Gaetano Immè

Gaetano Immè

domenica 26 luglio 2015

LA FAMOSA DIVERSITA’ E SUPERIORITA’ MORALE DEL PCI . LA QUESTIONE MORALE DI ENRICO BERLINGUER LANCIATA DA REPUBBLICA NEL LUGLIO DEL 1981. MENTRE IN SICILIA…… Il 13 giugno del 1988, a Baucina, nel palermitano, viene trovato, “ luparato”ed ovviamente cadavere , un piccolo imprenditore edile, tale Barbaro La Berbera. Interviene il gruppo Carabinieri di Palermo, al comando del Generale Mario Mori ed il dirigente del Nucleo operativo dei Carabinieri di Bagheria , l’allora tenente Giuseppe De Donno. Entrambi gli Ufficiali condividevano con Giovanni Falcone e con Paolo Borsellino , ma solo con questi Magistrati in tutta la Procura di Palermo, la convinzione che la mafia ( era da due anni e mezzo in corso il Maxi Processo) poteva resistere alla cattura di qualsiasi suo uomo ma aveva un nervo scoperto: i propri canali di finanziamento, i suoi traffici illeciti, i suoi accordi con la politica locale che ormai da secoli le concedeva la possibilità di curare anche i propri interessi, i propri affari. Era quindi necessario curare una azione investigativa che andasse al di là del contrasto immediato di ogni singolo mafioso, visto che l’arresto di qualche “picciotto” o “ uomo d’onore” che fosse non aveva mai fermato lo sviluppo e l’affermazione della mafia. Applicando questa nuova tecnica investigativa all’omicidio di Baucina , gli investigatori ed i Magistrati Falcone, Borsellino e Guarnotta si resero conto che il movente di quell’omicidio era da ricercare nella spartizione dei lavori pubblici che venivano gestiti dal Comune di Baucina. Fu messo sotto controllo il Sindaco di Baucina , tale Prof. Giuseppe Giaccone, per altro un docente universitario, il quale, una volta messo con le spalle al muro davanti alle sue responsabilità, decise di collaborare con la Giustizia. La collaborazione del “pentito” Prof. Giaccone, Sindaco di Baucina, era la “ prima vittoria” del nuovo metodo investigativo cui accennavo: arrestare Giaccone avrebbe significato “ bruciarlo”, cioè mettere in guardia tutti coloro che avevano avuto a che fare con lui. Bisognava invece tener tutto celato, nascosto, usare quella “ superiorità informativa” che tranquillizzasse la malavita per scoprire altri mafiosi, per scoprire i loro interessi, magari anche i loro capi. Ecco: Giaccone avrebbe potuto squadernare davanti all’Autorità Giudiziaria tutte le trame affaristico mafiose fra il potere politico locale e la mafia. Il pentito di mafia questa volta è un sindaco, per sette anni è stato anche prete ( era il parroco di una chiesetta di Trieste) , per tanto tempo è stato il primo cittadino di Baucina, un piccolo Comune vicino a Palermo. E' un testimone protetto: ha raccontato ai giudici come Cosa Nostra conquisti da più di dieci anni appalti miliardari in due paesi della Sicilia. Giuseppe Giaccone è un democristiano, è il primo uomo politico siciliano che vuota il sacco, che svela tutti gli intrecci tra l' onorata società e il Palazzo della politica . Ha ricostruito gli affari di mafiosi, di imprenditori, di amministratori del suo Comune. Ha fatto anche dei nomi importanti. Girano quelli di alcuni parlamentari sia della Dc che del Pci , si dice che i magistrati stiano per chiedere un paio di autorizzazioni a procedere, un tam tam incontrollato informa che al centro dell' inchiesta ci sono anche assessori regionali. Non solo: tutti i suoi racconti hanno anche svelato il vero motivo dell’omicidio di Pio La Torre. Il sindaco, che dopo il pentimento s' è dimesso, ha raccontato questa storia prima ai carabinieri di Mario Mori e poi ai Magistrati, a Falcone, a Borsellino, a Guarnotta. Per quattro volte è entrato nella stanza del giudice, per quattro volte ha ripetuto le stesse cose. Gare d' appalto