Gaetano Immè

Gaetano Immè

domenica 11 maggio 2014

TRATTATIVA: UN TERMINE CHE PRODUCE FRAINTENDIMENTI E DOPPIE E TRIPLE VERITA’. Altro vero e proprio “ baratro della ragione” sta poi nella “ scelta” del termine “ trattativa” operata fin dall’origine di questo più che ventennale procedimento penale dai Magistrati palermitani per caratterizzare mediaticamente questi processi. Se andiamo poi a vedere come effettivamente stanno le “imputazioni giudiziarie “ dei personaggi coinvolti – per nessuno dei quali troviamo una imputazione che sia diretta e connessa col termine “ trattativa” in quanto ovviamente non esiste alcun reato di trattativa – troviamo reati diversi. Per Mancino, per esempio, troviamo il reato di “ falsa testimonianza”. Per Mario Mori troviamo, dapprima, nel 1993, un’accusa di “ favoreggiamento di Cosa nostra ” in concorso con De Caprio - per aver ritardato la perquisizione del "covo" di Salvatore Riina catturato il 15 gennaio di quell’anno (art. 378 c.p.)- reato rispetto al quale poi, con sentenza definitiva dell’11 luglio 2006 e non appellata dalla Procura di Palermo, la Magistratura ha stabilito la totale estraneità di De Caprio e di Mori.; si prosegue, nel 1995, con l'accusa a Mori di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano, impedendone la cattura , reato dal quale Mori è stato poi assolto , il 17 luglio 2013, dal Tribunale di Palermo e si finisce con questo ulteriore rinvio a giudizio per i reati di “ concorso esterno in associazione mafiosa “ (art. 416 bis c.p.) e di “ violenza o minaccia a corpo politico dello Stato.’( art. 338 c.p..) Per tutti gli altri troviamo l’accusa del reato previsto e punito dall’articolo 338 del codice penale . Ben poco o quasi nulla, dunque, hanno a che vedere i reati concretamente contestati agli imputati con il termine “trattativa” il quale, peraltro assume nella lingua italiana, il significato di un’attività propedeutica al raggiungimento di un determinato scopo o fine. Orbene, attribuire, come fanno i Magistrati palermitani , una generale ed assoluta inaccettabilità etico – politica ad ogni possibile trattativa fra Stato e mafia ( uso le parole dello stesso Ingroia ) è la prima di quelle “letture forzate”, di quegli “ stravolgimenti di realtà” che rendono assolutamente indisponente questa “memoria” . Non voglio deviare il filo del mio discorso dalla logica giudiziaria che lo guida, col rischio di disperdere l’attenzione nelle tante, plurime trattative fra Stato e mafia , sia per l’ Unità, come per la liberazione dal nazifascismo , come per il teatrino del caso del Bandito Giuliano, come per quello del caso Moro, come per il “ Lodo Moro” ecc., deriva che riaprirebbe in questa sede l’interessante dibattito storico sulla “ tributarietà” dello Stato italiano alla malavita mafiosa siciliana e camorristica , quasi aprendo volontariamente uno scivolo verso l’ignobile ma salvifico “ così tutti hanno sempre fatto ” . Io credo che la scelta del termine “trattativa” sia servito alla Magistratura di Palermo ed alla Magistratura nel suo complesso, per tracimare dai suoi argini costituzionali, per impancarsi su una inesistente cattedra , alla cui titolarità essa peraltro non è legittimata da alcuna disposizione della Carta né da alcuna legge , pretendendo così di assurgere al Magistero di rappresentate istituzionale dell’indignazione sociale scatenata dal terrorismo mafioso di quegli anni che tanto costò, anche in vite umane ed anche allo stesso ordine e che proprio l’uso di quel termine, “trattativa”, lascia evocare o suggerire. Una “ lamentela ” che posso anche condividere ma, sia detto con estrema franchezza, dallo stampo molto corporativo e fascista , identico alle tante altre similari doglianze vittimistiche (vuoi dei Carabinieri o vuoi della Polizia) verso le quali, invece, questa stessa Magistratura non intende concedere nemmeno un briciolo di quella “ comprensione” o “ benevolenza” che essa pretende per se stessa. Ma che a lungo andare, ed ormai siamo sulla soglia dei ventiquattro anni, un quarto di secolo, suvvia, si scopre per essere quello che realmente esso è: lo sfruttamento più inverecondo di