Gaetano Immè

Gaetano Immè

giovedì 4 dicembre 2014

PEARL HARBOR , UN EVENTO CHE HA CAMBIATO L’ITALIA. Domenica prossima, 7 dicembre, cade il 73° anniversario di un evento che ha cambiato la storia dell’Italia: l’attacco giapponese alle isole Hawaii alla base navale di Pearl Harbor, un porto militare che si trova nell'isola hawaiana di Oahu e più precisamente nella Contea di Honolulu. Quell’attacco giapponese sferrato contro le navi americane alla fonda, evento storico che segnò praticamente l’entrata in guerra degli Usa, inferse un colpo micidiale alla proverbiale supponenza americana. I servizi segreti navali si allertarono ma poi, quando appena due mesi dopo, nel febbraio del 1942 , un transatlantico francese, il “ Normandie” , alla fonda nel porto di New York per essere riparato, inspiegabilmente prese fuoco, l’America scoprì il timore di un attacco nemico dal mare , la paura che anche le sue coste, che anche i suoi porti – e specialmente quello, nevralgico e simbolico, di New York - potessero subire proditori attacchi nemici e la storia del mondo subì una svolta storica. Questi eventi vennero alla luce grazie ad una serie di articoli che un giornalista americano, tale S. Bohem, pubblicò, a decorrere dal 28 settembre del 1943 sul famoso “ New York Journal” ( il titolo dell’inchiesta era il significativo “ Murder, Inc, Now Army Top Sergeant” vale a dire “ un killer professionale è oggi Sergente Maggiore della Marina Militare americana”). L’attacco giapponese a Pearl Harbor e l’incendio del “ Normandie” gettarono nel panico i servizi segreti navali americani i quali, a quel pinto, decisero, tramite alcuni personaggi assai ben identificati ( si tratta dello Stato Maggiore del NIS, il servizio segreto americano navale,“ Naval Intelligence Service” e cioè il Cap Mc Fall, il Cap Haffenden, il Procuratore distrettuale di New York Mr. Frank S. Hogan, il suo sostituto Mr. Murray Gurfein) che per prevenire ogni possibile attacco al porto di New York sarebbe bastato un accordo con chi quel porto controllava, cioè con la mafia italo – americana. Serviva avere l’assoluto controllo dei movimenti sulle banchine, proteggere gli informatori, gestire gli infiltrati, identificare i supposti ed i probabili sabotatori e, se del caso, anche saperli mettere rapidamente e silenziosamente in condizione di non nuocere. In quegli anni il porto di New York era letteralmente dominato e minuziosamente controllato dall’ILA, il sindacato degli scaricatori , organizzazione che era però controllata dalla mafia italo americana e di cui era l’incontrastato “ boss” un famoso criminale mafioso. Così, un ufficiale del NIS contattò tale Moses Polakoff, un ex militare, il quale, dismessa la divisa, era diventato l’avvocato del noto Salvatore Lucania , passato alla storia criminale come “ Charles Lucky Luciano”, il più potente boss criminale italo americano mai esistito, il quale era stato arrestato nel 1936 per sfruttamento della prostituzione ed evasione fiscale, ma condannato ad una pena esageratamente alta per quei reati : 50 anni di galera Fu così che l’Avvocato Moses Polakoff , ingolosito dal tornaconto che avrebbe ricavato da tale intermediazione sia da parte di Lucky Luciano che da parte dei servizi segreti americani, decise – durante il primo incontro avvenuto in una saletta riservata del ristorante “ Longchamps , sulla 58° ovest di Manhattan alle ore 12,30 di sabato 11 aprile 1942 - di mettere in contatto “l’uomo forte” di Lucky Luciano nell’ILA, praticamente il padrone assoluto del porto, con lo stato maggiore del NIS e della Procura di New York. Si trattava di un fedelissimo di Lucky , un pezzo grosso della famigerata “ commissione della famiglia Genovese”, un certo Joseph Lanza, anche lui italiano espatriato negli Usa, conosciuto nel porto come Joey Socks, per la sua fissazione di calzare calzini colorati ( socks in inglese sono proprio i “ calzini”). Di lui si diceva che a Lower Manhattan non accadeva niente che non fosse a conoscenza di Joey Socks. Seguirono una serie di incontri riservatissimi, tenuti in una suite dell’Astor Hotel , in Central Park West, nel cuore di Manhattan, fra Joey Socks ed i servizi segreti americani. Fu il Cap Haffenden a trovare il feeling con Joey Socks, tranquillizzato dalla presenza a tutti quegli incontri anche della Procura di New York. Lucky Luciano era in galera da sei anni, ristretto, in un regime carcerario durissimo, aveva il numero 92168 come recluso del carcere più disumano degli States, il famigerato penitenziario di Dannemora , situato non lontano dal New York ma in una posizione che veniva definita “la Siberia di New York”. Grazie a quell’accordo dunque Lucky Luciano venne immediatamente trasferito nel più confortevole e permissivo “Great Meadow Correctional Facility “ , praticamente nel New Jersey ( dove poi sorgerà il complesso tennistico di Flushing Meadow ), dove poteva essere facilmente raggiunto da New York e da dove gli era permesso di mandare ordini e disposizioni. I rapporti fra i servizi segreti americani e Lucky Luciano erano assicurati da un altro uomo fidato del boss, tale Lansky. Fu durante questi “meeting” con il boss che Lucky, nel dare le disposizioni da seguire a Lansky, gli raccomandò – se qualcosa fosse andato storto – di rivolgersi solo ed esclusivamente ai “ Brownsville Boys”. Tale nome era quello che la mafia aveva assegnato