Gaetano Immè

Gaetano Immè

mercoledì 18 marzo 2015

LA CORRUZIONE – PRIMA PARTE Affrontare il problema della corruzione armati con le grida manzoniane e schiavettoni d’ordinanza della ben nota “Magistratura alla Kit Garret e dei sui “ sottopanza” ( M5s, Partito Democratico, Sinistra radicale, Scalfari, Mauro, Travaglio, Barbacetto, Gomez, Padellaro, Salvini, giustizialisti e forcaioli sciolti, in branco ed a pacchetti al seguito ) significa commettere lo stesso omicidio che commette un chirurgo il quale, in procinto di operare un paziente per asportargli un polmone malato, poco informato sull’intervento ( sbadatezza, distrazione, superficialità, ecc) gli asporta il polmone buono. Questi sì che sono veri e propri “omicidi di Stato”, dovuti ad “ignoranza” dei fatti sui quali si interviene, con l’aggravante di usare un’arma micidiale: imporre proprie soluzioni con piglio occhiutamente autoritario con la “sola forza del potere” ( sono io il chirurgo, sono io il Magistrato, insomma “ io sono “ Lo Stato padre e padrone” ) ma senza una previa doverosa , scientifica e non ideologica conoscenza del male da estirpare. Quello del chirurgo determina la morte del paziente invece della sua guarigione , quello finora commesso nei secoli ormai dai Magistrati italiani contro la corruzione non ha mai segnato un miglioramento della salute del Paese davanti a quel tumore maligno . A nulla sono mai servite le tante “asserite emergenze”, le tante leggi speciali, le “ campagne di Milano “, l’ istituzionalizzazione e la premiazione della “delazione “ come nella più retriva e fosca DDR con Sbt e Kgb a spiare , gli innumerevoli inasprimenti delle pene edittali , le molteplici e successive restrizioni delle libertà personali sacrificate, come chiedevano i magistrati – officianti il curiale rito per la “ “legalità” sull’ara pagana , per la gioia del Maligno invece che per quella del Paese. Non lo si vuole accettare: la corruzione non è un problema politico, ma un problema storico e culturale e coincide, in parte, con la “ questione italiana”, non ha bisogno di manette, televisioni, schiavettoni, di scene da Far West ( vero Dr Pignatone?) , ma di una sua cura culturale . L’Italia è un paese la cui storia politica unitaria è caratterizzata , nello scorrere dei secoli, da una sua specifica e precisa peculiarità: da una serie infinita e non interrotta di furiosi processi di delegittimazione reciproca dei partiti politici, da una profonda ed incancellabile sfiducia dello Stato nei suoi cittadini e dei cittadini nei confronti del loro Stato. Questa frattura ha contrapposto, nella storia, il “ paese legale” ( cioè quello istituzionale) al “paese reale” ( al popolo), ma le due entità hanno sempre dovuto convivere così producendo fatalmente da un lato un “ sistema di potere” che consentisse almeno la governabilità del Paese a dispetto della fronda e dall’altro lato una irresistibile attrazione popolare a favore della rivolta contro il potere politico. Si è venuta così a creare una profonda discrasia fra due mondi opposti: da un lato le “élite politiche ed istituzionali” ( partiti politici, casta, poteri istituzionali che richiamano il gioco di squadra per essere untiti e complici nel guidare il paese non ostante la fronda ) e dall’altro il popolo. Quando, con l’unificazione, si tentò di far entrare il Paese nel circolo della modernità di ogni genere (politica, sociale, economica, ecc.) ci si avvide che il paese, unito, non disponeva, per ragioni storiche, di una classe dirigente, di una società civile - come si direbbe oggi - capace ed in grado di assecondare e di promuove la sua modernizzazione. Insomma fra la “libertà” ed il “progresso” si deve instaurare una gara a rincorrersi, un vero e proprio circolo virtuoso – quello che si intende come “liberalismo” – prodotto da condizioni che nell’Italia della seconda metà dell’Ottocento erano del tutto sconosciute ed in quella del Mezzogiorno poi addirittura del tutto improponibili. Così, confondendo il mezzo con il fine, quella classe piemontese, che si riteneva liberale, fu quasi obbligata a gestire lo “stato unitario” con una dose industriale di autoritarismo. I rapporti fra élite ed il Paese, già di loro assai difficili, erano ancor di più resi complicati ed ardui dalla invadenza della Chiesa cattolica; lo sviluppo degli altri Paese europei già marciava più speditamente che il nostro e dunque costringeva le élite italiane a temere una marginalizzazione del Paese , una sua futura irrilevanza, aggiungendo così ai tanti problemi anche quello della fretta, della premura, sempre pessima compagna e consigliera. Disconoscere una simile tara ereditaria equivale a chiudere gli occhi di fronte alla realtà ed all’evidenza, a nascondere la polvere sotto il tappeto. Non a caso un grande liberale come Luigi Einaudi aveva un motto che diceva: “conoscere, per deliberare” preceduto da un altro illuminista liberale, Francois Marie Arouet, alias Voltaire il quale predicava “ non condivido le tue idee ma sono disposto a sacrificare la mia vita affinché tu le possa sempre esporre “ . Ecco , il liberalismo si presenta come una convinzione che il dibattito e la collaborazione per il bene del paese convenga a tutti, come l’esaltazione del “ discutere” che comprende tanto la discordanza quanto il migliorarsi. Ogni teoria ad esso liberalismo opposta dunque, si presenta come una forza disintegratrice e distruttiva della “discussa ma condivisa verità