tanti cadaveri di magistrati e di carabinieri , come Falcone, come Borsellino, come Dalla Chiesa ,ecc. usati come veniva usati i sacchetti di sabbia nelle trincee del ’18 , come cadaveri eccellenti da esibire come sudari umani da opporre alle avverse argomentazioni . Usare i cadaveri per ripararsi, vuoi dalle pallottole che dalle critiche , è un reato, un crimine. Non a caso qualche riga fa ho usato il termine “ indisponente” per indicare il mio stato d’animo nel procedere nello studio di questa “memoria” dei Magistrati palermitani, i quali hanno deliberatamente e coscientemente prescelto questo termine esibendolo come una propria bandiera, proprio perché – eccolo il punto cruciale – sul piano della comunicazione mediatica , sia diretta che su quella “indotta ( eccolo l’effetto “convincimento di Goebbels” ) specie se affibbiato ad un procedimento penale, visto che quel termine, vago, generico, di per se stesso inquietante, risulta capace di evocare scenari oscuri, complotti indicibili e nascosti, di produrre, suscitare e veicolare nell’opinione pubblica il profondo biasimo morale che merita ogni spregevole e vile compromesso. Un simile procedere da parte di Magistrati penali , che all’uopo sfruttano la loro aura di autorevolezza che discenderebbe dal loro ruolo di “ sommi applicatori della legge”, per far cadere il comune cittadino, il famoso e ben noto “ buon padre di famiglia”, nella più totale indifferenza verso ogni più elementare base del diritto penale ( la specificità della o delle accuse personali mosse ) ha lo scopo evidente di usare l’ovvia riprovazione morale che il termine “ trattativa” così usato lascia immaginare per veicolare un consenso di tipo etico, morale, irrazionale, viscerale e dunque , in ultima analisi, per abbindolare lo sprovveduto “ buon padre di famiglia” il quale, travolto da una pessima informazione viene indotto in un fraintendimento colossale: che “trattativa” sia sinonimo di “ reato”. Non a caso l’ultimo libro di Travaglio, dal titolo che evoca chissà quali segreti di Stato - “ E’ STATO LA MAFIA” - ha , per di più, come sottotitolo, un ammiccante e squisitamente goebbeliano : “ tutto quello che non vogliono farci sapere sulla trattativa e sulla resa dei boss delle stragi”. Mi sto muovendo in una “ enclave intellettuale” – magistrati alla Ingroia, alla Spataro, alla Scarpinato, alla Piergiorgio Morosini ed alla Di Matteo , scrittori alla Travaglio, organi di stampa come “Il Fatto Quotidiano” ed una parte di società fideisticamente ad essi devota – che non procede con la necessaria chiarezza e trasparenza che un processo penale meriterebbe . Un Magistrato importante in questo processo, come Morosini, addirittura il G.I.P. di Palermo che accoglie le richieste della “ Memoria” dei P.M. e rinvia a giudizio gli imputati, per esempio, enfatizza , nel suo pur apprezzabile “ Attentato alla giustizia. Magistrati , mafie, impunità” ( Rubbettino, 2011)la sua posizione intellettuale e culturale , conferma il suo “ taciuto conflitto di interessi” , conferma il suo “ inconciliabile ed inammissibile pre – giudizio” con quelle sue frasi : “ le trattative oscure tra cosche e pezzi dello Stato non sono una novità del XX secolo.........Nell’estate del 1992 l’Italia è sotto choc…… Mani pulite sta spazzando via la classe politica corrotta……….L’Italia sembra soccombere davanti alla furia della mafia corleonese……”. Ma che razza di “ valida terzietà” può avere il “ rinvio a giudizio” degli imputati di un GIP che già in epoca precedente al semplice deposito della “ Memoria d’accusa ” presso la sua Cancelleria ( deposito che avviene nel 2012) già dichiara al riguardo il suo pre – giudizio e le sue conclusioni? Se poi ampliamo il panorama giudiziario sulla “ trattativa” e da Palermo ci spingiamo fino a Caltanissetta ed a Firenze, Procure interessate perché luoghi di commissione di taluni reati, troviamo sempre un comune denominatore nelle decisioni dei rispettivi Tribunali. Che vi siano stati contatti informali fra il Generale Mori ed il Capitano De Donno , dei Carabinieri, con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino , mediati e veicolati dal