Gaetano Immè

Gaetano Immè

sabato 24 maggio 2014

TRATTATIVA STATO - MAFIA SETTIMA PARTE Proverò a dare quelle risposte prima invocate. Ora torniamo alla questione. Davanti a quello sfacelo, con le forze dell’ordine sul punto di sfaldarsi anch’esse, i Carabinieri del Ros trovarono la forza di reagire, in nome di quei cadaveri, di Dalla Chiesa, di Falcone, di Borsellino, delle scorte, ebbero uno scatto di dignità: reagire alla violenza stragista mafiosa come non mai, per far vedere che l’Italia era viva, bisognava reagire per sopravvivere. Fu in questo clima da guerra calda che ,come testimonia il Generale Mori, i Ros , nella loro solitudine palermitana, decisero di cercare fonti informative più qualificate e rapide – che non i soliti infiltrati – che fornissero informazioni importanti. “Fu così – scrive Mori – che cercammo un contatto con Vito Ciancimino . Mi avvalsi delle mie facoltà di ufficiale di polizia giudiziaria e così decisi di non comunicare alla Procura di Palermo ( a “ quella Procura” n.d.r.) che stavamo tentando di acquisire Vito Ciancimino come fonte. Ero convinto che non tutti i pubblici Ministeri di Palermo fossero decisi a combattere Cosa Nostra. O, almeno, che non tutti fossero decisi ad affondare il bisturi nel bubbone, il rapporto tra la mafia ed il mondo politico ed economico. Per questo motivo non lo feci. Ed anzi, creai una unità da impegnare esclusivamente nella ricerca e nella cattura dei boss mafiosi. Prima di tutti il capo dei capi. Totò Riina.” Era Luglio 1992. Ma senza l’intromissione di “ quella Procura”, guarda caso, il 15 gennaio del 1993 viene assestato un colpo mortale alla mafia :l’arresto di Totò Riina , da parte proprio dei Ros. Non sarebbe forse un’iniziativa meritevole di encomio questa reazione dei Ros davanti a quella situazione di sfacelo e di immobilismo delle forze dell’Ordine e della Procura ? E poi bisogna anche puntualizzare che la decisione dei Ros fu certamente quella “ di non comunicare nulla di quella iniziativa” , ma a “ quella Procura”, visti i sabotaggi già subìti da “ quella Procura” , ma non certo di nascondere alcunché. Perché da un lato il Generale Mori incaricò il capitano Ultimo ( De Caprio) di tenere i rapporti con i Magistrati e dall’altro tennero informati degli sviluppi anche altre fonti istituzionali della Magistratura, come la Dottoressa Liliana Ferraro, che era subentrata a Falcone nella Direzione affari penali del Ministero. E non smentiscono forse , questi contatti informativi dei Ros con la Magistratura, clamorosamente anche l’assunto accusatorio di un negoziato finalizzato a scopi scellerati e criminali come quello di soddisfare la mafia? Quando si è mai assistito al compimento di un atto delittuoso di tale portata che viene, però, portato a conoscenza della Magistratura? 4. Se la tesi della pubblica accusa fosse vera…. Quali conseguenze giuridiche deriverebbero se la tesi dell’accusa fosse valida e cioè se il Generale Mori ed i Ros fossero stati dei veri e propri intermediari di una vera e propria trattativa con la mafia? Non dobbiamo dimenticare che secondo la suggestiva impalcatura della pubblica accusa sarebbero intervenuti in questa “ criminale trattativa” ben altri personaggi, forse mediatori, forse con altre figure e comunque non solo Mori, Subranni e De Donno. L’accusa sostiene che fecero parte della “trattativa” a vario titolo ( si, ma quale?) l’ex capo della Polizia, il defunto Vincenzo Parisi, un alto Magistrato, tale Dr Francesco Di Maggio ( vice capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, oggi anch’esso defunto), l’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro ( anch’esso oggi defunto) il quale avrebbe “sospinto” il Presidente del Consiglio Giuliano Amato a sostituire Martelli ( Giustizia) con un più “ malleabile” Conso e Vincenzo Scotti al Ministero degli Interni col più “disponibile” Nicola Mancino, insomma tutta gente che, insieme a Mori, Subranni e De Donno sarebbe stata ben disponibile ad una trattativa con la mafia. E allora si sarebbe davvero trattato di un vero negoziato censurabile da un punto di vista etico – politico ma anche perseguibile dalla Magistratura? Intanto un’osservazione sorge spontanea: ma il fatto che si siano mossi non solo Mori o Subranni o De Donno ma anche tutte quelle istituzioni (Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, Ministri vari, autorità giudiziarie, ecc) , in un quadro temporale che succede agli stragismi siciliani ai danni di Falcone e di Borsellino, ma non conduce direttamene, ogni mente libera da qualsiasi preconcetto e pregiudizio, a vedere in quelle mosse una strategia statale per arginare lo stragismo mafioso ? E la determinazione, che Conso giura ( sua interrogazione alla Commissione antimafia) di aver assunto in “piena solitudine”, di attenuare i rigori, fra l’altro esecrabili ( dal punto di vista dei diritti umani) , del carcere duro del 41-bis ( per circa 200 soggetti ma di secondo e terzo livello, non certo per alcun boss mafioso) non appare più come una misura più diretta ad un immediato fine difensivo che non ad un duraturo nuovo patto criminale con la mafia? 