primo luogo suscitare lo sdegno popolare contro quell’accordo criminale fra una banda di presunti delinquenti con i boss della mafia, accordo criminale che esiste però solo nella suggestione di “ quei magistrati” ; ed, in secondo luogo, per veicolare a proprio favore il livoroso e facile consenso da parte dei più sprovveduti. Dicevano gli anacoreti della Tebaide “ vana vanadici fictio” per stigmatizzare come un bugiardo continui a mentire per strappare consenso, per salvarsi dall’ignominia . Significa parlare al ventre ed alle budella di persone incapaci di ragionar con la propria mente , per incitarle ed indurle ad una eversione che torni favorevole ai mestatori. E quale sarebbe dunque questo così sbandierato e così implementato di oscure trame “ cedimento, seppur parziale, dello Stato”? Non conosco altro se non i circa trecento provvedimenti, assunti dal Ministro Conso, di ammorbidimento dei rigori del 41-bis a favore di circa trecento personaggi mafiosi di secondo e terzo livello, mai dei boss. Non risultano, agli atti, altre concessioni. E dunque, che diavolo sarebbe successo? Tutta questa tragedia, stragi, attentati, cadaveri eccellenti , Italia in pericolo di eversione e poi? Tutto ridotto al modico prezzo di trecento concessioni di revoca del 41 – bis? Cos’è una presa per i fondelli, stiamo su “ scherzi a parte” o “ la montagna ha partorito un topolino”? Per dribblare anche questa ennesima falla, ci voleva qualcosa contro Conso. Il Ministro di Giustizia che ha sempre sostenuto di aver assunto le decisioni sulle revoche del 41 bis in piena autonomia . Si imputa, allora, a Conso, non l’aver assunto quelle decisioni sul 41 bis – avendone legittimamente i poteri per costituzione - ma per altro assunto: quello di aver nascosto , di aver sempre negato la vera genesi di quei provvedimenti. Conso avrebbe deciso quei provvedimenti, ipotizzano i magistrati, perché indotto a farlo ed indotto a tacerne. Lo si “presuppone”, sia chiaro, non lo si prova affatto ma il GIP siciliano Morosini concede lo stesso il via libera al procedimento ; Conso viene così incriminato, ma solo per “ false informazioni al Pubblico Ministero”, non certo per il reato p. e p. dall’art. 338 del c.p. La dipartita di molti degli attori di questa vicenda ( Scalfaro, Parisi, ecc.) non consentirà di ottenere dal dibattimento quelle prove certe, precise e concordanti oltre ogni ragionevole dubbio , che autorizzerebbero a ritenere quanto meno una “ verità processuale”, se non reale, la tesi della pubblica accusa che Conso, cioè, avrebbe mentito sulle origini delle sue concessioni sul 41 – bis. Ma se Conso aveva i poteri per assumere quelle decisioni, se pure le abbia condivise con altri terminali istituzionali ( cito Scalfaro, Parisi, Capriotti, Di Maggio, Mori, alcuni cappellani penitenziari, ecc.) quelle decisioni non perdono certo la loro piena legittimità, anzi da un certo punto di vista , diciamo, “ umanitario” ne acquistano dosi notevoli. Si ritorna al punto di partenza: la supponenza di “ quei magistrati palermitani” è sconvolgente perché pretende di identificare come autorità unica della lotta alla mafia l’autorità giudiziaria, squalificando e bollando aprioristicamente ogni altra pur legittima iniziativa come una indebita , illecita ed inopportuna interferenza. Un vero e puro delirio di inesistente e vanesio “ magistrato centrismo”. 5. Ma la Procura di Palermo è veramente competente per questo processo???? Falcone, Borsellino furono trucidati a Palermo, ma , per effetto di una specifica regola processuale, sulla quale è inutile soffermarmi, per i casi di Falcone e per quello di Borsellino la competenza è ( non “ sarebbe”, “è”) della Procura di Caltanissetta. Altre stragi a Roma, altre a Firenze, altre a Milano. Dunque il Tribunale di Palermo non ha alcuna competenza per procedere al processo. Così, pur di tenersi stretta quella procedura ( e perché mai? Chissà quali saranno i veri motivi di questa strassante strategia di ormai ventennale prepotenza giudiziaria ? ) i Magistrati palermitani hanno dovuto tralasciare di procedere per i reati di “ strage” perché codesti reati determinavano una diversa giurisdizione, appunto. E, per restare “ dominus “ dell’inchiesta, per gestirla a proprio piacimento, per sfruttarne la medianicità e per usufruire del consenso politico che ne sarebbe derivato ( vedi Ingroia, vedi i libri pubblicati da tanti magistrati, da Travaglio, ecc) i Magistrati di “quella Procura” sono ricorsi al “ delitto di minaccia o violenza ad un corpo politico dello Stato “ per tenere uniti, da questo unico addebito penale , boss mafiosi ( Riina, Provenzano, Brusca, ecc), esponenti politici ( Mannino, Dell’Utri), ufficiali dei Carabinieri ( Mori, Subranni, De Donno). Tutti costoro avrebbero concorso a turbare la regolare attività del Governo italiano , con minacce consistite nel prospettare la commissioni di ulteriori omicidi e di ulteriori stragi usati come mezzi di coercizione e di pressione , per indurlo a patteggiare con la mafia. Ma allora se la minaccia era diretta contro il Governo italiano, che ha sede a Roma, non è forse il Tribunale di Roma quello competente ? Sostennero allora “ quei Magistrati” che la prima minaccia mafiosa sarebbe l’uccisione , nel marzo del ’92 a Palermo, di Salvo Lima e che quel giudizio spetta dunque “ per connessione” alla competenza palermitana. Ma poiché quella reclamata “ connessione”( dell’omicidio di Lima con la trattativa stato – mafia” ) è venuta meno a causa dell’avvenuta separazione del procedimento sull’omicidio di Lima da quello sulla trattativa, come fa “ quel Tribunale e quella Procura” a insistere su una competenza sua esclusiva? Fine settima parte

venerdì 23 maggio 2014

INCHIESTA STATO – MAFIA : SESTA PARTE Esaminiamo ora, punto per punto, meticolosamente, tutti i rilievi che la “Memoria” addebita ed imputa al tentativo dei Carabinieri dei Ros, Mori e De Donno, rilievi che, nel loro dipanarsi temporale, costituirebbero la prova del reato loro ascritto. Ma devo premettere, prima di procedere, una premessa indiscutibile : che, trattando di “ mantenere l’ordine pubblico” in un periodo temporale così fosco, minaccioso ed oscuro come quello degli anni 92/93/94 in Italia, deve risultare “cosa del tutto normale” che corpi speciali come i ROS siano impegnati in operazioni investigative e di contrasto alla criminalità classificabili come “ borderline”, ovverosia collocabili nella famosa “ zona grigia” delle forze dell’ordine e della Polizia giudiziaria. 1. QUESTE INIZIATIVE DEI ROS DEVONO ESSERE PREVIAMENTE AUTORIZZATE DALL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA? Tralasciamo momentaneamente quanto afferma la Procura di Palermo nella “Memoria” su questo specifico punto e esaminiamolo autonomamente. Basta esaminare l’articolo 55 del Codice di Procedura Penale per affermare che , nel nostro ordinamento giuridico, è consentito alle forze dell’ordine , agli organi di polizia, di assumere e svolgere, di propria ed assoluta iniziativa, tutte quelle attività di natura “preventiva” mirate ad accertare notizie di reati , a contrastarne la successiva commissione nonché ad evitare che vengano reiterati reati già commessi. Inoltre l’articolo 203 dello stesso codice autorizza le forze dell’ordine a mantenere “ segreti” gli informatori dai quali assumere informazioni utili al contrasto dei reati stessi. Nessun dubbio, quindi, che i ROS e dunque Mori e De Donno avessero gli autonomi poteri per assumere quella iniziativa . 2. DOVEVANO I ROS RIFERIRE AL P.M. LE NOTIZIE RACCOLTE ED ENTRO QUALE TERIMNE? A questa “ autonomia” delle forze dell’ordine fa riscontro, ovviamente, né può essere altrimenti, l’obbligo che le stesse forze hanno di dover riferire all’autorità Giudiziaria e per essa al P.M. le notizie e gli elementi dei quali sono venuti a conoscenza. Sotto questo punto di vista , i ROS, Mori e De Donno, Bene, Mori e De Donno , i ROS nel loro insieme, hanno deliberatamente deciso di non adempiere a tale loro obbligo MA SOLO nei confronti di “ quella Procura di Palermo “. La Procura di Palermo, una Procura o il Porto delle Nebbie? Spiego meglio l’assunto: Mori, De Caprio, De Donno, Lombardi, ecc. decisero di non riferire gli eventi alla Procura di Palermo quando questa era diretta da Giammanco. Ingroia era giunto a quella Procura nello stesso 1992, Giammanco passava come “ uomo della Dc andreottiana”, il Tribunale di Palermo era il “ porto delle nebbie” dove tutti i magistrati, Giammanco in primis, si erano schierati contro “ Falcone e Borsellino”. 1. L’inchiesta sul dossier dei ROS “ Mafia e appalti”. i quali, da soli, supportavano l’inchiesta giudiziaria sul dossier dei ROS “ mafia e appalti”. I Carabinieri ed i ROS non furono mai accolti con simpatia da quella Procura, ma sempre con estrema diffidenza. Narrano i racconti che molti Magistrati di quella Procura non appena vedevano le figure di Mori o di altri carabinieri stagliarsi sull’ingresso, si precipitavano a rigirare le carte sul tavolo, per nascondere chissà cosa e perché. Nei resoconti di Mori, di Falcone e di Borsellino si rinvengono invece i forti motivi di empatia fra i tre servitori dello Stato, il cui accordo era pressoché completo. Solo Falcone Borsellino pressavano la Procura di Palermo sollecitando varie incriminazioni per l’inchiesta su “ mafia e appalti”, mentre, da Giammanco fino all’ultimo Procuratore quell’inchiesta veniva affossata. L ’inchiesta fu aperta nel 1991 ed in quel dossier vi erano nomi e cognomi, mafiosi, politici , imprenditori, società, net work del potere economico – politico della mafia siciliana . Tutta la Procura si schierò “ contro” quell’inchiesta, a favore solo Falcone e Borsellino. Per quale motivo? Eppure seguendo quel dossier dei carabinieri si sarebbero potuti inchiodare tanti responsabili dell’intreccio mafia – politica – potere economico sia della Sicilia che anche di Roma. Perché “ quella Procura di Palermo” ostacolò quell’ inchiesta mentre essa era caldamente e vigorosamente supportata da Falcone da Borsellino? Su questo argomento rammento un particolare semplicemente raccapricciante. La Procura di Palermo, non ostante le insistenze appunto di Falcone e di Borsellino, si limitò ad emettere cinque inchieste su pesci piccoli della mafia, tralasciando pesci più grandi. E non solo. Ma redigendo i cinque “ rinvii a giudizio” invece che limitarsi – come sempre viene fatto nei Tribunali – ad indicare gli stralci del dossier che interessavano solo la persona incriminata, allegarono l’intero dossier. Così tutti, sopra tutto i pesci grandi, seppero dove i Ros erano arrivati e cosa avevano scoperto. Insomma quell’inchiesta fu bruciata, svuotata, abbattuta dalla stessa Procura. E non solo. Ma sempre quel Tribunale e quella Procura di Palermo ebbe l’improntitudine di richiederne al Gip l’archiviazione solo dopo tre giorni dalla morte di Borsellino . E non basta ancora, perché il Tribunale di Palermo si superò: la sentenza del Gip che accettava l’archiviazione do quell’inchiesta venne assunta niente di meno che il 15 agosto del 1992. A Ferragosto. 