figlio di Vito, Massimo Ciancimino è cosa nota e sicura. Ma presumere che questi contatti informali fossero motivati più che dalla doverosa ed istituzionale ricerca di bloccare la prosecuzione delle stragi mafiose del 92/93 dal proposito di stipulare compromessi ed accordi illeciti con Cosa Nostra , è una pura congettura . Tanto che solo nel 1998 con la sentenza della Corte d’Assise di Firenze , competente per gli attentati a Via dei Georgofili, per la prima volta si legge una simile interpretazione dei fatti. Ma, studiando bene quella sentenza fiorentina, è facile constatare come quella Corte non stabilisce affatto che quegli informali contatti costituirono una “ trattativa”, ma solo che “l’iniziativa dei Carabinieri (Mori, De Donno) non poteva non avere , agli occhi dei boss mafiosi interpellati da Ciancimino Vito , le parvenze di una “trattativa””. Non una prova dunque, solo una congettura , mai provata giudiziariamente, dei magistrati fiorentini. Tanto che la stessa Procura fiorentina non ritenne di dover procedere contro gli ufficiali dei carabinieri. Dobbiamo così prendere atto che ben due Procure, quella appunto di Firenze e quella di Caltanissetta – anch’essa impegnata nei processi sulle stragi mafiose del 92/93 – tengono comportamenti diversi ed opposti ed assumono di conseguenza decisioni del tutto opposte a quelle dei Magistrati di Palermo. Come se esistessero due o più verità processuali. Per diradare ogni nebbiolina da questo proposito e rivelare il motivo di fondo di queste due apparenti verità giudiziarie ( quella di Palermo e quella sia di Firenze che di Caltanissetta) devo risalire alle dichiarazioni rese da Massimo Ciancimino a partire dal 2007, quando iniziò la sua collaborazione di “ pentito” con la Procura di Palermo sul caso in questione. Costui , è noto, non ha reso le sue dichiarazioni entro un limite temporale come previsto dalla legge, ma le ha rese, diciamo, man mano, in senso, diciamo, “ progressivo”. Massimo Ciancimino iniziò le sue confessioni con una intervista concessa a “Panorama” nel dicembre del 2007 per poi continuare in un crescendo rossiniano di confessioni e di disvelamenti di fatti nel corso di varie udienze presso il Tribunale di Palermo. Come “ collaboratore di Giustizia”, Ciancimino jr ha svelato che la “ trattativa” condotta dal padre Vito nell’estate del 1992 si era sviluppata su due piani: un piano, già noto, consistente nei colloqui intercorsi fra Vito Ciancimino e gli Ufficiali dei Carabinieri ( Mori e De Donno) e su altro piano, un piano precedentemente ignorato, condotto sempre da Vito Ciancimino ma con un tale “ signor Franco” ( o anche “ signor Carlo”), un soggetto che, a dire di Massimo Ciancimino, sarebbe appartenuto ai “ servizi segreti italiani”. Ma questo personaggio non è stato mai identificato a causa dello schizofrenico e contraddittorio comportamento processuale e testimoniale di Massimo Ciancimino il quale nel tentativo di identificare quel fantomatico personaggio ha sostenuto una serie di vere nefandezze e di pure oscenità, tanto da procurarsi anche una condanna per diffamazione da Gianni De Gennaro, ex funzionario di Polizie e fidato collaboratore di Falcone, che Massimo Ciancimino ebbe la incosciente sfrontatezza di indicare come il “ signor Franco”. Tutto sta dunque nel diverso ed opposto orientamento delle tre Procure (Palermo, Caltanissetta e Firenze) sulla affidabilità e sulla credibilità di questo collaboratore di Giustizia, di Massimo Ciancimino. Al contrario dei Magistrati palermitani, quelli nisseni dalla serie di altalenanti ed estremamente contraddittorie dichiarazioni di Ciancimino Jr , hanno tratto il convincimento di una intrinseca inattendibilità di Massimo Ciancimino, ma un convincimento talmente assimilato e metabolizzato da spingere la Procura nissena a sostenere che Ciancimino Jr, dietro l’apparente volontà di dare un contributo all’accertamento della verità , nascondesse invece il disegno, questo sì criminoso, di mettere in salvo il proprio patrimonio frutto dell’eredità criminale del padre Vito. Fine della seconda puntata

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