Gaetano Immè

Gaetano Immè

sabato 7 febbraio 2015

LA SUPERIORITA’ COMUNISTA ? FARSI LEGGI AD PERSONAM! Ecco, ricorreva negli ambienti culturali, aleggiava sui giornali, in quegli anni – anni opachi, anni terribili quelli del “dopo” Mani Pulite – un refrain, l’ “abuso di ufficio”. Aveva cominciato il Capo dello Stato, O.L. Scalfaro a parlarne, per sollecitarne una sua attenuazione . Perché? Per quale motivo? Vediamo di spiegarne le motivazioni . Parliamo prima di tutto di O.L. Scalfaro che, quando si impancava per sdottoreggiare sulla necessità di una revisione di quel reato, p.p. dall’articolo 323 c.p. era “sotto schiaffo”, ricattato ed intimidito dalla Magistratura romana che lo teneva appeso a quella inchiesta sui fondi neri del Viminale che Scalfaro aveva gestito quando, nel passato, aveva guidato il Ministero degli Interni. Nel ’93 , quasi ad orologeria, scoppiò lo "scandalo “ Sisde”, quello, appunto, relativo alla gestione di fondi riservati. Fu un’inchiesta che seguì uno stranissimo percorso , partendo alla larga da una procedura fallimentare di un'agenzia di viaggi i cui titolari erano, però, funzionari del Sisde. Fu così che la magistratura fece emergere fondi "neri" mentre a San Marino venivano individuati altri 35 miliardi di uguale sospetta provenienza. Nel frattempo la figlia di Scalfaro, Marianna, fu fotografata in compagnia dell'architetto Adolfo Salabé, sospettato di intrattenere affari per lui eccessivamente vantaggiosi con il Quirinale. La sera del 3 novembre ’93 Scalfaro si presentò in televisione, a reti unificate e interrompendo la telecronaca diretta della partita di Coppa UEFA, Cagliari -Ttrabzonspor, con un messaggio straordinario alla nazione nel quale pronunciò la famosa espressione "Non ci sto", “ non ci sto”, “non ci sto”, quando parlò di "gioco al massacro" usando un linguaggio non consono ad un Presidente della Repubblica, piuttosto consono, invece, ad un mafioso aduso a “ parlare a suocera affinché nuora intenda” e diede una chiave di lettura dello scandalo come fosse una rappresaglia della classe politica travolta da Tangentopoli nei suoi confronti. Il 3 marzo ’94 la Procura della Repubblica di Roma archiviò quell’inchiesta penale contro O.L. Scalfaro. Il 3 marzo del 1994! Fate attenzione alle date. La vera occasione – per Scalfaro - fu rappresentata dal famoso “ decreto Conso”, era il 5 marzo del 1993, un decreto di quel Ministro di Giustizia che depenalizzava il reato di finanziamento illegale ai partiti politici . Quel decreto, peraltro ritenuto “ ragionevole” persino dall’Unità , aveva ottenuto il benestare “ informale” anche del Presidente Scalfaro – come è in uso – ed il Ministro Conso dunque era certo della sua approvazione. Ma una sera provvidero “tre personaggi”, ben noti, a far capire “come ci si deve comportare “ al Presidente Scalfaro. Furono Borrelli, Di Pietro e Colombo, tre Magistrati del Pool di Mani Pulite di Milano, stavolta, ad occupare , una sera, la televisione – era lo stesso 5 marzo del 1993 - dunque quasi un anno “prima” che la magistratura archiviasse le accuse contro O.L. Scalfaro ( attenzione sempre alle date! ) - barbe incolte ed occhi cerchiati, per “ denunciare alla pubblica opinione” che , con quella depenalizzazione del decreto Conso, il Pool di Milano “ non avrebbe più potuto debellare la corruzione”. Ovviamente era una “ assoluta falsità” perché il decreto Conso depenalizzava ma non cancellava quel reato, per il quale si poteva tranquillamente inquisire e perseguire . Quello che veniva meno ai Magistrati del Pool di Mani Pulite era invece ed esclusivamente la possibilità di organizzare arresti sotto i riflettori delle televisioni con inquisiti in schiavettoni, esposti al pubblico ludibrio. O. L Scalfaro fu svelto d’intuito, intuì l’assist che il Pool di Milano gli aveva lanciato, anche più velocemente di quanto Gigi Riva, negli anni ’70, intuiva quelli di Cera ( roba del grande Cagliari di Scopigno , di Boninsegna, di Domenghini, di Albertosi, ecc!) e si adeguò. Fu un attimo. Si rimangiò l’accordo con Conso – che non era pubblico, perché “ informale”, fra “colleghi” e dichiarò via