2. Fascicolo su “ appalti a Marsala” di Paolo Borsellino Un episodio sconosciuto a molte persone , un’ulteriore riprova sia dell’animosità di “ quella Procura di Palermo” nei riguardi di Falcone e di Borsellino, sia nella inquietante – a dir poco – riluttanza di “ quella Procura” ad affrontare inchieste sulla mafia e sui suoi intrecci politici ed economici , accadde quando, prima che venisse trucidato, Borsellino trasmise a “ quella Procura” gli atti di una sua inchiesta su alcuni appalti a Marsala. Anche quell’inchiesta ricalcava lo schema del dossier dei Ros, “mafia e appalti”, metteva il dito sugli intrecci nascosti fra mafia, politica ed economia , ne svelava gli intrecci criminali, gli accordi indecenti. Tuttavia anche quell’inchiesta venne respinta da “ quella Procura” , non era di interesse, rispose “ quella Procura” a Paolo Borsellino. Il quale fu trucidato quindici giorni dopo. Non mi risulta che alcuna Procura d’Italia o che qualche giornalista o che qualche mezzobusto televisivo abbia mai speso una parola su questi fatti che considerare da verificare e sui quali indagare mi parrebbe doveroso. 3. Erano appena morti Falcone e Borsellino Trucidato Falcone a Capaci - e con lui la moglie e gli uomini di scorta - trucidato Paolo Borsellino - due mesi dopo Falcone - , ogni attività investigativa praticamente ferma e paralizzata a Palermo, lo Stato pareva essersi frantumato davanti a quegli scempi, ormai insabbiata da “ quella Procura” l’inchiesta su “ mafia e appalti” quel dossier dei Ros e quella istruita da Borsellino su “ appalti a Marsala”; come ci racconta la storia Antonio Caponnetto,il Giudice Istruttore di quella Procura, in quei momenti tragici mormorava distrutto “E’ finito tutto! E’ finito tutto!” Cinicamente, ma “ quella Procura” aveva vinto su Falcone, su Borsellino, sui Ros e , insieme a quella Procura, anche la mafia aveva vinto con i suoi intrecci politici ed economici salvati dalla delazione astuta che Giammanco ed i suoi amici Magistrati avevano escogitato. Perché le indagini sul dossier dei Ros fu sabotato da “ quelle Procura” fino al punto da cancellarlo del tutto appena tre giorni dopo l’uccisione di Borsellino? Perché “ quella Procura” sabotò anche, dopo la morte di Falcone, l’inchiesta di Paolo Borsellino su “ appalti a Marsala”? Perché “ quella Procura” ha scritto su quelle due inchieste “ non interessante” se Ros e Borsellino sono sinonimo di legalità, di trasparenza, di contrasto alla mafia come null’altro in Italia? E come mai nessun Magistrato, nessun organismo come il Csm, nessun giornalista, nessun conduttore di talk show, nessun comico, nessun ballerino, come mai nessuno – se non pochi ed oscuri – ha provato ad indagare su quelle scelte di “ quella Procura” quando proprio “ quella Procura” era così tormentata dalle diatribe interne, Giammanco che era “ l’uomo della Dc”, con Ingroia ed altri che lo avversavano e con tutti questi che avevano prima isolato, poi irretito , poi dileggiato ed infine anche pubblicamente condannato ( Leoluca Orlando, Santoro, ecc) Falcone ? E con Falcone anche Borsellino che di Falcone condivideva inchieste ? Fine della sesta parte

mercoledì 21 maggio 2014

----------------I GRILLINI SOLO UTILI IDIOTI AL SERVIZIO DEL POST COMUNISMO-------------------------- Nel periodo della Prima Repubblica , gli equilibri geopolitici della guerra fredda avevano imposto, all’interno dell’Italia, equilibri interni ad essa conseguenti , i cui patti e condizioni erano noti a tutti, nessuno escluso. L’avvio di una nazione distrutta, misera e stracciona, sopra tutto popolata di analfabeti verso una democrazia parlamentare pareva un miracolo , dopo la tragedia e gli olocausti della seconda guerra mondiale. Ma siccome l’Italia fu liberata dal nazifascismo dalle truppe alleate, il nostro Paese fu praticamente “ colonizzato”. Sia dagli angloamericani, che sostenevano la Dc di De Gasperi anche economicamente, sia dal ricco regime comunista staliniano che sosteneva politicamente e finanziariamente il Pci . Nacquero i due blocchi: quello del Patto atlantico e quello del Patto di Varsavia. Fu la Chiesa, il Vaticano, ad indirizzare il nostro destino, perché sostenendo con i suoi voti quella Dc seminò il terrore della instaurazione di un regime ottusamente clericale, simil fascista dunque, contro il quale ebbe gioco facile il Pci ad arruolare al suo fianco intellettuali, attori, registi, scrittori, attratti sia dall’abbondanza di mezzi finanziari di cui il Pci disponeva sia dalla sbandierata “ lotta per la libertà” , quel cinico specchietto per le allodole usato ed abusato dal comunismo italiano per ingannare i creduloni. Fu così che la Dc lasciò colpevolmente e sciaguratamente nella mani del Pci fette di potere ( Scuola e poi Università, Magistratura, case editrici, cinema, teatro, giornalismo, arti, ecc.) enormi . E fu così che il Pci impose all’Italia, consenziente la Dc per quieto vivere, la propria egemonia nella cultura. Nel senso di egemonia assoluta nel “modellare” la cultura a proprio tornaconto immediato e beneficio futuro. Così al Nord ovest ed al centro tosco – umbro - emiliano dominati dal Pci e dal resistenzialismo rosso, faceva da contrappeso un Sud, Sicilia in particolare, che lasciava mano libera alla Dc. Entrambi questi “ blocchi” italiani poi governavano e controllavano i rispettivi territori. E nel suo territorio, la Dc trovò mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona, ecc. Questa mala pianta fu concimata dal sempre più progressivo incremento del potere politico locale ( Regioni, Province e Comuni ed altro), voluto dal Pci ed accettato e concesso dalla Dc , che trasformò di fatto mafia, camorra e ndrangheta in potere politico locale con il quale convivere e scendere a patti ( si vis pacem, para bellum) mentre il Pci costruiva la sua ragnatela di dominio locale assoluto e totale ( in Piemonte, in Liguria, in Emilia Romagna, in Toscana, in Umbria, ecc.), una fittissima e capillare rete di scambio fra “elargizione di lavoro e ricchezza” dietro “ consenso e voto politico”. Così, quando negli anni novanta del secolo scorso il Pci smarrì ogni punto di riferimento estero ( crollo del Muro) ed interno ( fine del supporto politico e finanziario al regime comunista) , quando era davanti al suo fallimento planetario, si ritrovò in casa i suoi “ due tesori” da sfruttare. 1. Un popolo allevato come i polli in batteria, nelle scuole ed università di stato, dove si era spacciata la “cultura fabbricata dallo Stato”, cioè di regime, aduso ad “ aderire” ( agli appelli, agli scioperi, alle manifestazioni, ecc.) piuttosto che a “ capire” e dunque facilmente influenzabile e trascinabile se solleticato nei suoi istinti primitivi. Una Magistratura politicizzata , addirittura un “ordine” dello Stato. 2. Un apparentemente inspiegabile quanto improvviso risveglio della Magistratura, dopo quasi sessanta anni di ossequioso rispetto della “ impunità mafiosa” , nei riguardi dei reati mafiosi ( Violante Presidente dell’Antimafia, Caselli che sostituisce Giammanco al Tribunale di Palermo, l’insabbiamento dell’inchiesta “ mafia ed appalti” dei Ros sostenuta e voluta da Falcone e Borsellino, l’esecuzione di Falcone e di Borsellino che sapevano troppo degli intrecci mafiosi con la politica di Roma, l’uso del pentitismo,modifica dell’articolo 68 della Costituzione, l’introduzione di un reato praticamente inesistente come il “ concorso esterno in associazione mafiosa”, il processo Andreotti, Mani Pulite, quello a Mannino, lo stragismo come arma di pressione, la progressiva criminalizzazione e demonizzazione del berlusconismo, il processo sulla trattativa,ecc) Ecco come si è sviluppato , iniziando dagli negli anni novanta del secolo scorso, il disegno criminoso del Pci, finalizzato all’instaurazione di un regime illiberale, realizzato con una serie di atti a ciò finalizzati e indottrinando all’odio ed all’esasperazione contro Berlusconi, dipinto come il Male, un popolo di sotto acculturati pronti a rispondere all’appello tribale, all’impiccagione del presunto Male, pronti poi a gioire ballando sulle macerie di un Paese ridotto alla fame da una dissennata e servile politica europeistica. Ormai alla terza generazione dalla fine della guerra ed abbiamo questa quarta generazione, questa dei grillini, una generazione abituata al lusso ed allo scialacquo, nata già , senza fatica alcuna, “padrona di casa” e “di risparmi altrui”( visto che quasi il 90% degli italiani delle due precedenti generazioni hanno potuto comprarsi casa), il popolo giovane , seguace del panzuto e ricco buffone, il prodotto popolare di questo indottrinamento e di questo ventennale incitamento alla distruzione fisica dell’avversario politico dipinto come il nemico da eliminare, all’esibizione del suo scalpo come vendetta rancorosa, una nuova e ritornante Piazzale Loreto. E’ il “ prodotto umano” che la sinistra post comunista ha fabbricato in vitro, ha allevato in batteria, sul quale aveva contato, come utile idiota, per formare un Governo, quello di Bersani del febbraio del 2013. Ma non sempre i progetti criminali si realizzano, spesso falliscono. Spessissimo per ingordigia ed insipienza dei criminali che , credendosi furbi, si fanno la guerra fra di loro per arraffare il bottino e non dividerlo. Ecco chi sono i seguaci del panzuto e ricco buffone: la peggior società creata ad arte ed in vitro dai post comunisti. Un popolo di “ utili idioti” anche ora, quando vorrebbero fare sfracelli della politica – peraltro da rifondare e da ripulire senz’altro, ma senza buttar via il bambino con l’acqua sporca – magari eliminare fisicamente tutti i nemici politici . Fanno il lavoro sporco, come idioti. Credono di vincere, gli illusi, mentre fanno un servile favore al post comunismo che, dopo il loro minacciato genocidio politico , resterà la forza egemone.

