Gaetano Immè

Gaetano Immè

domenica 22 febbraio 2015

MA QUALE EVASIONE FISCALE, RIBELLARSI ALLA SCHIAVITU’ FISCALE E’ IL DOVERE DI OGNI UOMO CHE NON SIA UN MAGNACCIA . Recita l’articolo 53 della Costituzione che “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività. Nella sua apparente innocuità, questo articolo, spesso evocato, è la base ed il fondamento di alcuni dei peggiori crimini perpetrati dallo Stato costituzionale italiano nei confronti degli individui. Solo uno stato illiberale e dunque contrario alla libertà dell’individuo, in particolare lo Stato socialista, si basa su questa forma di ” schiavismo” , il così detto “schiavismo fiscale “ surrettiziamente reintrodotto in Italia dai beneamati “padri costituenti” con questa disposizione della Costituzione, per consentire al “ loro vagheggiato Stato socialista” di estorcere ai suoi “schiavi” quanto esso Stato desideri , sottraendolo , con la violenza dell’imperio, ai cittadini, da quello che essi riescono a guadagnare con il proprio lavoro per il sostentamento proprio e della propria famiglia. Secondo la Convenzione sull’abolizione della schiavitù dell’ONU « la schiavitù è lo stato o la condizione di un individuo sul quale si esercitano i poteri del “diritto di proprietà” o anche solo taluni di essi poteri e "schiavo" è l’individuo che ha tale stato o condizione ». Prelevare forzosamente qualsiasi importo da quello che l’individuo produce per sé equivale ad esercitare, appunto, uno dei diritti di proprietà ( cioè “ il diritto di proprietà “ sul prodotto del lavoro dell’individuo, né più e né meno come ai tempi della schiavitù e poi dei lavori forzati) sull’individuo, fatti che certificano la sua condizione di schiavo dello stato socialista. Il “ potere “ socialcomunista” ha tentato di affinare gli strumenti per attribuire una patina di legittimità alla creazione di questi “ schiavi moderni”. Per esempio la “ Scienza delle Finanze” si occupa e si preoccupa di legittimare giuridicamente tale forma di schiavismo fiscale . Ma non ci riesce, perché se è sicuramente accettabile il principio che regola le “tasse” ed i “contributi”- più o meno a carico di chi utilizza un certo servizio pubblico ( peraltro svolto in regime di monopolio assoluto da parte dello stesso stato socialista e dunque assolutamente contrario ai Principi fondamentali dell’uomo) – non basta affermare genericamente e pomposamente che le “imposte” siano dovute a fronte di servizi indivisibili per dare loro veste diversa da quella della schiavitù economica, perché anche questi servizi indivisibili sono forniti sempre dallo stato socialista, in regime di assoluto monopolio, regime tipico dell’anticamera dello schiavismo e cioè del colonialismo. Domanda basilare: lo Stato ha o no il diritto di imporre imposte ai cittadini per pagare, faccio un solo esempio, l’amministrazione della Giustizia? La difesa “dai nemici della giustizia “ rappresenta un servizio che viene offerto a tutti i cittadini, indipendentemente dal fatto che lo vogliano e che lo utilizzino. E' pertanto un servizio “ non a domanda” , cioè un servizio che non può essere accettato da una parte della popolazione e rifiutato dall'altra, senza che quella che l’ha rifiutato ne goda ugualmente. E dunque corretto affermare che tutti coloro i quali ne traggano beneficio siano tenuti a rimborsarne le spese, in proporzione ai costi sostenuti per ciascuno. Ma nessuno, nemmeno lo Stato, ha il diritto di disporre dei beni altrui. Dunque nessuno, neppure lo Stato, può imporre imposte per finanziare tali spese, corrispondenti a servizi non richiesti. Servirebbe escogitare un sistema alternativo che sia coerente con i Principi fondamentali. Tutto questo percorso di civiltà fiscale non è stato nemmeno iniziato in Italia, proprio a causa dello “ schiavismo fiscale” introdotto dall’articolo 53 della Costituzione. Come “ogni potere” anche “questo potere conta sulle proprie istituzioni armate, come la polizia e l’ esercito, pronte a difendere gli schiavisti e a reprimere le eventuali proteste degli schiavi. A ciò si aggiunga che in Italia il dominio mediatico del comunismo ha creato un'occhiuta, ostinata, martellante propaganda informativa e culturale che vive e si arricchisce proprio con il frutto dello schiavismo fiscale e che si dedica ,per proprio tornaconto , a presentare questa “estorsione” come fosse invece un “sacro dovere” del cittadino, diffamando come fosse un criminale, lo schiavo che tenti , con qualsiasi mezzo, di sfuggire alla schiavitù, di arginare la rapina dello stato schiavista , mentre in realtà è vero esattamente il contrario. La conclusione è che, in Italia i