Gaetano Immè

Gaetano Immè

venerdì 20 marzo 2015

LA CORRUZIONE – FINE La Dc ed il Pci erano i dominatori della politica italiana ed entrambi e solo entrambi avevano scoperto il finanziamento della politica. Nella lunga storia del malaffare politico della “corruzione sistemica” come forma ormai “convenzionale” di finanziamento del sistema politico italiano, la Dc era dipendente dagli Usa e dalla Confindustria , per poi passare con l’Iri e con l’Eni al “ sistema delle partecipazioni statali” che coinvolgevano banche, servizi pubblici, ecc. Occupava posti nel consigli delle imprese pubbliche, ne ricavava finanziamenti illegali ed utilità d’ogni genere, ma mai arrivò a creare e ad imporre sul territorio una struttura di tipo imprenditoriale, fondata apertamente sul malaffare corruttivo politico, come il Pci . Il quale Pci, a sua volta , dopo il periodo così detto “ zingaro”( fino circa al 1947), caratterizzato dal riciclaggio dell’oro di Dongo e del bottino ricavato dalla spartizione fra Licio Gelli ( sì, proprio lui!) e Palmiro Togliatti del tesoro della Banca Jugoslava (alla fine del 1944 Palmiro Togliatti, leader dei comunisti italiani all’epoca membro governo italiano, produsse istanza per riabilitare l’ex fascista Licio Gelli il quale, per ripagarlo , gli consegnò 27 delle 60 tonnellate di oro che i fascisti avevano sottratto in Montenegro alle truppe del Re Pietro di Jugoslavia in fuga verso Londra) era finanziato da Stalin,dal Kgb e dal sistema delle cooperative e delle società di import export. Dopo la disfatta politica del ’48 il Pci dovette controllare le sue “pulsioni rivoluzionarie”, accettare l’idea di essere solamente una “ quinta colonna” agli ordini di Stalin che serviva al piccolo padre , nel solo caso di un fallimento della conquista militare dell’Italia, per conquistare il potere in Italia con le elezioni democratica. Finisce così la prima fase, quella “avventurosa”, del finanziamento illegale dei due partiti che, dovendosi preparare alla “ lunga e reciproca battaglia”( la lunga d estenuante traversata del deserto) provvidero a sistemare sia le loro rispettive “ milizie armate” ( il Pci incrementò la collaborazione con i servizi segreti sovietici – Kgb e Stasi - l’attività della Gladio Rossa, della Volante Rossa, dei campi militari cecoslovacchi dove addestrare i suoi miliziani fino alle Brigate Rosse , e la Dc, a sua volta, con la Gladio bianca, con Stay Behind , con il separatismo siciliano ) sia , quello che ora qui interessa, a rendere stabile, la fitta rete dei finanziamenti illegali : ecco la fondamentale e primigenia rete corruttiva. Fu così che il Pci divenne dal 1948 in poi la prima unica e vera “ holding del malaffare illegale e della corruzione sistemica ” fondata su tre pilastri fondamentali: 1. da un lato l’incessante e massiccio finanziamento illegale da parte del Pcus e del Kgb; 2. da un altro lato il sistema delle cooperative comuniste o rosse , tutte inquadrate nella emiliana “ Lega delle Cooperative” che a sua volta si avvaleva di una fitta rete di società di import – export , realizzata da Eugenio Reale, un altro “nobile e ricco ” napoletano fattosi comunista (per poi pentirsene); 3. ed infine da rapporti confidenziali e clientelari che il Pci intratteneva con imprenditori privati, al pari degli altri partiti politici italiani Ovviamente fu solo una spudorata menzogna il tanto sbandierato “ atto di coraggio “ di Enrico Berlinguer nei confronti dell’Urss , il preteso “ strappo da Mosca ” degli anni 78/80, fu il classico “ pacco” alla napoletana, sostituire ai rubli del Pcus i bei dollaroni che l’ENI , che vendeva in Italia il petrolio russo della Compagnie Européenne des petroles , elargiva al Pci, dietro volere del Pcus, con un “ raffinato” estero