venerdì 16 maggio 2014

----------------------MASSIMO D’ALEMA OVVERO ANCHE LE ZECCHE PARLANO------------------------------------- Massimo D’Alema, dicono , è una persona intelligente,culturalmente raffinato . Appunto, dicono. Lo dicono i suoi sostenitori, gente incapace di ragionare, gente con i paraocchi per di più foderati di consistenti e spesse fette di ideologia comunista, quelli allevati a pane e “L’unità” e poi “Repubblica”. E bombe molotov. Non può essere “intelligente” né tanto meno “ culturalmente raffinata” una persona come Massimo D’Alema , peraltro anche “ persona pubblica” (essendo il nostro campato sempre e solo di politica, cioè a nostre spese ) ma semmai un caimano politico arrogante e furbastro, un intrallazzone da paura, che si era praticamente impossessato , con i suoi immondi maneggi da Ceausescu pugliese, di un mega appartamento dell’INPS . Si trattava di un appartamento al centro storico di Roma che l’INPS avrebbe dovuto dare il locazione ai diseredati che non avendo i mezzi economici per comprarsi una casa, potevano almeno sperare in una locazione a prezzi umani dall’INPS. Invece Massimo D’Alema, che pure godeva dei ben famosi privilegi castali di deputato , aveva la sfrontatezza di viverci lui, in quel mega appartamento, ottenuto dall’INPS alla stratosferica cifra di Lire italiane 300.000 al mese. E mai che avessero avuto , lui e la sua famiglia , almeno il pudore di non sbandierare al vento la loro “ regale residenza”.Lo abbiamo cacciato via noi, a calci in culo, da quell’appartamento, altrimenti stava ancora lì a sfruttare il suo potere, mentre girava il barca il mare pugliese, lui e la sua famiglia si godevano la loro magnifica residenza romana a quattro soldi. Non può essere “intelligente” né tanto meno “ culturalmente raffinato” ma solo un “ maneggione politico”, un crapulone, un magnaccia, uno vissuto a forza di “ voti di scambio” uno che, come lui, a Palazzo Chigi più che il Presidente del Consiglio italiano, faceva l’ A.D. dell’unica “ Merchant bank” al mondo dove non si parlava inglese, appunto il suo Governo. Quello dei Colaninno, della Telecom , dei famosi “ capitani coraggiosi”, quello della “ madre di tutte le tangenti” a proposito di Telecom. Mai poi può essere definito “ culturalmente raffinata” una persona, come Massimo D’Alema, che ha sempre corrotto tutti i Magistrati che stavano per mandarlo a giudizio per le sue malefatte . Cito la famosa “ Operazione Arcobaleno”, come tipico esempio, dove S’Alema fu imputato per reati di corruzione insieme con Barbieri Franco (allora Capo Protezione Civile) da un i P.M. del Tribunale di Bari , tale Emiliano, che fu “prescelto ” , guarda il caso, dal capogruppo pugliese del Pci, tale Massimo D’Alema , guarda sempre il caso, per chissà quali “ meriti speciali” alla carica di Sindaco di Bari. L’operazione Arcobaleno? Tutta finita nella “prescrizione”, ma stavolta, non trattandosi di Berlusconi, la prescrizione è “ santa”. E come può, poi, definirsi “ intelligente” e figurarsi poi “ culturalmente raffinata” una persona come D’Alema che,. dopo aver guidato per due o tre anni, insieme a Berlusconi la famosa “ Commissione bicamerale” per le riforme istituzionali e dopo aver concordato con ill Berlusconi profonde riforme costituzionali( Giustizia, elezione diretta capo di stato, elezione diretta del premier, monocameralismo, ecc.) , si fa intimidire dal Pool di Milano (Borrelli, Davigo, ecc.) e, terrorizzato dagli scheletri nell’armadio del Pcui che quel Pool di Mani Pulite aveva tenuti nascosti ma che poteva sempre tirar fuori , face quella figura barbina di scappare dalla Commissione come una lepre scappa davanti al pericolo? Semmai un imbroglione , un millantatore, altro che “ persona intelligente”, un perdi tempo Ma ieri D’Alema, credendo che tutti siano cerebrolesi ed ignoranti come i suoi sostenitori, ha superato se stesso e, riferendosi al complotto contro Berlusconi del 2011, ha sentenziato: “Berlusconi denuncia un complotto? Non è vero, ma , se lo fosse, dovremmo ringraziare gli alleati per un’altra liberazione”. Ora tutti sanno che la liberazione cui allude D’Alema la dobbiamo semmai agli americani, più che agli “ alleati” in genere, i quali per liberarci dal nazifascismo, hanno usato la mafia siciliana. Se lui e chi con lui ha tramato contro Berlusconi devono ringraziare gli americani per questa altra liberazione, vuol dire che lui e quelli come lui sono la mafia di oggi . Il cancro di questa povera Italia, la cui metastasi è il M5S.