cittadini devono lavorare per oltre sei mesi all'anno solo per far fronte alla rapina che lo Stato compie sul loro lavoro. Sono cioè schiavi, sono coloni, sono innocenti condannati ai lavori forzati per oltre metà del loro tempo. Raramente, anche nell'antichità, l'oppressione statale è arrivata a tali livelli di esosa criminalità. Ciascuno è libero di disporre della sua persona e proprietà. Nessuno, neppure lo Stato, può trasformare un uomo libero in uno schiavo, sia pure ” solo per sei mesi all'anno”. Chi lo fa è un criminale. Che questo criminale prelievo fiscale italiano sia una forma di schiavitù lo dimostra una semplice constatazione : nessuno dei suoi principi fondamentali( solidarietà, riserva di legge, capacità contributiva) sono compresi nei “ Diritti naturali dell’uomo”, ma sono stati tutti “ imposti” dalle ferree regole dettate dai “beatificati – solo dalla sinistra comunista – nostri padri costituenti”, inserite solo nella nostra costituzione . Infatti il “principio della solidarietà economica e sociale” , vale a dire l'appartenenza alla comunità statale che impone a ciascun consociato "l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale" è scritto solo nell’articolo 2 della Costituzione italiana; il “principio della riserva di legge” , secondo cui il “ potere impositivo” compete solamente agli organi centrali e locali “ del potere schiavista “ è stato introdotto in Italia tramite l’articolo 23 della Costituzione italiana, ideato dai lungimiranti ed eternamente beatificati “ padri costituenti”; ed infine il “principio della capacità contributiva” , per il quale "tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva e secondo criteri di progressività ", è una norma criminogena che ovviamente non esiste in nessuna delle Convenzioni per i diritti umani e contro lo schiavismo, ma è stata introdotta in Italia dall’articolo 53 della Costituzione. In parole povere tutti i mezzi coercitivi che violano i “diritti fondamentali dell’uomo” e che servono per soggiogare gli individui allo schiavismo fiscale sono stati introdotti dai “ Beati padri costituenti” allo scopo di creare una Costituzione che consentisse loro di ridurre gli individui a schiavi dello Stato socialista. Credo sia doveroso ormai prendere atto che questa Costituzione italiana, più che “ il frutto del compromesso” fra i vari partiti politici, sia il “bottino di una virulenta e violenta intimidazione del Pci “ sulle altre forze politiche. Lo scopo era quello di costruire, con i soldi della parte produttiva del Paese, uno Stato comunista che fosse governato e gestito non da chi lo ha finanziato, ma dai loro predoni. Perché chi ha pagato di più degli altri, in funzione della trappola costituzionale della “ propria maggiore capacità contributiva”, oggi dovrebbe essere proprietario dello Stato con una quota enormemente maggiore rispetto a chi ha pagato di meno . Ma ci hanno pensato sempre i “beati padri costituenti” a sistemare il bottino nelle mani dei predoni, con quell’uguaglianza dell’articolo 2 della Costituzione che è la legalizzazione delle rapine. L’Italia è stato l’unico Paese dell’Europa che, uscito da una dittatura ha accolto, come fosse un salvatore della patria, il rappresentante in Italia di Stalin, ossia del regime comunista staliniano, il più feroce regime comunista che sia mai esistito al mondo. Questo accadde non per caso, non per responsabilità degli alleati, né per quelle del Vaticano ma esclusivamente per l’ignoranza del popolo italiano. E perché, alla caduta del fascismo, rientrò in Italia Palmiro Togliatti. Il quale, forte dell’esperienza di come gestire il potere nel regime staliniano – per aver fatto parte della nomenclatura staliniana per diversi anni – impostò subito la linea politica del Pci. Togliatti e la nomenclatura comunista italiana erano assolutamente convinti che, essendo il popolo italiano ridotto alla fame, straccione ed ignorante, la “ resistenza rossa ” dovesse andare tranquillamente fino in fondo, instaurando alla fine del percorso un vero e proprio regime comunista in Italia. E’ innegabile che il percorso del Pci, però, fra quegli anni ed il 1992, durante tutta la Prima Repubblica, fu un fallimento totale spaventoso. Basta ricordare come durante questo lungo percorso il Pci abbia subito una vera e propria emorragia di consensi, passati dal 40% nel 1948 al 16% nelle elezioni del 1992. Poi, nella seconda Repubblica , hanno preso la guida della “banda comunista” i Magistrati comunisti. E con lo stato di polizia hanno “imposto” , complice primo Napolitano, il loro regime. Tutto questo sempre grazie ai venerati nostri padri costituenti. Amen.