4a La costituzionale “ divisione dei poteri”. L’affermazione è di carattere addirittura elementare: la salvaguardia del bene comune , della sicurezza pubblica, compete senza ombra di dubbio al potere esecutivo ed alle forze dell’ordine senza che sia necessaria una previa autorizzazione o assenso dell’ordine della Magistratura. Un elementare principio costituzione. Ed ancora: può ed in che misura il perseguimento di quell’obiettivo salvifico autorizzare e giustificare deroghe al principio in base al quale in uno Stato di Diritto è imprescindibile il rispetto di ogni legge ( principio della legalità)? Sono domande che riportano alla mente tragedie italiane, come quella di Aldo Moro, con le falangi di “ intransigenti” e quelle dei “ trattativisti”, dal cui scontro derivò, inutile girarci intorno con le discussioni, piaccia o meno, il cadavere trucidato di Aldo Moro e la precipitosa ritirata verso lo stalinismo assai poco onorevole e dignitosa , molto disgustosa,di Enrico Berlinguer e del Pci. In situazioni di cogente pericolo pubblico, lo “ stato di necessità” legittima , secondo anche una prevalente , ma non dominante, dottrina giuridica ( sia detto ad onor del vero) e giustifica eventuali azioni oltre la legge ma ad una sola ed imprescindibile condizione: che tutto sia diretto alla salvaguardia del “ bene di rango prevalente”. Così davanti ad una situazione necessitante di violenza e pericolo per la vita dei cittadini, il suddetto principio impone agli organi preposti all’ordine pubblico di determinare, sotto la loro responsabilità giuridica e politica, i mezzi ritenuti più adeguati al perseguimento del fine . Non può non lasciare stupefatti , sbigottiti, scoraggiati, delusi e desolati il constatare come il “pregiudiziale” approccio ai fatti da parte dei Magistrati di “ quella Procura” abbia loro incredibilmente precluso il dovere deontologico di tenere conto di un principio così elementare e basilare dello stato di diritto qual è quello della divisione dei poteri. Ma questo è il frutto velenoso del pregiudizio politico di “ quella Procura” e di “ quei Magistrati” che , sulla base della loro suggestione ideologica, confondono e mescolano col piano giudiziario un piano etico –politico che nulla ha a che spartire con la giurisdizione. Una collisione o confusione che avviene solo negli stati etici, cioè nelle teocrazie e nei regimi tirannici religiosi. 4b. “Il cedimento, seppur parziale, dello Stato”, evidenziato nella Memoria . Le parole sono pietre e quelle dei magistrati palermitani sono macigni, scagliati per lapidare i creduloni. Quella frase “ il cedimento, seppur parziale, dello Stato” poi, è una catastrofe. Quelle parole vogliono in primo luogo suscitare lo sdegno popolare contro quell’accordo criminale fra una banda di presunti delinquenti con i boss della mafia, accordo criminale che esiste però solo nella suggestione di “ quei magistrati” ; ed, in secondo luogo, per veicolare a proprio favore il livoroso e facile consenso da parte dei più sprovveduti. Dicevano gli anacoreti della Tebaide “ vana vanadici fictio” per stigmatizzare come un bugiardo continui a mentire per strappare consenso, per salvarsi dall’ignominia . Significa parlare al ventre ed alle budella di persone incapaci di ragionar con la propria mente , per incitarle ed indurle ad una eversione che torni favorevole ai mestatori. E quale sarebbe dunque questo così sbandierato e così implementato di oscure trame “ cedimento, seppur parziale, dello Stato”? Non conosco altro se non i circa trecento provvedimenti, assunti dal Ministro Conso, di ammorbidimento dei rigori del 41-bis a favore di circa trecento personaggi mafiosi di secondo e terzo livello, mai dei boss. Non risultano, agli atti, altre concessioni. E dunque, che diavolo sarebbe successo? Tutta questa tragedia, stragi, attentati, cadaveri eccellenti , Italia in pericolo di eversione e poi? Tutto ridotto al