Gaetano Immè

Gaetano Immè

sabato 17 ottobre 2015

OGNI MALEDETTO 17 OTTOBRE Oggi è il 17 ottobre, una data, per me, da ricordi scolpiti nella pietra. Ieri, quando avevo cinque anni, nel Lungotevere davanti alla Sinagoga di Roma e lungo tutta Via Arenula era un susseguirsi di automezzi della Gestapo in sosta , motore acceso. Eravamo arrivati da Monteverde Nuovo con una “ camionetta” io e mio padre, s’era sparsa la voce del rastrellamento degli ebrei. Come se fosse oggi, ricordo tutto, ogni movimento, i soldati tedeschi silenziosi, non c’era chiasso, ne presero più di mille. Ad uno ad uno gli automezzi tedeschi ripartirono col loro carico di ebrei, il Tevere, lì sotto, scorreva indifferente mentre voci metalliche scandivano, come fruste schioccanti, perentori ed incomprensibili comandi. Svanito che fu l’ultimo automezzo dietro l’angolo di Largo di Torre Argentina, verso Via delle Botteghe Oscure, mio padre mi prese per mano. Ci avviammo verso Ponte Garibaldi, camminavamo piano, il fiume scorreva lento, i vortici dell’Isola Tiberina parevano gioiosi. Ci facemmo a piedi tutto Viale del Re per salire su un’altra “ camionetta” ormai quasi a Piazza Mastai. Da quel 16 ottobre del 1943 mio padre, ogni 16 ottobre, coglieva ogni occasione per ricordarmi quella giornata, fin nei minimi suoi particolari, dettagli, minuzie che poi la mente facilmente dimentica. Per esempio il numero del tram che avremmo dovuto prendere ma che non c’era. Era il 28 o il 13, entrambi scendevano dalla Circonvallazione Gianicolense verso Ponte Garibaldi e dunque la Sinagoga. Poi, quando divenni più grande pensò bene di farmi fare le medie all’Ugo Foscolo, proprio dietro la Sinagoga, al Ghetto. Ha continuato a ricordarmi quella data anche dopo che se ne era andato a vivere in Francia, era sempre la sua la prima telefonata, a casa mia, del 16 ottobre di ogni anno, fin tanto che è vissuto, fino al 16 ottobre del 1988. L’anno dopo Antonino era già sepolto nel cimitero di Pau, dove tiene per mano la sua compagna Genevieve , erano gli ” amanti latini” ( perché parlavano in latino anche fra di loro, latine loquere) “ aux Jardins d’Arcadie “ di Pau, una deliziosa residenza, provincia del Sud Ouest francese, provincia basca irredentista, patria dei tre moschettieri e del paté de fois gras. Per questa ricorrenza , oggi, ho preso macchina, compagna e le mie bassotte, tre dico tre, e via verso Torrita Tiberina. Sosta sulla tomba di Aldo Moro, il politico democristiano che avrebbe , anni dopo, venduto la vita degli ebrei italiani , offerta in olocausto al terrorismo palestinese, per salvare la vita degli italiani non di religione ebraica. Una sorta di “ genocidio programmato”, una “piccola shoah” che Moro e Berlinguer , cioè Dc e Pci, di comune accordo, infersero al popolo ebraico italiano. Non ho pregato – io purtroppo non ho mai trovato la fede in una religione , ma coltivo un’altra religione, quella che adora il “ beneficio del dubbio” e mi tiene abbastanza compagnia , debbo dire – davanti a quelle scarna cappella. Ma ho solo rammentato questi pensieri , mormorati , a bassa voce. Non un affronto ad Aldo Moro, mai, ma un doveroso tributo alla verità che nessuna censura, che nessuna farsesca a farlocca verità ribaltata può e deve far dimenticare. Perché, pane al pane, è comodo signori comunisti e post ergersi a difensori delle vostre vittime quando ricorre la shoah e poi diventare i loro carnefici, appena trascorsa quella data.

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