Gaetano Immè

Gaetano Immè

domenica 25 maggio 2014

TRATTATIVA STATO - MAFIA - OTTAVA PARTE 6. Lo strano ricorso all’articolo 338 del c.p. 6a L’omicidio di Salvo Lima “ Quella Procura e quei Magistrati” hanno deciso di invocare l’articolo 338 del codice penale, che recita” chiunque usa violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario ,,,,,,per impedirne , in tutto o in parte, anche temporaneamente, o per turbarne comunque l’attività, è punito con la reclusione da uno a sette anni”. E in quale modo, un reato di questo genere, sarebbe stato commesso in occasione della trattativa? La rilettura della “ Memoria” depositata dalla pubblica accusa il 5 novembre 2012 è illuminante a tale proposito. Significativo è il fatto che “ quella Procura” prima di svelare che quell’addebito penale ha per oggetto “ precise e specifiche condotte di reato realizzate nell’ambito della trattativa” ( testuale dalla memoria dell’accusa) dei soggetti incriminati, si lascia precedere da una preliminare puntualizzazione che pare, ad un primo impatto, quanto meno “inutile”, quando l’accusa scrive :” il presente procedimento non ha per oggetto in senso stretto la trattativa. Nessuno è imputato per il solo fatto di aver trattato…….”. Se anche i neonati sanno bene che non esiste un reato di trattativa, se dunque in punto di diritto quella premessa diventa inutile e superflua, per quale motivo “ quei Magistrati” hanno ritenuto di doverla comunque scrivere e scrivere “ prima” di esplicitare il reato al quale si sarebbero appellati? Lo scopo è evidente e capirlo fa sorridere per un poco di compassione nei confronti di “ quei magistrati”, compassione che comunque lascia immediatamente il campo ad una durissima riprovazione non solo etica ma anche professionale . E’ veramente infantile e riprovevole come “ quei Magistrati” sentano l’urgenza e la necessità di inserire nella memoria una argomentazione tanto estranea ed in conferente al reato successivamente esplicitato, al solo fine di indurre in equivoco tanta gente comune e dunque cercare consenso laddove dovrebbe invece regnare la logica giudiziaria. Dico francamente: una miseria morale. E quali sarebbero, vengo al punto, “ queste condotte”? “Quei Magistrati” scrivono nella loro “Memoria” che quelle condotte sono “quelle condotte”, violente, stragiste che , realizzate in tempi diversi, hanno determinato gli eventi omicidiari e stragistici del terribile biennio 92/93. Condotte lette come segmenti diversi di un identico disegno criminale, condiviso da tutti i concorrenti, le quali, oltre a risultare punibili a titolo di omicidio o strage , si presterebbero, secondo “ quei Magistrati “, ad integrare anche il reato previsto e punto dall’articolo 338 c.p. perché rappresenterebbero minacce finalizzate ad imporre al governo italiano l’accettazione di una trattativa . E, per la pubblica accusa, l’inizio di questa strategia criminale , sarebbe l’omicidio di Salvo Lima, del marzo del ’92. Ora, se contestualizziamo l’omicidio di Salvo Lima, l’uomo di Andreotti in Sicilia e dunque presumibilmente ( ma con la persuasività che la storia e gli eventi dei quaranta anni precedenti elargivano a piene mani) anche la persona di riferimento che avrebbe dovuto garantire “ gli aggiustamenti “ dei processi ai mafiosi perché proseguisse la intoccabile “ impunità mafiosa” che la Magistratura – oltre la politica – aveva assicurato e garantito alla mafia dal 1945 in poi, se teniamo conto che Lima venne freddato nel marzo del 92 a pochi mesi di distanza dal verdetto definitivo della Cassazione che confermava le esemplari pene e condanne ottenute, per la prima volta nella storia, da Falcone e da Borsellino contro i mafiosi ( la sentenza definitiva in quel maxi processo è del 30 gennaio del 1992 e dunque appena un mese e mezzo prima dell’omicidio di Salvo Lima), se teniamo presenti gli omicidi successivi, riesce praticamente impossibile , illogico e inusuale dare all’episodio omicidiario una valenza di fatto prodromico di una strategia del terrore futura tendente a piegare lo Stato mediante la prospettazione di futuri omicidi di altri politici , come si ostina a fare “ quella Procura”. Perché è la logica mafiosa a scolpire sulla tomba di Salvo Lima: ucciso perché non ha saputo più garantirci l’impunità. Firmato: la mafia. 