Gaetano Immè

Gaetano Immè

martedì 13 maggio 2014

MORI,SUBRANNI,DE DONNO , DE CAPRIO:IMPUTATI PER FORZA, PERCHE’ ROS E CIOE’ CARABINIERI Le vicissitudini processuali di Mario Mori, poi, somigliano ad una successione rapida di curve di Gauss, alle montagne russe, un susseguirsi senza sosta di inchieste, rinvii a giudizio ed assoluzioni per le imputazioni più remote, in un gioco perverso ma chiaro : quello di tenere dal 1990 sotto schiaffo l’Arma dei Carabinieri. E di conseguenza quello di tenere sotto minaccia anche la “politica”. E’ d’obbligo rammentare che Mori, tornato in Sicilia nel 1986, trovò molta diffidenza fra i Magistrati della Procura palermitana, fatta eccezione, guarda caso, per due Magistrati: per Falcone e per Borsellino che divennero i suoi sostenitori all’interno della Procura siciliana. Non dimentichiamo che furono proprio Mori ed i carabinieri ad indagare, per la prima volta, sui complicati e vischiosi rapporti economici e politici della mafia con l’imprenditoria e con la politica invece che limitarsi al solo aspetto criminale, fino a consegnare, nel corso del 1991, alla Procura palermitana, il famoso dossier “ Mafia e Appalti” che trovò l’approvazione ed il sostegno di Falcone e di Borsellino ma anche una aperta ostilità da parte degli altri Magistrati della Procura stessa. Tanto che l’ inchiesta giudiziaria aperta su quel dossier dalla Procura di Palermo sotto la spinta sia del Giudice Falcone che del Giudice Borsellino fu frettolosamente archiviata ( ottobre ’92) dalla stessa Procura, pochi mesi dopo che furono uccisi prima Falcone (maggio ’92) e poi Borsellino (luglio ’92). Indubbiamente Mori ha operato in Sicilia proprio nel periodo critico, da quando, nel 1986, con la prima condanna di quei diciannove “ uomini d’onore” , sembrano improvvisamente e quasi contemporaneamente crollare sia la pressoché totale ’impunità mafiosa - che la Magistratura aveva in realtà inspiegabilmente garantito alla mafia durante gli anni della Prima Repubblica - sia il regime comunista sovietico, coinvolgendo ovviamente tutti gli equilibri geopolitici, sia nazionali che internazionali che la guerra fredda aveva determinato . Sono proprio gli anni nei quali si segnala un improvviso quanto frenetico interessamento della Magistratura di sinistra per i Tribunali della Sicilia e per acquisire un potere assoluto nella Commissione parlamentare Antimafia. Le pedine vengono “mosse” sullo scacchiere della Giustizia dall’uomo che ha guidato la politica giudiziaria del Pci dal 1980 in poi , da quel Luciano Violante che succederà a Pellegrino alla Presidenza della Commissione parlamentare Antimafia proprio nel 1992 e che imporrà gli interrogatori dei “pentiti di mafia “- come Tommaso Buscetta - secondo un suo personale giudizio, dove resterà fino al 1994, mentre Giancarlo Caselli , altro Magistrato dichiaratamente “di sinistra”, diventa Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo , ormai orfana sia di Falcone che di Borsellino, dal 1993 fino al 1999. Mori, come Subranni, come De Donno, come De Caprio sono il “ROS”, cioè l’Arma dei Carabinieri , che – secondo le supposizioni e le congetture dell’accusa ( secondo capoverso della “Memoria”)- “ hanno condotto e gestito con Totò Riina ogni trattativa in quanto a ciò investiti dal potere politico ( ,Mannino) “. Se venisse meno il coinvolgimento dei ROS, di De Donno, di Mori , di De Caprio , di Subranni verrebbe giù tutta l’architettura dell’inchiesta, per il semplice motivo che – e questa è l’impostazione elaborata dall’accusa – il “potere politico” usava l’Arma per gestire i rapporti con la mafia e per giungere all’accordo scellerato. Ecco perché Mario Mori , dapprima Vice di Subranni e poi direttamente Capo dei ROS, è oggetto ( vorrei usare il termine “ capro espiatorio ” perché lo ritengo più aderente alla realtà dei fatti) di ripetute accuse giudiziarie da parte della Procura di Palermo, mentre riceve anche assoluzioni definitive . E’ accaduto, per esempio, lo scorso 17 luglio 2013 quando il Tribunale di Palermo lo ha definitivamente assolto dall’accusa di aver favorito Bernardo Provenzano evitandone l’arresto nel 1995 in vicinanza del paese di Mezzojuso . L’accusa era di avere favorito la mancata cattura di Provenzano sulla base di un accordo fra Stato e mafia , che avrebbe poi portato all’arresto del capo mafioso stragista Totò Riina. La lettura di questa sentenza sorprende e stupisce, perché il Tribunale si spinge fino a riconoscere che quegli incontri informali fra Mori e De Donno con i boss mafiosi potevano anche essere semplicemente finalizzati ad evitare il protrarsi delle stragi mafiose ed essere quindi meritevoli addirittura di encomio e di plauso. Nel mentre dunque il Tribunale di Palermo rendeva giustizia a Mori circa il presunto mancato arresto di