televisione – per essere certo di essere ascoltato , con la registrazione, anche da chi non assisteva in quel momento alla trasmissione – che “ mai avrebbe firmato quel decreto ”. O.L. Scalfaro si prostrò ai piedi dei Magistrati, il Quirinale, l’istituzione che “ dovrebbe rappresentare tutti gli italiani” fu usata da O.L. Scalfaro come “ cosa sua”, solo per risolvere problemi suoi, gli affaracci suoi. Il Quirinale si fece lacchè , reggicoda, maggiordomo, ancella e servo di quattro Magistrati . Certo, Conso avrebbe anche potuto ripresentare in Parlamento il suo decreto e Scalfaro avrebbe dovuto firmarlo per forza di Costituzione, ma non se la sentì, l’aria che tirava nel marzo del 1993 in Italia non era salubre, l’ordine pubblico già soffriva per le gesta stragiste della mafia, il Governo Amato decise di non invelenire ancora di più l’aria e ritirò il decreto Conso. La politica, eletta dal popolo sovrano, tradì la Costituzione che ne prevede la sovranità politica , si arrese alle intimidazioni di stampo poliziesco e repressivo di quel tipo di Magistratura. O.L. Scalfaro umiliò l’Italia, umiliò “ la politica”, umiliò “la sovranità popolare” e , sopra tutto, umiliò l’Italia davanti al mondo intero perché Scalfaro compì questi misfatti solo per interesse personale: per ottenere benevolenza , per i suoi misfatti passati, dalla Magistratura. Si vendette. Come un qualsiasi corrotto. Il premio O.L. Scalfaro lo incassò ” tempo dopo”, quando nessuno poteva più “ fare retromarcia” sull’argomento, come si usa nelle bande criminali della malavita. Bocciato il decreto Conso, Scalfaro incassò dalla magistratura l’archiviazione delle accuse contro di lui. Appunto, il 3 marzo del 1994. Ma la questione della riforma dell’articolo 323 c.p. restava appesa per aria, vagava sui giornali perché rinfocolata da alcuni giornali di sinistra , da argomenti discussi nelle assemblee dei Magistrati di “ Magistratura Democratica” e dai ripetuti richiami ed interventi di Scalfaro. Perché mai, come mi domandavo prima, questa insistenza? Il motivo di tanta attenzione nei confronti di una revisione - diciamo - “ dolcificante” di quel reato penale, p.p. dall’articolo 323 del c.p., era duplice, urgente e nel solo ed esclusivo interesse degli eredi del Pci. Solo gli italiani , come al solito, ne erano tenuti all’oscuro. Erano i tempi in cui Di Pietro riscuoteva più devozione di Padre Pio, per dire degli italiani brava gente ….. Un primo motivo stava nel fatto che, nel frattempo, Romano Prodi era uscito allo scoperto e tra il ’93 ed il 94 stava radunando le truppe “ della sinistra post comunista e della dc di sinistra”, andava stipulando accordi e compromessi politici , era impegnato in una lunghissima campagna elettorale per lanciare politicamente il suo “ Ulivo” , un'alleanza fra la “ democrazia cristiana di sinistra” e “ la sinistra post comunista “ che vide, proprio nella candidatura di Prodi a Presidente del Consiglio l'espressione di quel dialogo fra cattolici dossettiana e post comunisti che s'intendeva instaurare sul Paese , visto che una offerta politica alternativa, causa la strumentale e falsa incriminazione di Berlusconi da parte del Di Pietro , non esisteva. Era l’occasione per i post comunisti “ per vincere finalmente e vincere anche facile facile ”! E Prodi, sia in prima persona e poi quale ex Presidente dell’IRI ne aveva di “ scheletri nel suo armadio” e, se non fossero stati sufficienti quelli ad affossarlo politicamente e giudiziariamente, vi erano anche molti e autorevoli magistrati che sostenevano come lo stesso Prodi avesse anche dato il suo personale benestare a società sospette o in odore di camorra e di mafia per lavori sull’Alta Velocità. Tutti fatti e misfatti ben noti e dunque facilmente utilizzabili dall’opposizione per delegittimare e denigrare Prodi e l’Ulivo e mettere dunque in serio pericolo una simile unica e rara occasione di vittoria elettorale per i post comunisti. Un secondo motivo era che , come vedremo, la riformulazione che veniva proposta dal pensiero “ unico dominante” del reato penale di abuso in atti d’ufficio” metteva al sicuro , rendeva praticamente