mercoledì 14 maggio 2014

------------------ SISTEMI CRIMINALI E FORZA ITALIA------------------------------- Tuttavia, non ostante tutte queste incongruenze e smentite giudiziarie, piovute sull’inchiesta palermitana in tanti anni , pervenute dalla stessa Procura di Palermo, da quella nissena, da quella fiorentina , sancite peraltro in sentenze definitive, la teoria di un “negoziato fra Stato e mafia” continua ancora oggi ad essere sostenuta dalla Procura di Palermo, seppure nei termini della “Memoria” della pubblica accusa del 2012 e sfruttato economicamente da sedicenti ricostruttori storici che in realtà sono solo personaggi “ di casa” nelle Procure ai quali è consentito far copia ed incolla di stralci di inchieste, di relazioni, di pezzi di sentenze in modo da costruirci libri e dispense con le quali , propalando semplici artifizi e raggiri, fare soldi. E non solo, perché fra le pieghe della “ memoria” stessa, la Procura palermitana riconferma , tortuosamente e quasi di soppiatto, la continuità di un’altra vecchissima inchiesta , sorta sempre nella Procura di Palermo, un filone nato da una serie di investigazioni che hanno riguardato un lungo periodo temporale, fra il 1986 ed il 1997. Questo filone di indagine venne pomposamente e mediaticamente etichettato come “ sistemi criminali”. Secondo le suggestive congetture dei Magistrati (il procuratore aggiunto Scarpinato e i sostituti Ingroia e Gozzo con l’approvazione del procuratore Pietro Grasso e dell’aggiunto Lo Forte , il tutto durante la gestione Caselli e mentre Violante era alla Presidenza della Commissione Parlamentare Antimafia ) , tra il ’91 ed il ’93 Cosa Nostra avrebbe progettato di dividere, con un golpe, il Meridione dal resto d’Italia. Per farlo sarebbe stato indispensabile l’appoggio (c’era forse da dubitarne ?) della massoneria deviata e dell’estrema destra ( sempre becera ed eversiva , si intende) ma, prima, si sarebbe dovuta liberare dei referenti politici fino ad allora “utilizzati”. Ecco dunque l’omicidio di Salvo Lima (marzo ’92) , il referente della Dc andreottiana che aveva dimostrato di non essere più in grado di proteggere la mafia. La nuova alleanza si sarebbe consolidata sulla base di un progetto separatista che avrebbe avuto come punto di forza un progetto politico nuovo proveniente da Nord. Ma, alla fine del ’93, la strategia della tensione e lo stragismo si sarebbero improvvisamente bloccati, poiché tutte le forze di Cosa Nostra sarebbero andate a favore e sostegno di una formazione politica emergente, cioè Forza Italia. Ma il Tribunale di Palermo lungi dall’accogliere le richieste dell’accusa ha deciso l’archiviazione, non ancora definitiva, delle posizioni di 14 indagati nell’ambito di tale inchiesta: Licio Gelli, Stefano Menicacci, Stefano Delle Chiaie, Rosario Cattafi, Filippo Battaglia, Salvatore Riina, Giuseppe e Filippo Graviano, Nitto Santapaola, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Giovanni Di Stefano, Paolo Romeo e Giuseppe Mandalari. Ma non è finita. Fra i protagonisti dell’inchiesta ritroviamo, oltre a quelli prosciolti, anche altri nomi “autorevoli”: di Francesco Cossiga, Umberto Bossi, Roberto Maroni, Gianfranco Miglio, Marcello Dell’Utri, nonché del solito Giulio Andreotti. La decisione finale comunque, spetterà ad un giudice che dovrà decidere se soddisfare la richiesta della pubblica accusa , se archiviare il caso, rinviare a giudizio gli indagati o, invece, ordinare ulteriori indagini. Nel 2002 un collaboratore di giustizia, Antonino Giuffrè, dichiarò che nell'ottobre del 1993 i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano trattarono con Silvio Berlusconi attraverso l'imprenditore Gianni Ienna per ottenere benefici giudiziari e la revisione del 41 bis in cambio dell'appoggio elettorale a Forza Italia ( “ probabilmente “ nelle elezioni del 2001); secondo il Giuffrè, nello stesso periodo Bernardo Provenzano attivò alcuni canali per arrivare all’onnipresente Marcello Dell’Itri e Berlusconi per presentare una serie di richieste su alcuni argomenti che interessavano alla mafia. Anche altri collaboratori di giustizia (Tullio Cannella, Angelo Siino, Giovanni Brusca, , Salvatore Grigoli, Maurizio Avola, Salvatore Cucuzza, Giuseppe Ferro) parlarono dell'appoggio fornito da Cosa Nostra a Forza Italia fin dalle elezioni del 1994 . Nel 2008 un altro collaboratore di giustizia, Gaspare Spatuzza, dichiarò che nell'ottobre 1993 Giuseppe Graviano gli avrebbe confidato , durante una conversazione in un bar di Via Veneto a Roma, di aver ottenuto tutto quello che voleva grazie ai contatti con Marcello Dell’Utri e, tramite lui, con Silvio Berlusconi. Si chiamano “ dichiarazioni de relato”. Per completare il panorama, debbo dar conto e ricordare che, nel 1994 la Procura di Firenze aprì un secondo filone d'indagine parallelo per accertare le responsabilità negli attentati del 1993 di eventuali suggeritori o concorrenti esterni all'organizzazione mafiosa (i cosiddetti "mandanti occulti" o "a volto coperto"), che venne condotta sempre dal procuratore capo Vigna e dai sostituti procuratori Fleury, Chelazzi e Nicolosi: nel 1996 vennero iscritti nel registro degli indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri sotto le sigle “Autore 1” e “Autore 2” per concorso in strage, in seguito alle dichiarazioni, sempre “ de relato”, dei collaboratori di giustizia Pietro Romeo, Giovanni Ciaramitaro e Salvatore Cancemi. Nel 1998, il GIP di Firenze archiviò l'inchiesta su “Autore 1” e “Autore 2” al termine delle indagini preliminari poiché non si era potuta trovare la conferma delle chiamate de relato]. Infine nel 2008 la Procura di Firenze archiviò definitivamente l'inchiesta sui "mandanti occulti" poiché le indagini non avevano trovato ulteriori risultati investigativi. ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ Chi scrive conosce la storia di questo Paese, non solo quella “costruita” per indottrinare le persone nella “ scuola di Stato”, ma anche quella che risulta da scritti, atti e documenti probanti, ma sempre con l’occhio e la mente dello storico; conosce le vicende della mafia siciliana, le vicende della mafia italo americana, le strane vicende dell’Unità del 1861 , il fondamentale contributo che la mafia siciliana e la camorra napoletana hanno dato alla vulgata di Garibaldi e dei Mille, le trame ed i patti fra i servizi segreti americani degli anni quaranta e la mafia italo americana , gli accordi dei servizi segreti anglo americani con la mafia e con la camorra per gli sbarchi in Sicilia ed a Anzio per la liberazione dal nazifascismo, il regime di impunità riservato ai fascisti ed ai mafiosi dall’articolo 16 del Trattato di Parigi del 1947, la nascita della Gladio Bianca, della Stay Behind, le azioni eversive della Gladio rossa, della Volante rossa, dei campi di addestramento cecoslovacchi, delle Brigate Rosse dei Curcio e dei Moretti, il mistero del circolo trapanese Scontrino, ecc. Non sono affatto, dunque, estraneo alla teoria ( perché sempre di una teoria si tratta, anche se supportata da una serie di elementi storici certi, precisi e concordanti ed anche se mi trova consenziente ) che la mafia siciliana abbia avuto sempre un peso determinante nella storia di questo Paese e della Sicilia in particolare. Ma non pretendo certamente di imporre alcuna verità. Perché lo storico non impone nulla, ma suggerisce una chiave di lettura dei fatti storici fra i tanti possibili. Ecco perché ritengo sia un vero e proprio “ baratro della ragione” attribuire, come fa la pubblica accusa palermitana , una generale ed assoluta inaccettabilità ( uso le parole di Ingroia stesso) etico – politico ad ogni possibile trattativa fra Stato e mafia. Non voglio deviare il filo del mio discorso dalla sua logica giudiziaria specifica che lo guida, col rischio di disperdere l’attenzione nelle tante, plurime trattative fra Stato e mafia , sia come Unità, come liberazione dal nazifascismo , come teatrino del caso del Bandito Giuliano, come i l caso Moro, come il “ Lodo Moro” per riaprire qui l’interessante dibattito storico sulla “ tributarietà” dello Stato italiano alla malavita mafiosa siciliana e camorristica e quasi come per usare a proprio beneficio il “ così fan tutti” . Sotto questo aspetto la Magistratura di Palermo, insieme alla Magistratura nel suo complesso non solo esagera , ma addirittura tracima dai suoi argini costituzionali, impancandosi su una inesistente cattedra , alla cui titolarità la Magistratura peraltro non è legittimata da alcuna disposizione della Carta né da alcuna legge , pretendendo così di assurgere al Magistero di rappresentate istituzionale dell’indignazione sociale scatenata dal terrorismo mafioso di quegli anni. Un “ vittimismo” che posso anche condividere ma, sia detto con estrema franchezza, dallo stampo molto corporativo e fascista , peraltro identico alle tante altre similari doglianze vittimistiche (vuoi dei Carabinieri o vuoi della Polizia) verso le quali, invece, quella stessa Magistratura non intende concedere nemmeno un briciolo di quella “ comprensione” che essa pretende per se stessa. Appare sconcertante questo arroccamento culturale involutivo della Magistratura palermitana, che ha creato una pericolosa deriva che vorrebbe legittimare la “ giustizia delle contrazioni viscerali popolari”, contrazioni viscerali spesso indotte ad arte, al rango di uno “ Stato di diritto “. Questa confusione, questa commistione fra “ condanna etica” e “ teorema vittimistico” conduce la pubblica accusa palermitana a delegittimare ogni opinione contraria alla “ sua tesi dell’accusa”, come fosse un infame attacco sferrato da chissà quali “ nemici della verità”. Non mi sorprende invece che tale “ forma mentis” sia la stessa , identica supponente arroganza che esibiva il” Tribunale speciale fascista” nel ricercare un qualche capo d’imputazione valido contro Gramsci , poi condannato per “ eversione” contro lo