pilotate, una “ cupola” costituita da mafia, uomini della mafia di Salvo Lima e del giro del Pci che distribuiva ed assegnava centinaia di miliardi di appalti pubblici dirottati ad imprese “ compiacenti e colluse”. Scatta una prima retata e quattro mafiosi vengono arrestati dai carabinieri (Giuseppe Pinello, Vincenzo La Barbera, Andrea ed Enzo Taibbi) insieme al tecnico comunale Filippo Monasteri e all' imprenditore Matteo Rosselli. Tutti accusati di associazione mafiosa, tutti rinchiusi all' Ucciardone. Ma gli imputati a piede libero dell' indagine sono diciotto. Tra loro anche l' ex sindaco Giaccone. Il sindaco pentito è stato chiaro: gli appalti si distribuivano a certe imprese dopo bandi ad hoc preparati alla Regione. Erano i mafiosi che studiavano di volta in volta la pratica, inoltrandola poi, attraverso gli amministratori di Baucina, negli assessorati competenti. E ungendo gli ingranaggi. Si parla di un racket avviato fin dal 1981. Così, secondo Giaccone, si sono costruiti a Baucina e nel vicino comune di Ciminna scuole, ponti, piazze e strade. In un rapporto gli investigatori indicano ai magistrati perfino i nomi delle imprese che avrebbero vinto secondo loro, sei mesi dopo, alcune gare. Ma appena interviene la Procura di Palermo quell' inchiesta giudiziaria viene divisa in due tronconi. Il primo fu seguito da Leonardo Guarnotta. E' stato lui a firmare come giudice istruttore i mandati di cattura e le 18 comunicazioni giudiziarie. Il secondo, quello dove sarebbero coinvolti uomini politici di un certo spessore, andò sulla scrivania del Dr Giammanco, che guida la Procura di Palermo. E Giammanco assegnerà quell’inchiesta a due sostituti procuratori della Repubblica, esattamente al Dr. Guido Lo Forte ed al Dr. Giuseppe Pignatone. Sono solo tre nomi, ma dovete segnarveli bene, imprimerveli bene nella mente . Dopo saprete il perché. Il Prof. Giaccone si precipita a collaborare non appena viene freddato, dopo La Barbera, anche l' imprenditore Giuseppe Taibbi. A Baucina ci sono due cosche in guerra. La prima è capeggiata da Giuseppe Pinello e l' altra guidata da Vincenzo La Barbera. Sembra che la lotta si sia scatenata per un piccolo lavoro da assegnare. Ma la lotta , da quelle parti, si fa a colpi di lupara. Tocca a Giuseppe Taibbi, un costruttore che stava realizzando ad Altavilla Milicia niente di meno che un campo di calcio per i Mondiali, un terreno sul quale si sarebbero allenati i giocatori dell' Olanda. Ma quel morto ammazzato terrorizza il sindaco e lo spinge a varcare la porta di una caserma. Anche il sindaco faceva parte del clan che gestiva il racket degli appalti? Più che partecipare direttamente lui, sopportava e subiva, naturalmente era a conoscenza di tutto. I carabinieri hanno scoperto che tra Baucina e Ciminna, due paesi di poche migliaia di abitanti, negli ultimi cinque anni era arrivato dall' assessorato ai Lavori pubblici un fiume di denaro. Più di 60 gare d' appalto (alla media di una al mese), 27 cantieri di lavoro finanziati tutti dalla Regione Sicilia, cioè dall’Italia ossia da solito Pantalone. Un fiume di denaro Un' inchiesta fondata anche sullo studio di una montagna di carte sequestrate e su ore e ore di intercettazioni telefoniche. Le prime tracce vengono scoperte seguendo i flussi di denaro, poi emergono i contatti tra i mafiosi che fanno da trait d' union tra l' amministrazione comunale di Baucina e le imprese, infine si arriva agli assessorati. Il resto lo fa l' insospettabile biologo con il suo racconto. Una miniera di notizie, una radiografia sul crimine organizzato e sui legami di molti boss mafiosi con tutta la politica siciliana. I loro nomi sono ancora top secret per via del segreto istruttorio che stranamente viene rispettato. Chissà perché non