su estero, parlo della bellezza di 56 miliardi di vecchie lire, alla faccia delle leggi valutarie, alla faccia dell’evasione fiscale, al di sopra del finanziamento pubblico, alla faccia della superiorità morale del Pci. Da allora la collusione fra il potere politico del Pci con il suo potere economico porta il Pci a diventare un partito politico e contemporaneamente la primaria “ holding italiana finanziaria e bancaria di stampo corruttivo” il cui potere e la cui influenza alligna su tutto il Paese , soffoca ogni residua forma di libertà economica , impone sul territorio , con la stessa forza intimidatoria con la quale in Sicilia dominava la mafia, il perenne reato penale del “ voto di scambio”, mentre condiziona e ricatta il voto popolare. Un conflitto di interessi da spavento, una costante opera corruttiva e criminale consistente nel garantire lavoro , finanziamenti, sostentamenti ed assistenzialismo di vario genere dietro “ voti di scambio” e subalternità varie . Una holding, una multinazionale della corruzione politica , quella comunista che , oltre al “ partito politico” incorporava : 1. tutto il “ sistema delle cooperative rosse”, ormai diffuse non solo sull’Emilia Romagna, ma in tutta Italia, dalle Alpi a Pantelleria, tutte incorporate nella “ Lega delle Cooperative” e che occupavano ogni settore ( edilizia, trasporti, cemento, movimenti terra, forniture materiali, accoglienza, campi rom, ecc) e che si accaparravano la maggior parte degli appalti pubblici. Le cooperative rosse finanziavano il Pci “ assumendo per comodo i suoi funzionari” : si tratta di migliaia di funzionari i cui stipendi ed oneri venivano pagati dalle Cooperative rosse. Era la forma usuale di “ finanziamento illecito” del Pci. Da questa brodaglia untuosa sono usciti Bersani e Poletti, per fermarmi a due casi; 2. una grande società di assicurazione, la Unipol ,che non solo gestiva pacchetti assicurativi enormi ma anche un “sistema finanziario” per accedere al quale occorreva sottomettersi a condizioni speciali, un sistema tramite il quale nacque dapprima la “ Banca Unipol” , poi la successiva “dipendenza” e “ subalternità” al potere di Viale Stalingrado a Bologna ( sede dell’Unipol) del Monte dei Paschi di Siena fino alla sua acquisizione nel Pci tramite la “ Fondazione bancaria MPS “notoriamente tutta nelle mani del Pci, l’acquisizione dal MPS della Banca del Salento, poi della Banca Agricola Mantovana. La conquista del potere economico finanziario e bancario è continuato, assolutamente senza alcun ostacolo da parte istituzionale non ostante l’evidenza del pericolo per la democrazia dal grumo di potere politico ed economico che il Pci andava realizzando, con il famoso assalto alla Banca Nazionale del Lavoro organizzato dal Pci/DS a segreteria Fassino, insieme a imbarazzanti compagni di assalto al suono di quella famosa frase “ abbiamo una Banca”? 3. una serie di imprese “private” ma “ devote” al Pci, per motivi strettamente clientelari. A livello nazionale ( Elettrogeneral, De Bartolomeis, sopra tutti l’ENI di Mattei) occorre anche ricordare, per avere un quadro sintetico ma rappresentativo di tutta la ragnatela affaristica del Pci, come nei Consigli di Amministrazione di tutte le aziende di stato ( Enel, Telecom, Eni stessa, Rai, Iri, Banche a partecipazione statale , FF.SS., Alitalia, Aziende Comunali varie, ecc) fossero presenti persone “ di fiducia” del PCI ( come anche della Dc, del Psi, ecc). Non appena poi scampato il pericolo di Tangentopoli, non va dimenticato come il Pci abbia avuto un ruolo “ fondamentale” nell’acquisizione selvaggia di gioielli di Stato: D’Alema era il Presidente del Consiglio che battezzò benevolmente come “ capitano coraggioso” un ragioniere di Mantova, tale Roberto Colaninno