stato fascista e così ben dipinto dalle parole, dal sen fuggite, del suo Presidente, quando esclamò” dobbiamo evitare a questo cervello di funzionare per i prossimi venti anni”. O quella, molto più recente, del Tribunale di Milano il quale , davanti alla condanna penale e definitiva di Silvio Berlusconi si sta sforzando di trovare lo spunto per tramutare una “ condanna penale” in una sorta di “ negazione delle libertà di pensiero e di espressione” del condannato Berlusconi. Infatti da una condanna penale definitiva deriva una pena da scontare. ma non la perdita dei diritti fondamentali della persona che la Costituzione riconosce a tutti, rei o meno, fatta eccezione per il diritto all’elettorato attivo e passivo che, infatti, è un’eccezione specificamente prevista. Sono queste “ commistioni” fra lo sfruttamento del sentimento popolare e le pretese egemoniche di una lobby che generano mostri e tiranni. Riallacciandomi, dunque, all’inchiesta sui così detti “ sistemi criminali”, chi scrive e gli storici cercano di studiare gli eventi di quegli anni ( ripeto 86/99 dello scorso secolo) per capire bene gli equilibri , anche mafiosi, che, una volta sfaldati quelli imposti dalla guerra fredda – che pur tanto hanno contato proprio per la mafia siciliana e per la Sicilia in termini di immunità penale mafiosa e di conquista di potere economico e malavitoso per lo meno fino al 1988 – si sono andati costruendo. L’indagine , dal titolo esagerata mente ambizioso, più che una “indagine” – che spetta all’Ordine Giudiziario – è stata una sorta di inquisizione di carattere generale, senza un qualche reato che consentisse l’apertura di una indagine, ma una scusa , una rete a strascico lanciata nel mare delle informazioni per andare alla ricerca di specifiche ipotesi di reato. Ora non è necessario essere un Magistrato o un Legale per sapere che per aprire un’inchiesta giudiziaria è necessario aver prima individuato un reato penale: i “ sistemi”, siano essi politici o civili, non possono essere oggetto di giudizio penale per il semplice fatto che il reato penale è individuale e non collettivo. Pretendere dunque di mettere sotto processo penale un “ sistema” è la negazione assoluta del principio di legalità sancito dalla nostra Costituzione . Tuttavia , a prescindere dalla evidente problematicità di diritto dell’indagine “ sui sistemi criminali”, operazione distruttrice dello Stato di Diritto come lo fu l’inchiesta pressoché contemporanea di “Mani Pulite” di Milano ( contro il sistema politico), la tesi dei magistrati di Palermo è più una ( delle tante, peraltro) interpretazioni di natura storica dei fatti di quegli anni che una inchiesta giudiziaria. Vi è la suggestione dell’esistenza di un intreccio , di una interazione tra il “ sistema criminale mafioso siciliano” ed un “ sistema altrettanto criminale non mafioso e non solo siciliano” , insomma della famosa “ super cupola” o del “ grande comitato criminale ,politico, affaristico”, composto – neanche ci sarebbe bisogno di ripeterlo – dai soliti “ servizi segreti deviati”, dalla “ destra becera ed eversiva”, dalla “ massoneria e da settori non meglio e mai identificati della “finanza deviata” che governerebbe il Paese. Nelle ricostruzioni storiche più complesse, come per esempio quella sull’operazione “ Husky” dello sbarco angloamericano in Sicilia, vi sono sempre delle prove documentali che ne suffragano dapprima la sola “ proponibilità” e successivamente, dopo controlli adeguati, la “possibilità”: in questa operazione dell’intelligence navale americana e dei servizi anglosassoni vi sono articoli di famosi quotidiani americani, libri scritti dagli stessi personaggi dell’intelligenze statunitense, etc. Nella vicenda dell’Unità, per esempio, l’appropriazione indebita di tre milioni di ducati con i quali Garibaldi pagò la mala vita mafiosa e camorrista sono documentati dalle contabilità del Banco di Sicilia , dalla contabilità del Banco di Napoli, da un libro di Alessandro Dumas padre che, lo ricordo, seguì l’impresa dei Mille come inviato. Se invece leggiamo la “ Memoria” palermitana e i numerosi libri che alcuni Magistrati palermitani hanno già scritto sull’argomento ( cito R. Scarpinato col suo “ Il ritorno del principe” ed Antonino Ingroia col suo “ Io so”, tralasciando altri epigoni ) scopriamo che l’esistenza di questa “ grande cupola” viene data come per scontata, senza portarne prove credibili (certe, precise e concordanti) a supporto, se non delle personali e discutibili ricostruzioni storiche . Da questa impostazione di indagine , da questo modello interpretativo dei fatti, è chiaro che l’ipotesi di base dei Magistrati palermitani su questo filone di indagine è che il successo politico del 1994 di Forza Italia altro non sia che il frutto di un accordo con la mafia . Berlusconi, Dell’Utri, Forza Italia altro non sarebbero, secondo questa tesi, se non i nuovi referenti politici disposti a dare copertura agli interessi criminali della mafia. Ho ricordato, poco fa, come questa interpretazione storica che vuole attribuire impronte criminali alla nascita di Forza Italia sia arrivata fino al punto di ipotizzare che alcune stragi siano state appositamente ordinate dal duo satanico “ Berlusconi – Dell’Utri” al fine di creare il necessario panico che legittimasse poi , nel 1994, la richiesta popolare dell’uomo forte al comando, cioè di Silvio Berlusconi. L’enormità dell’accusa , peraltro archiviata ormai dal Tribunale di Firenze, mi ha sempre sospinto a chiedermi se gli episodi stragisti addebitati al “ duo satanico” fossero veramente necessari per consentire il travaso del consenso politico dal vecchio sistema politico ( Prima Repubblica, Pci, Psi e Dc) al nuovo sistema politico ( Seconda Repubblica, Forza Italia). Solo un pregiudizio criminalizzatore a partito preso contro Forza Italia , questa è la mia risposta, può ipotizzare questo schema, per il semplice fatto che non esistono ragioni valide per supporre che il ricorso ad una strage di civili fosse una “ conditio sine qua non” per consentire il passaggio dal vecchio sistema Dc al nuovo sistema berlusconiano. Infatti se giudici, Magistrati , giornalisti, scrittori, presentatori televisivi propendono, forse per inclinazione intellettuale, forse per un pregiudizio assolutamente inammissibile e disdicevole , forse per un interesse economico che deriva loro dalle ricche vendite dei loro opuscoli e sermoni, forse per attaccare il somaro dove vuole il padrone, a privilegiare complotti, trame oscure, tra esponenti politici, boss mafiosi ed i soliti servizi segreti deviati e l’immancabile “ destra becera ed eversiva” accompagnati sempre da qualche P, segreta, terza, quarta, lo storico non ama complotti i oscure trame, privilegiando una interpretazione dei fatti storici non solo sulla base degli interessi di una cosca di delinquenti come la mafia, ma per ragioni storiche complessive. Ad onor del vero che il successo politico di Berlusconi e di Forza Italia sia indissolubilmente connesso alla stagione criminale delle stragi mafiose ed addirittura originato e promosso da quella forza criminale è una interpretazione die fatti che non trova successo fra gli storici, ma tra alcuni scrittori e fra i giornalisti ed i politici. Scrittori, giornalisti e politici che , intuibilmente, saranno certamente, scrittori e giornalisti, più diretti dal tornaconto economico per le loro pubblicazioni, dall’obbedienza alla ideologia del proprio partito politico i politici , che non dal desiderio di effettuare un esame “ asettico” degli avvenimenti storici, senza pregiudizi o antipatie. Basta leggere il bel libro di G. Orsina ( Il berlusconismo nella storia d’Italia) per capire come gli storici più avveduti ed attenti rifuggano da simili facili e populistiche anche se suggestive interpretazioni. Sarà bene, comunque, procedere ad un esame, rapido ma deciso, del problema, per capire quale validità possa avere la tesi secondo la quale Berlusconi, col successo del 1994, avrebbe dato copertura ai criminali mafiosi ed ai loro loschi traffici. Antonino Ingroia, Magistrato valido ma pensatore “ debole”, afferma , non avendo altro cui appigliarsi al riguardo , con un pregiudizio grosso come l’Everest, che “ Berlusconi ha legalizzato gli interessi criminali attraverso l’azzeramento della vecchia classe politica” (nel suo libro “Io so”) . Questa frase altro non è che un puro assioma apodittico, generato da un pregiudizio semplicemente vergognoso per un Magistrato. Perché la stessa affermazione, senza prove, si può fare anche contro lo stesso Ingroia che, leader politico, alle elezioni del 2013 si sarebbe presentato per legalizzare gli interessi illeciti e criminali della Magistratura che , stracciando la Costituzione , pretenderebbe di imporre un “ controllo di legalità” che fa venire meno lo Stato di Diritto, di guidare il Paese usando o una vittoria elettorale del partito delle Procure o le armi ricattatorie che la stessa Magistratura ha usato contro la sovranità parlamentare già nel 1992 ( quando con intimidazioni ad un Parlamento di corrotti ottenne la modificazione dell’articolo 68 della Costituzione). Se poi per “legalizzazione degli interessi criminali” si dovesse intendere un atteggiamento legislativo di favore alla criminalità organizzata, allora dal pregiudizio ci trasferiamo alle pure menzogne . Quali sarebbero stati questi asseverati e mediatizzati “ colpi mortali alla legislazione antimafia” che sarebbe stati inferti dai governi berlusconiani? La cronaca ci racconta una ben altra verità: che nessun provvedimento berlusconiano ha interessato, demolito o attenuato il carcere duro del 41 bis per i mafiosi , che fu il governo berlusconiano a provare un contrasto locale alla malavita con il “poliziotto di quartiere”, che fu sempre un governo berlusconiano a dare un colpo di vite definitivo per confiscare e sequestrare i patrimoni di provenienza criminale e delittuosa, nel 2011 fu un governo berlusconiano ad emanare il “ nuovo codice antimafia” (D.L. 6 settembre 2011 n. 159), non risulta che qualche governo berlusconiano abbia ostacolato l’attività della Magistratura nel suo contrasto alle mafie. E tutto questo nei dieci anni , sui venti della seconda repubblica, di governi berlusconiani. Insomma, se non si inforcano gli occhiali che rendono ciechi, cioè quelli del “ pregiudizio assoluto”, io vedo che oggi la mafia siciliana non ha conseguito alcun vantaggio dalla stipulazione di questo fantomatico nuovo patto di convivenza sottoscritto con Berlusconi e con Forza Italia e che dunque lo Stato avrebbe dovuto garantirle. Anzi, al contrario, Perché invece che legittimata e rafforzata, la mafia è indiscutibilmente andata indebolendosi per effetto di un’azione di contrasto che ogni governo succedutosi al comanda dal 1994 ha adeguatamente sostenuto. E questo è un piano fattuale e storico inattaccabile. Fine della quarta parte