avrà lo stesso trattamento la successiva inchiesta su “ Mafia ed Appalti”. Ma quell’inchiesta ( che per mia personale comodità indico come “ mafia ed appalti n.1”), che suscitava entusiasmo in Magistrati come Guarnotta, come Falcone, come Borsellino, Magistrati che stavano in prima linea conducendo in quei giorni il maxi processo, fu accolta, invece, con estrema diffidenza, con freddezza, con una dose esagerata di circospezione, diciamo pure con una evidente ostilità dalla Procura di Palermo. Così quell’inchiesta sul Sindaco pentito di Baucina, sul Prof. Giuseppe Giaccone, cominciò a subire ritardi per l’azione avversa, dilatoria ed ostile della Procura di Palermo e di quei magistrati che ho prima ricordati , fino al punto che il Prof. Giaccone , che era stato da poco persino ammesso ad un programma di protezione per i pentiti, considerata anche le fughe di notizie che uscivano da quella Procura di Palermo, da quel “ porto delle nebbie”, intimidito, minacciato e ricattato ormai da più parti proprio a causa delle notizie fatte trapelare, il Prof. Giaccone dicevo , estenuato, decise di ritrattare tutto. Arrivò persino ad accusare Falcone di avergli “estorto” alcune dichiarazioni. Venute a mancare le confessioni del Prof. Giaccone nella sua qualità di Sindaco di Baucina e di “pentito di mafia”, l’inchiesta “ mafia ed appalti n.1 “ si arenò ed in breve tempo la Procura di Palermo decise la sua archiviazione. Erano gli anni 1989, 1990, la mafia era sotto tiro nel Maxi processo. Per quanto si voglia indorare e rigirare questa torbida faccenda degli “ appalti di Baucina”, che getta una luce sinistra ed evidente su chi effettivamente tramasse per assicurarsi la benevolenza della mafia, e cioè la politica della Dc e del Pci oltre che la Magistratura, sia sul territorio che in senso politico, altro che teoremi più o meno ipotetici, non capisco per quale mai ragione un simile episodio non abbia ricevuto il trattamento mediatico che avrebbe meritato ma, invece, sia stato accantonato, messo da parte, quasi che lo si volesse far dimenticare. E sapete perché? Perché avrebbero potuto consentire di disvelare la "corruzione sistemica" dell' amministrazione e dell' economia siciliana , avrebbe evidenziato l’intreccio criminale fra Magistratura, Dc, Pci e mafia e proprio quella inchiesta avrebbe consentito di intervenire su quella Procura e sulle intrighi palermitani che sono l’origine e la causa dell’uccisione di tante persone ed anche di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Di tutta la stagione stragista che ne è seguita. Perché è inutile negarlo, ma si è trattato di un grande, grandissimo favore alla criminalità politica e mafiosa, graziosamente confezionato dalla Procura di Palermo. Ma non ostante l’avversità e l’ostilità nei loro confronti mostrati della Procura di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non si fermarono e non fermarono quelle indagini svolte con il nuovo sistema strategico dai Carabinieri, ma, anzi, le incoraggiarono, le coordinarono per farle proseguire, per giungere ad una qualche conclusione. Fu così che venne individuato un nuovo spunto di indagine. L’inchiesta su Barbaro La Barbera, l’uomo morto “luparato” nelle campagne di Baucina, aveva portato gli investigatori a mettere sotto osservazione una società romana, una certa “ Tor di Valle Costruzioni Srl”. Detta società aveva ed ha ancora un notevole spessore industriale a livello nazionale e nel corso delle relative indagini, era, infatti, emerso che l’impresa gestita dalla vittima si era associata, in relazione ad un pubblico appalto di modesta entità, aggiudicato in data 19.10.1987, con la società TORDIVALLE, di ben più imponenti dimensioni ed avente sede in Roma, sicché tale circostanza aveva suscitato