inattaccabile , dal punto di vista, appunto, penale, quella sequela infinita e sistemica di finanziamenti illeciti, di corruzione clientelare, di voti di scambio, di abuso in atti d’ufficio che, proprio con il “ rito emiliano”, sia il Pci che tutto il sistema delle cooperative rosse avevano ideato, realizzato e commesso: non bastava dunque concedere l’impunità penale a Prodi , occorreva anche concederla al primo “ partito azienda”, al Pci , ai post comunisti ed alla loro ragnatela territoriale con la quale, come la malavita, quel partito “comprava” i voti Il “ colpo di spugna” sul reato di abuso in atti d’ufficio arriva con l’approvazione della Legge n° 234 del 16 Luglio 1997, che riscrive completamente il reato di abuso d’ufficio previsto e punito dall’articolo 323 c.p.. In quel Governo c’era il gotha del Pci: a parte Prodi, c’erano Giorgio Napolitano, agli Interni, c’era Valter Veltroni quale Vicepresidente del Consiglio, c’era il grande amico intimo di Prodi al Ministero di Giustizia e cioè Giovanni Maria Flick, c’era Carlo Azeglio Ciampi al Ministero dell’Economia , c’era Vincenzo Visco al Ministero delle Finanze, c’era Beniamino Andreatta alla Difesa, c’era Luigi Berlinguer alla Pubblica Istruzione ed all’Università, c’era Pier Luigi Bersani al Ministero dell’Industria, c’era Tiziano Treu al Ministero del Lavoro, c’era Rosy Bindi al Ministero della Sanità, c’era Valter Veltroni al Ministero per le attività culturali, c’era Franco Bassanini alla Funzione Pubblica ed Affari Regionali, , c’era Anna Finocchiaro al Ministero delle Pari Opportunità, c’era Livia Turco alla Solidarietà sociale. Ma a quel Governo non bastava salvare Prodi era l’occasione irripetibile per salvare anche tutto il suo sistema corruttivo sopra illustrato. Così, con la stessa Legge – la n° 234 del 16/7/97 - fu anche varata la riforma dell’articolo 513 del c.p.p. ( voglio ricordare come a questa riforma si oppose solo Rifondazione Comunista). Il nuovo disposto dell'art. 513 c.p.p. impediva che le dichiarazioni acquisite al di fuori del dibattimento fossero utilizzate come prova contro i soggetti cui si riferiscono senza il loro consenso: ciò in osservanza del “principio del contraddittorio” - cardine del giusto processo - in base al quale la prova processuale non deve essere precostituita, bensì formarsi nel contraddittorio tra le parti. Sta di fatto che a questa riforma i critici imputano l'annullamento di centinaia di sentenze riguardanti processi relativi a vicende di mafia da parte della Cassazione. Cosa dunque era successo con queste due modifiche del codice penale? Semplicemente e sfacciatamente che Romano Prodi era messo praticamente in salvo da tutti i suoi scheletri nell’armadio come Presidente dell’Iri e per il fatto che la riforma e la nuova formulazione dell’articolo 323 del c.p. dava un colpo di spugna a migliaia di procedimenti in corso istruiti per il reato di abuso in atti d’ufficio. La formula era anche spudorata, se persino Borrelli non poté fare a meno di esclamare: “ Tutti gli abusi d’ufficio commessi fino a cinque anni fa e per i quali non sia stato chiesto il rinvio a giudizio, sono cancellati” . E lo stesso accadeva pure per tutti gli “ abusi in atti d’ufficio” del “ sistema emiliano” di finanziamento illecito del Pci .Prodi ed i suoi “referenti post comunisti” e le loro cooperative rosse erano praticamente salvi, Prodi e quel Governo avevano loro consegnato un lasciapassare giudiziario, in cambio del sostegno politico all’Ulivo. Ma siccome quando si fa una cosa occorre farla compiutamente, ecco che il Governo Prodi I praticamente in mano ai post comunisti ebbe anche il gentile pensiero di “ salvare penalmente” anche tutti i compagni comunisti e le loro cooperative rosse che, prima del “ rito emiliano”, avevano praticato, per finanziare illegalmente il Pci, il così detto “ rito mafioso”. La salvezza per schiere di amministratori locali e di politici locali e nazionali coinvolti nel sistema delle cooperative rosse. A proposito di “ leggi ad personam” e di “ superiorità morale” degli ex comunisti !

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