ad una società, tale “ Murder Inc”, il cui lavoro consisteva nell’eliminare persone dietro pagamento ( è stato rinvenuto anche un suo “ tariffario” con prezzi che oscillavano fra i 1.000 ed i 5.000 dollari per assassinio) , al cui vertice spiccava il nome di un altro mafioso italiano, Alberto ( Albert) Anastasia. Quell’accordo, battezzato con il soprannome di “ Under world “fu un vero successo: il porto di New York non venne mai sfiorato e fu tenuto sotto controllo. Anastasia venne ringraziato arruolandolo, segretamente, nella marina Usa col grado di Sergente Maggiore , pensione compresa. Lucky Luciano poteva gestire la sua “ famiglia” grazie al nuovo carcere permissivo. Tutti furono felici e soddisfatti. Ma qualcosa di molto grosso stava per accadere. Perché il 15 gennaio del 1943 a Casablanca, in Marocco, si sarebbero incontrati il Presidente Usa Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill. E sarebbe iniziata un’altra storia tra mafia italo americana, mafia italiana e sbarco in Sicilia.
PIGNATONE VORREBBE IMITARE IL REGISTA ROSI , MA IL SUO FILM ( MAFIA E CUPOLONE) STA DIVENTANDO UNA FARSA . Un film spettacolare, non c’è che dire, altro che “ retata giudiziaria” , questo girato a Roma sotto la regia del Dr Pignatone . Una regia scrupolosa , con telecamere e giornalisti servilmente preavvisati su dove andare ed a quale ora per riprendere in diretta esclusiva ( chissà chi li avrà cortesemente avvertiti?) le scene in diretta. The show must go on! Addirittura alla Camilluccia, sotto la casa di Alemanno, le televisioni hanno ripreso l’arrivo dei carabinieri in borghese dei quali hanno ripreso e trasmesso centinaia di volte la “ citofonata a casa Alemanno”! Non è tempo di caccia a dicembre, ma questa sceneggiata altro non è stata se non l’inaugurazione in pompa magna di una nuova “ caccia al politico” non alle volpi, senza corni e cavalli. Dunque una messa in scena tutta organizzata dal Dr Pignatone, in collaborazione con le reti televisive e con i giornalisti, le volpi da abbattere in diretta televisiva un centinaio di “ indagati”, fra i quali Alemanno , 37 arrestati e diversi sequestri giudiziari. Leggendo le carte giudiziarie, vi si parla di un “ ramificato sistema corruttivo” , una specie di cupola ( e daje co sta storia della cupola per evocare scenari mafiosi che, come il parmigiano, stanno bene ed insaporiscono anche i piatti più ignobili, vero Procuratore?), “composta da membri della criminalità organizzata, uomini politici ed esponenti dell’estrema destra” ( e qui si capisce che il Dr Pignatone gradirebbe un bel seggio parlamentare a sinistra – come D’Ambrosio, per ricordare - all’ormai sua prossima pensione, perché il vero potere al Campidoglio lo ha sempre posseduto la sinistra comunista , salvo il limitato sindacato di Alemanno) a cui contestare, intanto, invece che dei reati specifici un “ non reato”, cioè il famigerato 416-bis , l’associazione mafiosa. Perché il Dr Pignatone non è partito da precisi reati da contestare ad arrestati ed indagati, ma si è limitato a contestar loro solo il 416-bis? Per il bene dell’Italia e per concedere ancora, pur a questo simulacro di giustizia, un minimo di credibilità e di fiducia , spero ardentemente che il Dr Pignatone non abbia voluto far sapere agli arrestati ed agli indagati gli assi che nella sua manica. Lo spero, ma non ci credo. Credo invece che la strategia della Procura di Roma sia proprio l’opposto: contestare il reato associativo mafioso per cristallizzare le indagini e consentire, usando quell’imputazione del 416-bis come fosse una rete a strascico, di proseguire ogni tipo di indagine di polizia giudiziaria nella speranza di pescare, prima o poi, un qualche reato vero. E siccome o tempi giudiziari italiani sono sempre biblici, fra uno o due anni chi si ricorderà più del blitz al Campidoglio? Ma intanto il processo mediatico è bello che fatto, la sentenza è bella che emessa: non dal Tribunale, Dr Pignatone, ma dal circo mediatico, le va bene così? Io credo che sia semplicemente improponibile che un Magistrato che abbia in mano le prove della commissione di alcuni precisi reati da parte di indagati ne ometta la contestazione coprendo le indagini con una rete a strascico. E per quale motivo, mi chiedo, nascondere quelle prove quando con il blitz e gli arresti ormai nessuno fra gli indagati e gli arrestati può manomettere le prove? Ritengo inoltre che , fra l’altro, questa “inchiesta farsa” sia destinata al sicuro fallimento- parlo del 416-bis – perché per integrare quel reato necessita, per consolidata giurisprudenza, dimostrare che “la cupola” abbia avuto una forza intimidatrice , una tale capacità di imporre assoggettamento ed omertà, da poter essere effettivamente equiparata alla potenza della mafia. E chi crede che quattro chiacchiere fra “ er caccola”, “ er cecato”, “ lo scureggia”, “ er forfora”, “ er maiale” e simili gentiluomini che , come si dice a Roma, “ se la cantano e se la sonano” per spillare quattrini ed affari loschi possano integrare la pericolosità della vera mafia è semplicemente un demente. Dr Pignatone, faccia il piacere. Ci sono corrotti nel Campidoglio? E’ corrotto Alemanno? Benissimo. Ci dia le prove della commissione di quei reati , li trascini sul banco degli imputati e lasci che sia poi il processo a decidere il loro destino. Per le sceneggiate preferisco ancora Mario Merola.