martedì 13 maggio 2014

MORI,SUBRANNI,DE DONNO , DE CAPRIO:IMPUTATI PER FORZA, PERCHE’ ROS E CIOE’ CARABINIERI Le vicissitudini processuali di Mario Mori, poi, somigliano ad una successione rapida di curve di Gauss, alle montagne russe, un susseguirsi senza sosta di inchieste, rinvii a giudizio ed assoluzioni per le imputazioni più remote, in un gioco perverso ma chiaro : quello di tenere dal 1990 sotto schiaffo l’Arma dei Carabinieri. E di conseguenza quello di tenere sotto minaccia anche la “politica”. E’ d’obbligo rammentare che Mori, tornato in Sicilia nel 1986, trovò molta diffidenza fra i Magistrati della Procura palermitana, fatta eccezione, guarda caso, per due Magistrati: per Falcone e per Borsellino che divennero i suoi sostenitori all’interno della Procura siciliana. Non dimentichiamo che furono proprio Mori ed i carabinieri ad indagare, per la prima volta, sui complicati e vischiosi rapporti economici e politici della mafia con l’imprenditoria e con la politica invece che limitarsi al solo aspetto criminale, fino a consegnare, nel corso del 1991, alla Procura palermitana, il famoso dossier “ Mafia e Appalti” che trovò l’approvazione ed il sostegno di Falcone e di Borsellino ma anche una aperta ostilità da parte degli altri Magistrati della Procura stessa. Tanto che l’ inchiesta giudiziaria aperta su quel dossier dalla Procura di Palermo sotto la spinta sia del Giudice Falcone che del Giudice Borsellino fu frettolosamente archiviata ( ottobre ’92) dalla stessa Procura, pochi mesi dopo che furono uccisi prima Falcone (maggio ’92) e poi Borsellino (luglio ’92). Indubbiamente Mori ha operato in Sicilia proprio nel periodo critico, da quando, nel 1986, con la prima condanna di quei diciannove “ uomini d’onore” , sembrano improvvisamente e quasi contemporaneamente crollare sia la pressoché totale ’impunità mafiosa - che la Magistratura aveva in realtà inspiegabilmente garantito alla mafia durante gli anni della Prima Repubblica - sia il regime comunista sovietico, coinvolgendo ovviamente tutti gli equilibri geopolitici, sia nazionali che internazionali che la guerra fredda aveva determinato . Sono proprio gli anni nei quali si segnala un improvviso quanto frenetico interessamento della Magistratura di sinistra per i Tribunali della Sicilia e per acquisire un potere assoluto nella Commissione parlamentare Antimafia. Le pedine vengono “mosse” sullo scacchiere della Giustizia dall’uomo che ha guidato la politica giudiziaria del Pci dal 1980 in poi , da quel Luciano Violante che succederà a Pellegrino alla Presidenza della Commissione parlamentare Antimafia proprio nel 1992 e che imporrà gli interrogatori dei “pentiti di mafia “- come Tommaso Buscetta - secondo un suo personale giudizio, dove resterà fino al 1994, mentre Giancarlo Caselli , altro Magistrato dichiaratamente “di sinistra”, diventa Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo , ormai orfana sia di Falcone che di Borsellino, dal 1993 fino al 1999. Mori, come Subranni, come De Donno, come De Caprio sono il “ROS”, cioè l’Arma dei Carabinieri , che – secondo le supposizioni e le congetture dell’accusa ( secondo capoverso della “Memoria”)- “ hanno condotto e gestito con Totò Riina ogni trattativa in quanto a ciò investiti dal potere politico ( ,Mannino) “. Se venisse meno il coinvolgimento dei ROS, di De Donno, di Mori , di De Caprio , di Subranni verrebbe giù tutta l’architettura dell’inchiesta, per il semplice motivo che – e questa è l’impostazione elaborata dall’accusa – il “potere politico” usava l’Arma per gestire i rapporti con la mafia e per giungere all’accordo scellerato. Ecco perché Mario Mori , dapprima Vice di Subranni e poi direttamente Capo dei ROS, è oggetto ( vorrei usare il termine “ capro espiatorio ” perché lo ritengo più aderente alla realtà dei fatti) di ripetute accuse giudiziarie da parte della Procura di Palermo, mentre riceve anche assoluzioni definitive . E’ accaduto, per esempio, lo scorso 17 luglio 2013 quando il Tribunale di Palermo lo ha definitivamente assolto dall’accusa di aver favorito Bernardo Provenzano evitandone l’arresto nel 1995 in vicinanza del paese di Mezzojuso . L’accusa era di avere favorito la mancata cattura di Provenzano sulla base di un accordo fra Stato e mafia , che avrebbe poi portato all’arresto del capo mafioso stragista Totò Riina. La lettura di questa sentenza sorprende e stupisce, perché il Tribunale si spinge fino a riconoscere che quegli incontri informali fra Mori e De Donno con i boss mafiosi potevano anche essere semplicemente finalizzati ad evitare il protrarsi delle stragi mafiose ed essere quindi meritevoli addirittura di encomio e di plauso. Nel mentre dunque il Tribunale di Palermo rendeva giustizia a Mori circa il presunto mancato arresto di Provenzano, con l’altra mano , il 5 novembre 2012, lo inchiodava alla sua croce ( far parte dei ROS che hanno gestito la trattativa) e ne richiedeva un ulteriore rinvio a giudizio per il reato, stavolta, previsto e punto dall’articolo 338 del codice penale, rinvio ottenuto dal GIP Morosini in data 7 marzo 2013. Che Mori e dunque i ROS debbano essere comunque tenuti sotto schiaffo dalla Procura di Palermo lo rivela un altro episodio di cronaca giudiziaria palermitana, meno noto di altri episodi, che riguarda sempre Mario Mori. Il quale fu anche accusato di non aver perquisito il covo di Totò Riina quel 15 gennaio 1993, quando il boss venne arrestato. Venne contestato a Mori che la mancata perquisizione di quel “ covo” fosse una delle “ condizioni” stabilite con la mafia , per ottenere in cambio l’arresto del sanguinario boss corleonese. Questo processo si è concluso solo dopo la bellezza di tredici anni, quando il 20 gennaio 2006 il Tribunale di Palermo emise la sentenza assolutoria per Mori da quella imputazione. Se si leggono attentamente le motivazioni di questa sentenza ci si avvede che i Giudici palermitani non solo ritenessero “ del tutto mancanti gli elementi di prova che provassero che Mori aveva agito don il “ dolo di favoreggiamento”, ma, addirittura, che negassero che l’obiettivo fosse quello di “intavolare una vera e propria trattativa” con la mafia, quanto quello di “far credere ” all’esistenza di un negoziato in modo da trarne alcune informazioni sulle intenzioni della mafia. Mori dunque come una sineddoche , per indicare tutta l’Arma dei Carabinieri, deve sempre essere accusato di qualche oscuro reato, per far vivere ancora questa inchiesta palermitana. Se metto poi in fila tutti i processi ai quali la Procura di Palermo ha sottoposto Mori e l’Arma non posso non pensare , non posso non “ congetturare” che la Procura di Palermo abbia in animo di accanirsi contro Mario Mori , quasi per ritorsione, in quanto autore di quel dossier famoso su“ mafia e appalti “ , la cui dissennata gestione ( fra il ’91 ed il ’92) e la cui precipitosa ed incomprensibile archiviazione (dell’ottobre del ’92 ) quasi a cadaveri di Falcone e Borsellino ancora caldi, sono una vera inamovibile spina nel fianco nelle responsabilità di quel Tribunale . ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ C’è da rilevare che studiando le motivazioni di diversi processi che sono stati celebrati su questo filone della trattativa fra Stato e Mafia , esse dovrebbero far letteralmente crollare la tesi accusatoria della trattativa nonché quella , parallela a questa, sui così detti “ sistemi criminali” e di cui dirò dopo. Mi riferisco alle due assoluzioni definitive incassate finora da Mario Mori dallo stesso Tribunale di Palermo (mancato arresto di Provenzano nel 1995 con assoluzione nel 2013 e mancata perquisizione del covo di Riina nel 1993 con assoluzione nel 2006 ), alla sentenza della Corte d’Assise di Firenze del 1998 ( sulla strage di Via dei Georgofili) e ad alcune pronunce del Tribunale di Caltanissetta. La motivazione dell’assoluzione di Mario Mori del 17 luglio del 2013 ( per il mancato arresto di Provenzano del 1995) parla di una “ mancanza assoluta di responsabilità di Mario Mori “ per il presunto favoreggiamento a Provenzano a Mezzojuso. La motivazione della sua assoluzione del 20 febbraio 2006 (per la mancata perquisizione del covo di Riina) stabilisce l’assoluta mancanza di ogni elemento di prova per sostenere che Mori abbia agito con il “ dolo di favoreggiamento”. Ma in entrambi i processi l’assunto accusatorio era praticamente identico. La mancata cattura di Bernardo Provenzano del 1995 trovava spiegazione-per l’accusa – nella logica di un accordo fra Stato e Mafia moderata che avrebbe permesso e facilitato la cattura del boss stragista Totò Riina in cambio di una serena latitanza, se non addirittura in una latitanza garantita dalle stesse forze dell’Ordine per Bernardo Provenzano. Così come la mancata perquisizione del covo di Riina del 1993 sarebbe stata ( per l’accusa) una delle condizioni stabilite dal patto fra Stato e Mafia in cambio della cattura del sanguinario boss corleonese. A sua volta la Corte d’Assise di Firenze , nelle motivazioni della sentenza del 1998 sulla strage di Via dei Georgofili mentre afferma che “…l’iniziativa dei Carabinieri aveva tutta l’apparenza di una trattativa …..non importa con quali intenzioni formulata……”nella sostanza, poi, non afferma affatto che una trattativa c’è stata, ma soltanto che l’iniziativa dei Carabinieri “non poteva non avere” tutte le “ parvenze “ di una trattativa sopra tutto dal punto di vista dei boss mafiosi interessati da Ciancimino. ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ Fine terza parte