interesse investigativo, non apparendo “prima facie” di facile comprensione tale associazione temporanea tra imprese di così diverse dimensioni e non comprendendosi, neppure, in relazione al modesto importo dell’appalto, il concreto interesse di tale impresa di livello nazionale ad associarsi con il Taibbi. Vi era da attribuire , poi, un ruolo preciso alla figura del dott. Catti – De Gasperi titolare della suddetta TORDIVALLE, che era inserito a pieno titolo nel meccanismo della illecita gestione dei pubblici appalti. Dalle intercettazioni di tutte le utenze facenti capo al Catti- De Gasperi emergeva il coinvolgimento di “un mare di persone”, dal momento che lo stesso Catti –De Gasperi era “vicino ai servizi segreti” ed aveva il “NOS” ( nulla osta organismi di sicurezza). Andiamo al sodo: gli investigatori scoprirono tutto il sistema criminale nel quale amministratori locali, imprenditori, politici locali e nazionali e personalità nazionali erano coinvolti con la mafia nella spartizione dei lucrosi appalti pubblici. A Febbraio del 1991 i Carabinieri consegnarono a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, poco prima che il primo Magistrato lasciasse Palermo per trasferirsi alla Direzione degli Affari Penali al Ministero di Roma, una dettagliatissima informativa di circa 900 pagine, denominata “ Mafia ed Appalti”. Quel dossier conteneva nomi, cognomi, telefoni, intrecci, appalti, la loro suddivisione , era la scoperta del vero e proprio “ tavolo di trattativa”, della “ vera cupola” , una sorta di “terzo livello” che decideva la compensazione fra politica, mafia ed imprenditoria degli appalti pubblici siciliani. A quel tavolo sedevano mafia, Dc, Pci e colletti bianchi, la magistratura restava in anticamera, attendeva, rigirando fra le dita il cappello, in attesa di direttive da seguire. Un lavoro fondamentale, immenso, che avrebbe consentito di distruggere la mafia e tutte quelle collusioni tra mafia, politica ed imprenditoria. Ed invece, vediamo cosa successe. La Procura di Palermo si dimostrò subito contraria anche a quella inchiesta: avere scoperchiato quel vaso di Pandora sugli intrecci tra mafia, politica ed imprenditoria non fu certo un’operazione che potesse essere gradita a tutti. Nel “Palazzo dei Veleni”, anche a causa del trasferimento di Falcone a Roma, quella informativa scatenò vendette trasversali, risse giudiziarie, un finimondo vero e proprio. Solo una semplice lettura di quelle 900 pagine avrebbe consentito almeno una quarantina di inchieste giudiziarie ed altrettanti arresti . Ma la strategia della Procura di Palermo fu precisa, chirurgica: quella inchiesta doveva abortire, puro stile mafioso. Non potendola immediatamente “ archiviare”, la Procura di Palermo “ sabotò” quell’inchiesta : usando una strategia che , impunita, ancora grida vendetta. Nelle comunicazioni giudiziarie ad Angelo Siino e agli altri tre “ pescetti piccoli” che la Procura di Palermo non potette esimersi dall’indagare , anzi che “ gli stralci del dossier dei Ros” che riguardavano gli inquisiti fu allegato l’intero dossier investigativo. In tal modo l’inchiesta venne “ sabotata”: la mafia ed i suoi avvocati ed i politici coinvolti seppero anticipatamente quali carte avesse in mano la Giustizia ed ebbero dunque tutto il tempo per sistemare le cose. Poi il 23 maggio del ’92 ….boom.. Poi il 19 luglio successivo ….ancora ….boom…. Poi, ciliegina sulla torta, il 15 agosto – capite? Ferragosto! – un Gip del Tribunale di Palermo, “ collega” dei magistrati che formavano la Procura di Palermo ( sgarbi fra colleghi, in Sicilia?...a Palermo? …) , accolse precipitosamente la richiesta di archiviazione dell’inchiesta su “ Mafia e Appalti”. Tutto impunito.

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