Provenzano, con l’altra mano , il 5 novembre 2012, lo inchiodava alla sua croce ( far parte dei ROS che hanno gestito la trattativa) e ne richiedeva un ulteriore rinvio a giudizio per il reato, stavolta, previsto e punto dall’articolo 338 del codice penale, rinvio ottenuto dal GIP Morosini in data 7 marzo 2013. Che Mori e dunque i ROS debbano essere comunque tenuti sotto schiaffo dalla Procura di Palermo lo rivela un altro episodio di cronaca giudiziaria palermitana, meno noto di altri episodi, che riguarda sempre Mario Mori. Il quale fu anche accusato di non aver perquisito il covo di Totò Riina quel 15 gennaio 1993, quando il boss venne arrestato. Venne contestato a Mori che la mancata perquisizione di quel “ covo” fosse una delle “ condizioni” stabilite con la mafia , per ottenere in cambio l’arresto del sanguinario boss corleonese. Questo processo si è concluso solo dopo la bellezza di tredici anni, quando il 20 gennaio 2006 il Tribunale di Palermo emise la sentenza assolutoria per Mori da quella imputazione. Se si leggono attentamente le motivazioni di questa sentenza ci si avvede che i Giudici palermitani non solo ritenessero “ del tutto mancanti gli elementi di prova che provassero che Mori aveva agito don il “ dolo di favoreggiamento”, ma, addirittura, che negassero che l’obiettivo fosse quello di “intavolare una vera e propria trattativa” con la mafia, quanto quello di “far credere ” all’esistenza di un negoziato in modo da trarne alcune informazioni sulle intenzioni della mafia. Mori dunque come una sineddoche , per indicare tutta l’Arma dei Carabinieri, deve sempre essere accusato di qualche oscuro reato, per far vivere ancora questa inchiesta palermitana. Se metto poi in fila tutti i processi ai quali la Procura di Palermo ha sottoposto Mori e l’Arma non posso non pensare , non posso non “ congetturare” che la Procura di Palermo abbia in animo di accanirsi contro Mario Mori , quasi per ritorsione, in quanto autore di quel dossier famoso su“ mafia e appalti “ , la cui dissennata gestione ( fra il ’91 ed il ’92) e la cui precipitosa ed incomprensibile archiviazione (dell’ottobre del ’92 ) quasi a cadaveri di Falcone e Borsellino ancora caldi, sono una vera inamovibile spina nel fianco nelle responsabilità di quel Tribunale . ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ C’è da rilevare che studiando le motivazioni di diversi processi che sono stati celebrati su questo filone della trattativa fra Stato e Mafia , esse dovrebbero far letteralmente crollare la tesi accusatoria della trattativa nonché quella , parallela a questa, sui così detti “ sistemi criminali” e di cui dirò dopo. Mi riferisco alle due assoluzioni definitive incassate finora da Mario Mori dallo stesso Tribunale di Palermo (mancato arresto di Provenzano nel 1995 con assoluzione nel 2013 e mancata perquisizione del covo di Riina nel 1993 con assoluzione nel 2006 ), alla sentenza della Corte d’Assise di Firenze del 1998 ( sulla strage di Via dei Georgofili) e ad alcune pronunce del Tribunale di Caltanissetta. La motivazione dell’assoluzione di Mario Mori del 17 luglio del 2013 ( per il mancato arresto di Provenzano del 1995) parla di una “ mancanza assoluta di responsabilità di Mario Mori “ per il presunto favoreggiamento a Provenzano a Mezzojuso. La motivazione della sua assoluzione del 20 febbraio 2006 (per la mancata perquisizione del covo di Riina) stabilisce l’assoluta mancanza di ogni elemento di prova per sostenere che Mori abbia agito con il “ dolo di favoreggiamento”. Ma in entrambi i processi l’assunto accusatorio era praticamente identico. La mancata cattura di Bernardo Provenzano del 1995 trovava spiegazione-per l’accusa – nella logica di un accordo fra Stato e Mafia moderata che avrebbe permesso e facilitato la cattura del boss stragista Totò Riina in cambio di una serena latitanza, se non addirittura in una latitanza garantita dalle stesse forze dell’Ordine per Bernardo Provenzano. Così come la mancata perquisizione del covo di Riina del 1993 sarebbe stata ( per l’accusa) una delle condizioni stabilite dal patto fra Stato e Mafia in cambio della cattura del sanguinario boss corleonese. A sua volta la Corte d’Assise di Firenze , nelle motivazioni della sentenza del 1998 sulla strage di Via dei Georgofili mentre afferma che “…l’iniziativa dei Carabinieri aveva tutta l’apparenza di una trattativa …..non importa con quali intenzioni formulata……”nella sostanza, poi, non afferma affatto che una trattativa c’è stata, ma soltanto che l’iniziativa dei Carabinieri “non poteva non avere” tutte le “ parvenze “ di una trattativa sopra tutto dal punto di vista dei boss mafiosi interessati da Ciancimino. ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ Fine terza parte

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