raggiunta”, come una ideologia che subordina agli interessi di parte quelli superiori del paese intero. C’è poi un altro aspetto particolare e curioso nella storia d’Italia: ogni élite politica, fra le tantissime che si sono succedute al governo del Paese , nessuna esclusa, era convinta che il proprio “progetto modernizzante” sarebbe stato curativo ed educativo quel tanto che sarebbe bastato per sanare in via definitiva la frattura fra “Paese legale” e “ Paese reale” ed ha perseguito il suo scopo ( il superamento della nostra storica ed endemica “arretratezza socio – culturale “) cercando di consolidare il proprio potere, di riaffermare la propria legittimità, postulando in tal modo una surrettizia pretesa di una propria inamovibilità, per cercare di costruire un rapporto di fiducia col popolo Come se non fosse fatale ed umano che tutte le classi politiche che si sono succedute al governo dell’Italia sulla base del principio platonico di “ chi deve governare” rimanessero esse stese vittime dell’arretratezza socio culturale dell’Italia, come se non fosse prevedibile che esse non potessero restare a lungo isolate nella società, lontane dagli interessi e dal sistema delle pressioni, come se fosse cosa facile riuscire a conservare la rigida ed occhiuta tensione etica dei loro esordi politici. Dall’altro lato la ininterrotta successione di lobby politiche succedutesi nel tempo dall’Unità ad oggi ha prodotto fatalmente un “ apparato burocratico” il cui compito avrebbe dovuto essere quello di “ mediare” fra il “paese reale” ed il “ paese legale” per costringere il “paese reale” al rispetto di regole e leggi emanate a difesa del potere di ogni élite politica dominante per fare “ convivere” la due fazioni e fare procedere il Paese nel cammino della modernizzazione . Procedendo nel tempo ed usando potere e discrezionalità insita nel suo compito storico, questo “ apparato” ha dato origine , come suo “effetto collaterale” , alla “ corruzione sistemica” che si è sempre più incistata ed ingigantita nel Paese. Perché la corruzione ( le tangenti, gli abusi d’ufficio, le malversazioni di denaro pubblico, ecc.) è il naturale approdo delle mediazioni ,realizzate dall’apparato burocratico, tese però e fatalmente a favorire il clientelismo della élite al potere, che così si assicurava il necessario consenso politico. La storia ammonisce che approdando nell’era repubblicana con sul groppone simili problemi ancora irrisolti, un agente patogeno scatenante in maniera assolutamente distruttiva la corruzione è stato senz’altro la componente marxista stalinista e cioè la sinistra comunista. E’ una peculiarità dell’Italia questa, di ridurre ogni “ èlite modernizzante” a” forza staliniana” come conseguenza del distacco fra “paese legale” e “paese reale” . Insomma, il Paese diventa autore interessato e partecipe spettatore dello sbriciolarsi della “tenuta etica” delle varie èlite modernizzanti, sospinte verso posizioni staliniane proprio nel tentativo di attuare i loro progetti, ostacolati proprio dall’aggressività dell’opposizione. Ma chi ci garantisce che quell’aggressiva opposizione agisca proprio in nome del superiore interesse del Paese e non per difendere proprie lobby e propri privilegi? La patologia non è data dalla volontà di una certa lobby politica di attuare il proprio progetto educativo e curativo, quanto dall’ eccesso di opposizione, da un eccesso di moralismo, di giustizialismo, di clericalismo retrivo e pretesco che ormai permea la vita pubblica del Paese, spesso prodotto dagli interessi spiccioli di qualche potentato, di qualche lobby o dalla difesa di propri privilegi. Questo atteggiamento di ostilità, di delegittimazione, di opportunismo, che caratterizza l’arretratezza culturale che da cento cinquanta quattro anni costituisce la storica ed insanata frattura fra “Paese legale” e “Paese reale”, che costringe il Paese alla sua arretratezza, è sopravvissuto alla bellezza di due tremende guerre mondiali, a tre regimi differenti ( monarchia, fascismo, repubblica ) , ad una rivoluzione industriale, ad un miracolo economico, ad una stagione di terrorismo, all’evolversi del pensiero politico e filosofico per la bellezza di tre secoli ed è la dimostrazione pratica e lapalissiana di come in Italia siano state incoraggiate oltre misura le opposizioni politiche, le quali, nella loro aggressività, sono arrivate ad assumere atteggiamenti e forme di puro sovversivismo. Occorre dunque una bonifica generale del sistema, principalmente nella sinistra politica italiana di vario genere , occorre non certo un altro “rastrellamento giudiziario”, un’altra “ deportazione giudiziaria” contro schieramenti politici avversi a quello della sinistra, com’è accaduto nel 1992. Ma a cosa servirebbe aumentare le pene edittali, creare nuovi reati corruttivi, anticipare le loro soglie di punibilità a concetti da sacrestia , tramutare qualche peccato in reato, abolire del tutto o in parte la prescrizione , creare pool giudiziari utili più alle carriere politiche dei magistrati che a debellare la corruzione ( Casson, Violante, Di Pietro, D’Ambrosio, Grasso, Scalfaro, ecc) se poi il magistrato fa come il chirurgo incapace e taglia il polmone sano? Perché la “vera corruzione” in Italia, quella endemica e sistemica , qualle invasiva fino al midollo, quella che si è avvinghiata al sangue del Paese come una leucemia sta tutta nella sinistra politica italiana. Lo vedremo nella puntata successiva.