che, finanziato in misura illecita proprio dalla Banca Agricola Mantovana di cui sopra e con “ compagni di cordata ” impresentabili e loschi , sferrò l’assalto alla Telecom insieme all’Unipol di Consorte , un assalto che meriterebbe una trattazione particolareggiata nella ancora oscura svendita della Telecom . L’attività di questa multinazionale della corruzione consisteva “ anche “ nell’attuare il baratto fra appoggio politico in Parlamento contro munifiche tangenti. Si cominciò col sistema della così detta “ amministrazione straordinaria”: il Pci pretendeva finanziamenti da imprenditori privati quale prezzo del sostegno politico alla inclusione della loro specifica attività fra quelle che potevano usufruire delle facilitazioni e dei finanziamenti agevolati dello Stato per essere state ammesse, appunto, dal Parlamento, “all’amministrazione straordinaria” . Poi, nel 1987 la holding della corruzione decise di partecipare in prima persona, con la losca faccenda delle tangenti alla Metropolitana Milanese, la “ Mm “ . Le cooperative rosse vengono praticamente inserite nelle aggiudicazioni pilotate dal potere politico ed iniziano così a pagare tangenti al Pci. Fu per questa ragione ì che sono stati condannati diversi rappresentanti delle Cooperative rosse . Cito Antonino Fontana, il sindaco comunista di Villabate, Sicilia, quello che era stato denunciato al Pci di Berlinguer da Pio La Torre, proprio a causa dei collegamenti che il Fontana e le sue cooperative rosse avevano instaurato con la mafia siciliana per fare razzia di appalti e che è stato condannato per mafia dalla Cassazione, ma solo nel 2010, quando la memoria di questi autentici misfatti del Pci era quasi svanita . Ma l’elenco è lungo, ne faccio una breve sintesi. L’ Ingegnere ligure Lorenzo Panzavolta, un manager passato dal sistema delle cooperative rosse al sistema della “Ferruzzi di Ravenna” di Raul Gardini e le sue varie tangenti pagate al Pci sul “ conto svizzero Gabbietta” del Pci a traenza della testa di legno Primo Greganti , dove confluivano anche somme da parte della Stasi, fra cui un miliardo di vecchie lire che Greganti rigirò alla “ Casa Editrice Ecolibri”, che era di proprietà della sorella di Achille Occhetto. Leo Porcari era andato a Via delle Botteghe Oscure , sede del Pci, nel dicembre del 1989 per incontrare D’Alema e Occhetto, per consegnar loro “un miliardo di lire”, quale “tangente” per l’appoggio del Pci alla “ defiscalizzazione degli oneri gravanti sull’Enimont “ che doveva essere decisa in Parlamento. Nell’agenda del suicida Raul Gardini il Tribunale ritrovò questo appunto , scritto per il “ 20 ottobre del 1989”: “ ringraziare M.S.”. Ebbene proprio il 20 ottobre del 1989 il Pci propose in Parlamento gli sgravi fiscali per Enimont. Bizzeffe di prove documentali contro D’Alema, Occhetto, Stefanini ma ci pensò un Magistrato, il Presidente della Corte, il famoso Giuseppe Tarantola, il marito di Anna Maria Tarantola la ancella romana del Prof. Monti, quella a capo della vigilanza della Banca d’Italia che ometteva di vigilare sul MpS, Il Magistrato Giuseppe Tarantola, aderente ( e c’era forse da dubitarne?) alla corrente (comunista) di “ Magistratura Democratica”, “ si oppone” alla richiesta di convocare i dirigenti del Pci per essere ascoltati come persone informate dei fatti. “ Si oppone” e basta. Perché Tarantola o il P.M. non aggiunsero prove a discarico di D’Alema, di Occhetto, del Pci, no. Il Magistrato Tarantola, Presidente della Corte, “ si oppose”. E quella farsa di processo terminò con grande soddisfazione della sinistra. Venne poi il tempo del così detto “ rito emiliano”, una forma di finanziamento al Pci, che consisteva nella fusione quasi perfetta fra “ cooperativa rossa” ed il Pci. La dirigenza