6b. Il “papello” Secondo l’impostazione accusatoria di “ quella Procura”, un altro momento , qualificato di “ minaccia espressa” ( usato in senso contrappositivo alla “ minaccia implicita” che sarebbe rappresentata dal delitto Lima ) al Governo italiano, sarebbe rappresentato dalla predisposizione e dalla consegna del così detto “papello”. Un foglio che conterrebbe le richieste dei “ benefits” che il Governo italiano avrebbe dovuto concedere alla mafia in cambio della sospensione degli attacchi stragistici. Leggo, da quanto esprime la pubblica accusa nella “Memoria”, che più che la sua materiale estensione, sarebbe proprio l’atto “ dell’inoltro del papello” a rappresentare ( testuale, dalla “ Memoria”) “ un ulteriore momento esecutivo della condotta tipica” ( prevista e punita dall’articolo 338 del c.p., n.d.r.). C’è una evidente illogicità in tutto questo, che mi lascia stupefatto e che cerco di mettere in evidenza. Se sappiamo – e più volte lo affermano gli stessi magistrati palermitani – che una trattativa è priva di qualsiasi rilievo penale; se una “trattativa” presuppone uno scambio di comunicazione fra le due parti ( che sia mirato ad appurare le rispettive condizioni della stipulando intesa) , qualcuno può spiegarmi come sia possibile che il solo “ inoltro del papello” possa costituire, di per sé stesso, una “ minaccia penalmente rilevante”? 6c. Avevano quelle minacce la valenza di incidere sul funzionamento del Governo? Leggo nella “memoria” dei magistrati palermitani che, pur essendo “ direttamente” destinate specificamente ad Andreotti ed a Mannino , e cioè, il Presidente del Consiglio ed il Ministro per gli interventi nel Mezzogiorno nonché, il Calogero Mannino, anche successiva vittima ormai designata della mafia , “il Governo” , quale “ organo collegiale”, assumerebbe la funzione di “ destinatario indiretto” di quelle minacce. Che la disposizione dell’articolo 338 del c.p. si applichi anche se vengono minacciati alcuni dei plurimi componenti di un organo collegiale era pacifico, la sua esplicita esposizione pare pletorica e pleonastica. Ma esiste altra “ conditio sine qua non” che occorre verificare perché eventuali minacce a singoli componenti di un organo collegiale integrino la fattispecie criminosa disegnata dal legislatore nell’articolo 338 del c.p. e cioè se la violenza o la minaccia abbiano avuto la capacità di incidere sul funzionamento dell’organo collegiale. In altre e più semplici parole: esiste la prova inequivocabile che la mafia volesse minacciare “ l’organo collegiale del Governo”? Nella “ memoria” della pubblica accusa non ve ne è traccia. E se anche – soprassedendo alle criticità della “posizione giudiziaria” di Calogero Mannino che recita “ due parti in commedia” nella miglior tradizione pirandelliana ( e cioè Mannino sarebbe sia “ vittima” delle minacce mafiose rilevanti ex articolo 338 c.p. nonché “ concorrente” ( ex articolo 110 e segg. c.p.) nel reato di “minaccia o violenza al governo”) – seguissi la pubblica accusa, che delinea , sul punto, la “punibilità a titolo di concorrente ” analogamente a colui che concorre in una estorsione (chi trasmette alla vittima le richieste dell’estorsore concorre nel reato di estorsione ) e dunque ammettere l’equivalenza criminale con colui che abbia trasmesso al Governo le richieste minacciose della mafia , dove starebbe la dimostrazione, richiesta ad substantiam, che gli intermediari non mafiosi (Mannino, ecc.) agissero per favorire la mafia e non invece con la volontà di arginare lo stragismo mafioso , così come – vista l’analogia proseguiamo nella stessa – il concorrente esterno dell’estorsore normalmente condivide l’obiettivo criminoso perseguito da costui? 6d. Perché invocare l’articolo 338 c.p. e non il più adatto articolo 289 c.p.? L’articolo 338 c.p. si riferisce “ un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o ad una rappresentanza di esso , o ad una qualsiasi pubblica Autorità costituita in collegio…..”. La “ memoria “ di “ quella Procura” dunque cerca di far rientrare un “organo costituzionale”, come il Governo, quale “ corpo politico” e come tale riportato nel testo dell’articolo 338 c.p. Un tentativo semplicemente assurdo e delirante, visto che lo stesso legislatore ha tenuto a precisare che alla fattispecie degli “ organi costituzionali” è dedicato l’articolo 289 c.p. con la sua particolare disciplina atta, appunto, ad un organo costituzionale, mentre il richiamato articolo 388 del c.p. non può che applicarsi ad organi che non rivestano la qualifica di “ costituzionale”. Stupisco sempre di più e mi chiedo: per quali finora misteriose ( ma non tanto) ragioni “quella Procura”commette e persiste in un simile macroscopico errore giudiziario nel pretendere di trattare un governo della repubblica come un consiglio comunale? Fine dell’ottava parte

Nessun commento:

Posta un commento