domenica 11 maggio 2014

TRATTATIVA: UN TERMINE CHE PRODUCE FRAINTENDIMENTI E DOPPIE E TRIPLE VERITA’. Altro vero e proprio “ baratro della ragione” sta poi nella “ scelta” del termine “ trattativa” operata fin dall’origine di questo più che ventennale procedimento penale dai Magistrati palermitani per caratterizzare mediaticamente questi processi. Se andiamo poi a vedere come effettivamente stanno le “imputazioni giudiziarie “ dei personaggi coinvolti – per nessuno dei quali troviamo una imputazione che sia diretta e connessa col termine “ trattativa” in quanto ovviamente non esiste alcun reato di trattativa – troviamo reati diversi. Per Mancino, per esempio, troviamo il reato di “ falsa testimonianza”. Per Mario Mori troviamo, dapprima, nel 1993, un’accusa di “ favoreggiamento di Cosa nostra ” in concorso con De Caprio - per aver ritardato la perquisizione del "covo" di Salvatore Riina catturato il 15 gennaio di quell’anno (art. 378 c.p.)- reato rispetto al quale poi, con sentenza definitiva dell’11 luglio 2006 e non appellata dalla Procura di Palermo, la Magistratura ha stabilito la totale estraneità di De Caprio e di Mori.; si prosegue, nel 1995, con l'accusa a Mori di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano, impedendone la cattura , reato dal quale Mori è stato poi assolto , il 17 luglio 2013, dal Tribunale di Palermo e si finisce con questo ulteriore rinvio a giudizio per i reati di “ concorso esterno in associazione mafiosa “ (art. 416 bis c.p.) e di “ violenza o minaccia a corpo politico dello Stato.’( art. 338 c.p..) Per tutti gli altri troviamo l’accusa del reato previsto e punito dall’articolo 338 del codice penale . Ben poco o quasi nulla, dunque, hanno a che vedere i reati concretamente contestati agli imputati con il termine “trattativa” il quale, peraltro assume nella lingua italiana, il significato di un’attività propedeutica al raggiungimento di un determinato scopo o fine. Orbene, attribuire, come fanno i Magistrati palermitani , una generale ed assoluta inaccettabilità etico – politica ad ogni possibile trattativa fra Stato e mafia ( uso le parole dello stesso Ingroia ) è la prima di quelle “letture forzate”, di quegli “ stravolgimenti di realtà” che rendono assolutamente indisponente questa “memoria” . Non voglio deviare il filo del mio discorso dalla logica giudiziaria che lo guida, col rischio di disperdere l’attenzione nelle tante, plurime trattative fra Stato e mafia , sia per l’ Unità, come per la liberazione dal nazifascismo , come per il teatrino del caso del Bandito Giuliano, come per quello del caso Moro, come per il “ Lodo Moro” ecc., deriva che riaprirebbe in questa sede l’interessante dibattito storico sulla “ tributarietà” dello Stato italiano alla malavita mafiosa siciliana e camorristica , quasi aprendo volontariamente uno scivolo verso l’ignobile ma salvifico “ così tutti hanno sempre fatto ” . Io credo che la scelta del termine “trattativa” sia servito alla Magistratura di Palermo ed alla Magistratura nel suo complesso, per tracimare dai suoi argini costituzionali, per impancarsi su una inesistente cattedra , alla cui titolarità essa peraltro non è legittimata da alcuna disposizione della Carta né da alcuna legge , pretendendo così di assurgere al Magistero di rappresentate istituzionale dell’indignazione sociale scatenata dal terrorismo mafioso di quegli anni che tanto costò, anche in vite umane ed anche allo stesso ordine e che proprio l’uso di quel termine, “trattativa”, lascia evocare o suggerire. Una “ lamentela ” che posso anche condividere ma, sia detto con estrema franchezza, dallo stampo molto corporativo e fascista , identico alle tante altre similari doglianze vittimistiche (vuoi dei Carabinieri o vuoi della Polizia) verso le quali, invece, questa stessa Magistratura non intende concedere nemmeno un briciolo di quella “ comprensione” o “ benevolenza” che essa pretende per se stessa. Ma che a lungo andare, ed ormai siamo sulla soglia dei ventiquattro anni, un quarto di secolo, suvvia, si scopre per essere quello che realmente esso è: lo sfruttamento più inverecondo di tanti cadaveri di magistrati e di carabinieri , come Falcone, come Borsellino, come Dalla Chiesa ,ecc. usati come veniva usati i sacchetti di sabbia nelle trincee del ’18 , come cadaveri eccellenti da esibire come sudari umani da opporre alle avverse argomentazioni . Usare i cadaveri per ripararsi, vuoi dalle pallottole che dalle critiche , è un reato, un crimine. Non a caso qualche riga fa ho usato il termine “ indisponente” per indicare il mio stato d’animo nel procedere nello studio di questa “memoria” dei Magistrati palermitani, i quali hanno deliberatamente e coscientemente prescelto questo termine esibendolo come una propria bandiera, proprio perché – eccolo il punto cruciale – sul piano della comunicazione mediatica , sia diretta che su quella “indotta ( eccolo l’effetto “convincimento di Goebbels” ) specie se affibbiato ad un procedimento penale, visto che quel termine, vago, generico, di per se stesso inquietante, risulta capace di evocare scenari oscuri, complotti indicibili e nascosti, di produrre, suscitare e veicolare nell’opinione pubblica il profondo biasimo morale che merita ogni spregevole e vile compromesso. Un simile procedere da parte di Magistrati penali , che all’uopo sfruttano la loro aura di autorevolezza che discenderebbe dal loro ruolo di “ sommi applicatori della legge”, per far cadere il comune cittadino, il famoso e ben noto “ buon padre di famiglia”, nella più totale indifferenza verso ogni più elementare base del diritto penale ( la specificità della o delle accuse personali mosse ) ha lo scopo evidente di usare l’ovvia riprovazione morale che il termine “ trattativa” così usato lascia immaginare per veicolare un consenso di tipo etico, morale, irrazionale, viscerale e dunque , in ultima analisi, per abbindolare lo sprovveduto “ buon padre di famiglia” il quale, travolto da una pessima informazione viene indotto in un fraintendimento colossale: che “trattativa” sia sinonimo di “ reato”. Non a caso l’ultimo libro di Travaglio, dal titolo che evoca chissà quali segreti di Stato - “ E’ STATO LA MAFIA” - ha , per di più, come sottotitolo, un ammiccante e squisitamente goebbeliano : “ tutto quello che non vogliono farci sapere sulla trattativa e sulla resa dei boss delle stragi”. Mi sto muovendo in una “ enclave intellettuale” – magistrati alla Ingroia, alla Spataro, alla Scarpinato, alla Piergiorgio Morosini ed alla Di Matteo , scrittori alla Travaglio, organi di stampa come “Il Fatto Quotidiano” ed una parte di società fideisticamente ad essi devota – che non procede con la necessaria chiarezza e trasparenza che un processo penale meriterebbe . Un Magistrato importante in questo processo, come Morosini, addirittura il G.I.P. di Palermo che accoglie le richieste della “ Memoria” dei P.M. e rinvia a giudizio gli imputati, per esempio, enfatizza , nel suo pur apprezzabile “ Attentato alla giustizia. Magistrati , mafie, impunità” ( Rubbettino, 2011)la sua posizione intellettuale e culturale , conferma il suo “ taciuto conflitto di interessi” , conferma il suo “ inconciliabile ed inammissibile pre – giudizio” con quelle sue frasi : “ le trattative oscure tra cosche e pezzi dello Stato non sono una novità del XX secolo.........Nell’estate del 1992 l’Italia è sotto choc…… Mani pulite sta spazzando via la classe politica corrotta……….L’Italia sembra soccombere davanti alla furia della mafia corleonese……”. Ma che razza di “ valida terzietà” può avere il “ rinvio a giudizio” degli imputati di un GIP che già in epoca precedente al semplice deposito della “ Memoria d’accusa ” presso la sua Cancelleria ( deposito che avviene nel 2012) già dichiara al riguardo il suo pre – giudizio e le sue conclusioni? Se poi ampliamo il panorama giudiziario sulla “ trattativa” e da Palermo ci spingiamo fino a Caltanissetta ed a Firenze, Procure interessate perché luoghi di commissione di taluni reati, troviamo sempre un comune denominatore nelle decisioni dei rispettivi Tribunali. Che vi siano stati contatti informali fra il Generale Mori ed il Capitano De Donno , dei Carabinieri, con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino , mediati e veicolati dal figlio di Vito, Massimo Ciancimino è cosa nota e sicura. Ma presumere che questi contatti informali fossero motivati più che dalla doverosa ed istituzionale ricerca di bloccare la prosecuzione delle stragi mafiose del 92/93 dal proposito di stipulare compromessi ed accordi illeciti con Cosa Nostra , è una pura congettura . Tanto che solo nel 1998 con la sentenza della Corte d’Assise di Firenze , competente per gli attentati a Via dei Georgofili, per la prima volta si legge una simile interpretazione dei fatti. Ma, studiando bene quella sentenza fiorentina, è facile constatare come quella Corte non stabilisce affatto che quegli informali contatti costituirono una “ trattativa”, ma solo che “l’iniziativa dei Carabinieri (Mori, De Donno) non poteva non avere , agli occhi dei boss mafiosi interpellati da Ciancimino Vito , le parvenze di una “trattativa””. Non una prova dunque, solo una congettura , mai provata giudiziariamente, dei magistrati fiorentini. Tanto che la stessa Procura fiorentina non ritenne di dover procedere contro gli ufficiali dei carabinieri. Dobbiamo così prendere