delle cooperative era costituita da funzionari del Pci e dunque la forza del “ rito emiliano” stava nel fatto che il “politico amministratore” della cooperativa doveva solo seguire il suo “ compagno e collega” “ politico istituzionale”, membro del suo stesso partito , il quale gestiva e pilotava la gara pubblica d’appalto a favore di quella cooperativa . Nessun passaggio di mazzette, nessuno scambio di bonifici, niente dazioni, niente di niente. Certo c’è la “ corruzione” eccome! Un mare di corruzione ! E c’era anche la tangente, eccome se c’era ! Ma erano reati difficili da scovare sotto una parvenza di legalità apparente. Ci sarebbe voluta una Magistratura non “ collusa” con il Pci e con “ quel sistema”, una Magistratura che si fosse occupata di “reati penali” e non “ di fare politica”, sarebbe bastato controllare i bilanci delle cooperative e quelli del Pci, sarebbe bastato chiedersi come mai un funzionario del Pci fosse l’Amministratore Delegato della cooperativa tal dei tali e come mai quella cooperativa avesse vinto una gara d’appalto bandita dal Comune Tal dei Tali il cui Sindaco era dello stesso partito dell’Amministratore Delegato, sarebbe stato necessario esaminare tutti i finanziamenti alle “ Feste dell’Unità”, tutte le “ assunzioni clientelari” dentro le cooperative, le “ cene elettorali” pagate a candidati del Pci, verificare gli strumenti elettorali predisposti per il candidato, passare al setaccio tutti i “ congressi” pagati dalle cooperative e tutte le manifestazioni che servivano per la campagna elettorale del candidato. Poi il fardello cominciò a pesare, perché era caduto il muro ed il Pci aveva trovato diversi “utili idioti” pronti a prestare la loro faccia democristiana per agevolare la conquista del potere politico al Pci. Venne il momento in cui rimbalzava dagli ambienti culturali, aleggiava sui giornali, negli anni del “dopo” Mani Pulite, un refrain, l’ “abuso di ufficio”. Aveva cominciato il Capo dello Stato, O.L. Scalfaro a parlarne, per sollecitarne una sua attenuazione . O.L. Scalfaro si impancava per sdottoreggiare sulla necessità di una revisione di quel reato, p.p. dall’articolo 323 c.p. perché erra stato eletto al Quirinale grazie ai voti dei comunisti e doveva dunque ripagare tale concessione. O.L. Scalfaro era, guarda caso, “sotto schiaffo” della Magistratura romana per quella inchiesta sui fondi neri del Viminale scoppiato ad orologeria, proprio nel 1993.. Ricorderete tutti la sera del 3 novembre ’93 Scalfaro si presentò in televisione, a reti unificate e interrompendo la telecronaca diretta della partita di Coppa Uefa, Cagliari -Ttrabzonspor, con un messaggio straordinario alla nazione nel quale pronunciò la famosa espressione "Non ci sto", “ non ci sto”, “non ci sto”, quando parlò di "gioco al massacro" usando un linguaggio non consono ad un Presidente della Repubblica, piuttosto consono, invece, ad un mafioso aduso a “ parlare a suocera affinché nuora intenda” e diede una chiave di lettura dello scandalo come fosse una rappresaglia della classe politica travolta da Tangentopoli nei suoi confronti. Ma non era così. Era un ricatto bello e buono che la Magistratura aveva costruito a tavolino contro il “nominato”, appunto per avere al Colle un uomo disposto a tutto per ottenere la sua protezione, un sicuro obbediente. La vera occasione – per Scalfaro - fu rappresentata dal famoso “ decreto Conso”, era il 5 marzo del 1993, quel decreto depenalizzava il reato di finanziamento illegale ai partiti politici, ritenuto “ ragionevole” persino dall’Unità . Ma una sera provvidero “tre famosi personaggi” - i Tre dell’Ave Maria - a far capire “come ci si deve comportare “ al Presidente Scalfaro. Furono Borrelli, Di Pietro e Colombo, tre Magistrati del Pool di