modico prezzo di trecento concessioni di revoca del 41 – bis? Cos’è una presa per i fondelli, stiamo su “ scherzi a parte” o “ la montagna ha partorito un topolino”? Per dribblare anche questa ennesima falla, ci voleva qualcosa contro Conso. Il Ministro di Giustizia che ha sempre sostenuto di aver assunto le decisioni sulle revoche del 41 bis in piena autonomia . Si imputa, allora, a Conso, non l’aver assunto quelle decisioni sul 41 bis – avendone legittimamente i poteri per costituzione - ma per altro assunto: quello di aver nascosto , di aver sempre negato la vera genesi di quei provvedimenti. Conso avrebbe deciso quei provvedimenti, ipotizzano i magistrati, perché indotto a farlo ed indotto a tacerne. Lo si “presuppone”, sia chiaro, non lo si prova affatto ma il GIP siciliano Morosini concede lo stesso il via libera al procedimento ; Conso viene così incriminato, ma solo per “ false informazioni al Pubblico Ministero”, non certo per il reato p. e p. dall’art. 338 del c.p. La dipartita di molti degli attori di questa vicenda ( Scalfaro, Parisi, ecc.) non consentirà di ottenere dal dibattimento quelle prove certe, precise e concordanti oltre ogni ragionevole dubbio , che autorizzerebbero a ritenere quanto meno una “ verità processuale”, se non reale, la tesi della pubblica accusa che Conso, cioè, avrebbe mentito sulle origini delle sue concessioni sul 41 – bis. Ma se Conso aveva i poteri per assumere quelle decisioni, se pure le abbia condivise con altri terminali istituzionali ( cito Scalfaro, Parisi, Capriotti, Di Maggio, Mori, alcuni cappellani penitenziari, ecc.) quelle decisioni non perdono certo la loro piena legittimità, anzi da un certo punto di vista , diciamo, “ umanitario” ne acquistano dosi notevoli. Si ritorna al punto di partenza: la supponenza di “ quei magistrati palermitani” è sconvolgente perché pretende di identificare come autorità unica della lotta alla mafia l’autorità giudiziaria, squalificando e bollando aprioristicamente ogni altra pur legittima iniziativa come una indebita , illecita ed inopportuna interferenza. Un vero e puro delirio di inesistente e vanesio “ magistrato centrismo”. 5. Ma la Procura di Palermo è veramente competente per questo processo???? Falcone, Borsellino furono trucidati a Palermo, ma , per effetto di una specifica regola processuale, sulla quale è inutile soffermarmi, per i casi di Falcone e per quello di Borsellino la competenza è ( non “ sarebbe”, “è”) della Procura di Caltanissetta. Altre stragi a Roma, altre a Firenze, altre a Milano. Dunque il Tribunale di Palermo non ha alcuna competenza per procedere al processo. Così, pur di tenersi stretta quella procedura ( e perché mai? Chissà quali saranno i veri motivi di questa strassante strategia di ormai ventennale prepotenza giudiziaria ? ) i Magistrati palermitani hanno dovuto tralasciare di procedere per i reati di “ strage” perché codesti reati determinavano una diversa giurisdizione, appunto. E, per restare “ dominus “ dell’inchiesta, per gestirla a proprio piacimento, per sfruttarne la medianicità e per usufruire del consenso politico che ne sarebbe derivato ( vedi Ingroia, vedi i libri pubblicati da tanti magistrati, da Travaglio, ecc) i Magistrati di “quella Procura” sono ricorsi al “ delitto di minaccia o violenza ad un corpo politico dello Stato “ per tenere uniti, da questo unico addebito penale , boss mafiosi ( Riina, Provenzano, Brusca, ecc), esponenti politici ( Mannino, Dell’Utri), ufficiali dei Carabinieri ( Mori, Subranni, De Donno). Tutti costoro avrebbero concorso a turbare la regolare attività del Governo italiano , con minacce consistite nel prospettare la commissioni di ulteriori omicidi e di ulteriori stragi usati come mezzi di coercizione e di pressione , per indurlo a patteggiare con la mafia. Ma allora se la minaccia era diretta contro il Governo italiano, che ha sede a Roma, non è forse il Tribunale di Roma quello competente ? Sostennero allora “ quei Magistrati” che la prima minaccia mafiosa sarebbe l’uccisione , nel marzo del ’92 a Palermo, di Salvo Lima e che quel giudizio spetta dunque “ per connessione” alla competenza palermitana. Ma poiché quella reclamata “ connessione”( dell’omicidio di Lima con la trattativa stato – mafia” ) è venuta meno a causa dell’avvenuta separazione del procedimento sull’omicidio di Lima da quello sulla trattativa, come fa “ quel Tribunale e quella Procura” a insistere su una competenza sua esclusiva? Fine settima parte

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