atto che ben due Procure, quella appunto di Firenze e quella di Caltanissetta – anch’essa impegnata nei processi sulle stragi mafiose del 92/93 – tengono comportamenti diversi ed opposti ed assumono di conseguenza decisioni del tutto opposte a quelle dei Magistrati di Palermo. Come se esistessero due o più verità processuali. Per diradare ogni nebbiolina da questo proposito e rivelare il motivo di fondo di queste due apparenti verità giudiziarie ( quella di Palermo e quella sia di Firenze che di Caltanissetta) devo risalire alle dichiarazioni rese da Massimo Ciancimino a partire dal 2007, quando iniziò la sua collaborazione di “ pentito” con la Procura di Palermo sul caso in questione. Costui , è noto, non ha reso le sue dichiarazioni entro un limite temporale come previsto dalla legge, ma le ha rese, diciamo, man mano, in senso, diciamo, “ progressivo”. Massimo Ciancimino iniziò le sue confessioni con una intervista concessa a “Panorama” nel dicembre del 2007 per poi continuare in un crescendo rossiniano di confessioni e di disvelamenti di fatti nel corso di varie udienze presso il Tribunale di Palermo. Come “ collaboratore di Giustizia”, Ciancimino jr ha svelato che la “ trattativa” condotta dal padre Vito nell’estate del 1992 si era sviluppata su due piani: un piano, già noto, consistente nei colloqui intercorsi fra Vito Ciancimino e gli Ufficiali dei Carabinieri ( Mori e De Donno) e su altro piano, un piano precedentemente ignorato, condotto sempre da Vito Ciancimino ma con un tale “ signor Franco” ( o anche “ signor Carlo”), un soggetto che, a dire di Massimo Ciancimino, sarebbe appartenuto ai “ servizi segreti italiani”. Ma questo personaggio non è stato mai identificato a causa dello schizofrenico e contraddittorio comportamento processuale e testimoniale di Massimo Ciancimino il quale nel tentativo di identificare quel fantomatico personaggio ha sostenuto una serie di vere nefandezze e di pure oscenità, tanto da procurarsi anche una condanna per diffamazione da Gianni De Gennaro, ex funzionario di Polizie e fidato collaboratore di Falcone, che Massimo Ciancimino ebbe la incosciente sfrontatezza di indicare come il “ signor Franco”. Tutto sta dunque nel diverso ed opposto orientamento delle tre Procure (Palermo, Caltanissetta e Firenze) sulla affidabilità e sulla credibilità di questo collaboratore di Giustizia, di Massimo Ciancimino. Al contrario dei Magistrati palermitani, quelli nisseni dalla serie di altalenanti ed estremamente contraddittorie dichiarazioni di Ciancimino Jr , hanno tratto il convincimento di una intrinseca inattendibilità di Massimo Ciancimino, ma un convincimento talmente assimilato e metabolizzato da spingere la Procura nissena a sostenere che Ciancimino Jr, dietro l’apparente volontà di dare un contributo all’accertamento della verità , nascondesse invece il disegno, questo sì criminoso, di mettere in salvo il proprio patrimonio frutto dell’eredità criminale del padre Vito. Fine della seconda puntata
Warning! L’inchiesta su Expo era partita con imputazioni di reati mafiosi e dunque assegnata, secondo le regole della Magistratura, al Magistrato Ilda Boccassini. Ma sugli ordini di arresto dei giorni scorsi per Greganti, per Frigerio , ecc. i “ reati di mafia” sono spariti. Come mai? In quegli ordini di custodia si sono scritti solo reati contro la pubblica amministrazione, reati di turbativa d’asta, di corruzione e dunque, l’inchiesta doveva essere condotta dal P.M. Robledo. Perché dunque l’inchiesta è rimasta nelle mani del P.M. Ilda Boccassini? Che il Tribunale di Milano, un santuario dei “giustizialisti tutte viscere e niente cervello”, se ne freghi altamente delle regole e della legalità che invece vorrebbe imporre a tutti ? Warning! Il P.M. coordinatore del pool milanese per i reati contro la pubblica amministrazione, Alfredo Robledo, non ha firmato i provvedimenti di custodia cautelare. Secondo il procuratore capo, Edmondo Bruti Liberati, il P.m. Robledo «non condivideva l’impostazione dell’inchiesta». E che vuol dire questa frase? Vuol dire che sarebbe stata possibile, con un altro Magistrato, una diversa imputazione di reato, magari anche senza carcerazione preventiva ? Allora se un Magistrato , usando a suo piacimento l’obbligatorietà dell’azione penale può , inoltre ed ancora, a suo totale, completo ed impunibile giudizio, decidere con quale reato esercitarla quell’azione penale, noi siamo in un regime più completo e totale, quello della Magistratura . Se lo scopo, il “goal” non è l’applicazione della Giustizia, ma “ il suo uso discrezionale” , allora un P.M. può firmare anche clamorosi arresti per distruggere una parte politica oppure lasciare tutto a stagnare nella palude aspettando prescrizione e contando sulla scarsa memoria del popolaccio stronzo come con Penati. Warning! La domanda è elementare, Watson: chi può lecitamente comportarsi in questo modo ? Non certo un Magistrato italiano i cui compiti ed i cui doveri sono stati stabiliti dalla Costituzione fin dal 1948. Semmai un satrapo, un tiranno, un boss, un dittatore, anzi un monarca assoluto forte anche della sua più vergognosa ed assoluta impunità. E questa sarebbe la democrazia costituzionale dell’Italia che tanto arrapa Travaglio, Gomez, Ingroia, Scarpinato e tutti i loro fidelizzati adepti? Warning! Questa inchiesta Expo è la “ smoking gun” della grande truffa che fu Tangentopoli, una truffa colossale che aveva solo lo scopo di fucilare “ gli altri partiti politici” meno che il Pci. Ecco quindi che i due personaggi centrali di questa nuova vicenda sono proprio i due “ tangentari” per eccellenza per il Pci e per la sinistra Dc di allora, oggi unite nel P.D. E per quali misteriosi “ meriti” infatti se non per il “pagamento del convenuto pizzo per il lavoro sporco eseguito in Mani Pulite” sono stati omaggiati di uno scranno senatoriale con Pci due Magistrati come D’Ambrosio e Di Pietro, cioè l’esempio preclaro di un Magistrato “ mai super partes”( non lo affermo solo io, ma anche il Consiglio Comunale del suo Paese che con tale motivo legittimò il diniego a regalargli la “ cittadinanza onoraria”) come D’Ambrosio e di un Magistrato “arraffatore” come Di Pietro? Warning! Sarebbe il caso di riaprire quei processi, specialmente quello istruito dal P.M. Tiziana Parenti su Stefanini e, il collettore di tangenti del Pci , istruttoria poi frettolosamente archiviata dal P.M. D’Ambrosio con la complicità del GIP Italo Ghitti, sulla quale anche il Ministro Mancuso voleva vederci chiaro ma fu fermato proprio da D’Ambrosio, perché solo un Magistrato può esercitare l’azione penale. Warning! Questo intendeva dire il Marchesino sardo Enrico Berlinguer quando, disperato dall’imminente crollo del regime sovietico, dalla fine dei finanziamenti russi, ormai all’esasperazione nel cercare di inventarsi qualche cosa per legittimare la sua più famosa bufala , quella della mai individuata “ terza via al socialismo europeo” non subalterna a Mosca, ebbe la genialata di lanciare quella “ diversità antropologica”, con la quale, invece di pensare al supremo bene del Paese, ha reso eterna la guerra civile italiana con quel suo razzista “ noi siamo belli, bravi e buoni” e “ voi siete brutti, sporchi ,cattivi e disonesti” . Warning!!!! A proposito di disonestà alla Berlinguer e cioè di coloro che ai autoproclamano “ antropologicamente onesti”. Oltre che scappare come una lepre dalla responsabilità di governare l’Italia , riparandosi coraggiosamente dietro il cadavere di Aldo Moro , oltre che non lasciare nemmeno una disposizione dovuta al suo nome che sia notoriamente servita al bene del Paese, oltre che a lasciare invece la sua famiglia padrona di un canale della RAI pubblica e di svariate Università italiane, oltre ad avere accettato il famigerato “ lodo Moro” a favore dei palestinesi e contro il popolo ebraico italiano, oltre a approfittare senza vergogna della Legge Mosca e della amnistia per i finanziamenti russi, quali sarebbero questi stratosferici ma misteriosi meriti di Berlinguer e della sua diversità antropologica se oggi esce dalla boscaglia della sotto burocrazia ancor e sempre il famoso ed impunito ( da D’Ambrosio) Compagno G e se Frigerio cerca di metter d’accordo i poteri forti con il mondo delle cooperative rosse per gli appalti Expo ? Warning!!!! Ma i soliti tromboni giustizialisti- vedi Travaglio, vedi Gomez, ma non solo - che non hanno capito nulla dalla storia , approfittano degli arresti Expo per fare la solita caciara e richiedere nuove leggi e inasprimenti di pene contro il malaffare. Tanto per suscitare il solito livore viscerale e veicolare dunque il consenso di chi non riesce a ragionare autonomamente. Se c'e' un insegnamento da apprendere da questa schifosa vicenda e' che la strategia imposta sotto ricatto al parlamento dalla rivoluzione giudiziaria di mani pulite ( fatta di inasprimenti di norme e sanzioni, di carcere preventivo usato come tortura, di esecuzioni belle e buone) e' miseramente fallita perché è stata una truffa ai danni del popolo italiano. E’ la ulteriore dimostrazione che non sono bastati venti e passa anni di “ottimati col loro furore purificatore “, norme sugli appalti delle grandi opere sempre più complesse e asfissianti, per debellare le tangenti Oggi la situazione e' differente, le gare di appalto si sono fatte estremamente complesse con regole guida dettate dalla UE . Anche i mediatori , pur essendo sempre gli stessi, si sono professionalizzati, ,adesso lavorano in proprio, aiutando un sistema di imprese bipartizan che va da Manutencoop ai privati e che comprende nuovi burocrati-autorithy- e pezzi di potere politico trasversali. I giustizialisti alla Gomez ed alla Travaglio sono i loro migliori procacciatori d'affari, le loro consulenze milionarie sono giustificate dalla complessità derivante dalla nuova normativa. Warning!!!! Il loro peggiore incubo? La deregolamentazione. Magari con molto giudizio.