Mani Pulite di Milano più simili a Kit Garret che ad un magistrato, ad occupare , una sera, la televisione., era il 5 marzo del 1993, - barbe incolte ed occhi cerchiati - per “ denunciare alla pubblica opinione” che , con quella depenalizzazione del decreto Conso, il Pool di Milano “ non avrebbe più potuto debellare la corruzione”. Ovviamente era una “ assoluta e colossale falsità” perché il decreto Conso depenalizzava ma non cancellava quel reato, per il quale si poteva tranquillamente inquisire e perseguire . Quello che veniva meno ai Magistrati del Pool di Mani Pulite era invece ed esclusivamente la possibilità di organizzare arresti sotto i riflettori delle televisioni con inquisiti in schiavettoni, esposti al pubblico ludibrio. O. L Scalfaro fu svelto d’intuito, intuì l’assist più velocemente di quanto Gigi Riva intuiva quelli di Cera ( roba del grande Cagliari di Scopigno , di Boninsegna, di Domenghini, di Albertosi, ecc!) e si adeguò. Fu un attimo. Si rimangiò l’accordo con Conso ed affermò che “ mai avrebbe firmato quel decreto ”.O.L. Scalfaro si prostrò ai piedi dei Magistrati, il Quirinale fu usato da O.L. Scalfaro come “ cosa sua”, solo per risolvere problemi suoi, gli affaracci suoi. Conso avrebbe anche potuto ripresentare in Parlamento il suo decreto ma l’aria che tirava nel marzo del 1993 in Italia non era salubre. Scalfaro compì questi misfatti solo per interesse personale: per ottenere benevolenza dalla Magistratura. Si vendette. Come un qualsiasi corrotto. Il premio O.L. Scalfaro lo incassò ” appunto, il 3 marzo del 1994, quando la Procura della Repubblica di Roma archiviò quell’inchiesta penale contro di lui. Ma la questione della riforma dell’articolo 323 c.p. restava appesa per aria, vagava sui giornali perché rinfocolata da alcuni giornali di sinistra , da argomenti discussi nelle assemblee dei Magistrati di “ Magistratura Democratica” e dai ripetuti richiami ed interventi di Scalfaro. Perché mai? Il motivo era duplice, urgente e nel solo ed esclusivo interesse degli eredi del Pci. Solo gli italiani , come al solito, ne erano tenuti all’oscuro. Erano i tempi in cui Di Pietro riscuoteva più devozione di Padre Pio, per dire degli italiani brava gente ….. Bisognava salvaguardare Romano Prodi che stava realizzando un'alleanza fra la “ democrazia cristiana di sinistra” e “ la sinistra post comunista “ . E Prodi, sia in prima persona e poi quale ex Presidente dell’IRI ne aveva di “ scheletri nel suo armadio” facilmente utilizzabili dall’opposizione per delegittimare e denigrare Prodi e l’Ulivo. Occorreva dunque un’ “ addolcificata” riedizione morbida del reato penale di abuso in atti d’ufficio” non solo Prodi, ma che rendeva anche inattaccabile dal punto di vista, appunto, penale, quella sequela infinita e sistemica di finanziamenti illeciti, di corruzione clientelare, di voti di scambio, di abuso in atti d’ufficio che la holding della corruzione del Pci avevano ideato, realizzato e ripetutamente commesso: non bastava dunque concedere l’impunità penale a Prodi , occorreva anche concederla alla holding del malaffare comunista Il “ colpo di spugna” sul reato di abuso in atti d’ufficio arriva con l’approvazione della Legge n° 234 del 16 Luglio 1997, che riscrive completamente il reato di abuso d’ufficio previsto e punito dall’articolo 323 c.p.. In quel Governo c’era il gotha del Pci: a parte Prodi, c’erano Giorgio Napolitano, agli Interni, c’era Valter Veltroni quale Vicepresidente del Consiglio, c’era il grande amico intimo di Prodi al Ministero di Giustizia e cioè Giovanni Maria Flick, c’era Carlo Azeglio Ciampi al Ministero dell’Economia , c’era Vincenzo Visco al Ministero delle Finanze, c’era Beniamino Andreatta alla Difesa, c’era Luigi Berlinguer alla Pubblica Istruzione ed all’Università, c’era Pier Luigi Bersani al Ministero dell’Industria, c’era Tiziano Treu al Ministero del Lavoro, c’era Rosy Bindi al Ministero della Sanità, c’era Valter Veltroni al Ministero per le attività culturali, c’era Franco Bassanini alla Funzione Pubblica ed Affari Regionali, , c’era Anna Finocchiaro al Ministero delle Pari Opportunità, c’era Livia Turco alla Solidarietà sociale. Ma a quel Governo non bastava salvare Prodi era l’occasione irripetibile per salvare anche tutto il suo sistema corruttivo sopra illustrato. Così, con la stessa Legge – la n° 234 del 16/7/97 - fu anche varata la riforma dell’articolo 513 del c.p.p. ( voglio ricordare come a questa riforma si oppose solo Rifondazione Comunista). Il nuovo disposto dell'art. 513 c.p.p. impediva che le dichiarazioni acquisite al di fuori del dibattimento fossero utilizzate come prova contro i soggetti cui si riferiscono senza il loro consenso: ciò in osservanza del “principio del contraddittorio” - cardine del giusto processo - in base al quale la prova processuale non deve essere precostituita, bensì formarsi nel contraddittorio tra le parti. Sta di fatto che a questa riforma i critici imputano l'annullamento di centinaia di sentenze riguardanti processi relativi a vicende di mafia da parte della Cassazione. Cosa dunque era successo con queste due modifiche del codice penale? Semplicemente e sfacciatamente che Romano Prodi era messo praticamente in salvo da tutti i suoi scheletri nell’armadio per il fatto che la riforma e la nuova formulazione dell’articolo 323 del c.p. dava un colpo di spugna a migliaia di procedimenti in corso istruiti per il reato di abuso in atti d’ufficio. La formula era anche spudorata, se persino Borrelli non poté fare a meno di esclamare: “ Tutti gli abusi d’ufficio commessi fino a cinque anni fa e per i quali non sia stato chiesto il rinvio a giudizio, sono cancellati” . Ma chi, quale inchiesta della Magistratura, quale Commissione parlamentare, quale inchiesta giornalistica, quale sommovimento sociale, quale manifestazione o quale girotondo (eppure parlo dell’Italia dal 1946 fino a Mani Pulite) ci ha mai svelato o garantito che quell’aggressiva opposizione dei socialcomunisti abbia agito proprio in nome del superiore interesse del Paese e non per soffiare “ fumo negli occhi” degli italiani, in modo tale che essi non s’ accorgessero che il loro scopo era quello di imporre il “proprio malaffare”, spacciandolo come difesa contro il malaffare della Dc? Nessuna. Eppure parlo di mezzo secolo, mezzo secolo durante il quale la Magistratura “non vedeva”, “ non sentiva”, sopra tutto “ non parlava”, non capiva sopra tutto il “ siciliano”, troppo occupata a coltivare le sue “ correnti politiche” che avrebbero dominato il loro Parlamento, il Csm, non aveva tempo di guardarsi intorno per accorgersi del malaffare dilagante. IL MALAFFARE E’ COSI’ DIVENTATO UN REGIME . I BUROCRATI DELLO STATO SONO I SUOI MANDARINI Pare incredibile davanti ad un simile quadro delinquenziale la totale e completa mancanza di ogni e qualsiasi iniziativa penale da parte della Magistratura. Eppure i magistrati hanno sempre digerito persino le panzane dei vari Violante, Caselli, Occhetto e di D’Alema, ecc. che, in alcune interviste televisive del ‘ 93 dicevano – con la faccia seria seria - : “ Greganti? Non lo conosco”. Parlo di “certi Magistrati”, genere Casson, Violante, Finocchiaro, Grasso, Di Pietro, D’Ambrosio, ecc i quali , oggi , pretendono pure di essere ancora rispettati, gente sprovveduta che s’è bevuta favola su favola . Salvo poi svegliarsi “ senatori” comunisti in Parlamento. Come giudicare ora chi , davanti ad un simile scempio, parteggia per i Magistrati se non un cretino?

Nessun commento:

Posta un commento