Gaetano Immè

Gaetano Immè

lunedì 30 marzo 2015

IL CONFORMISTA COMUNISTA (MA ANCHE CATTOLICO) Il conformista avrà’ sempre assicurata vita migliore dell’anticonformista perché il potere crea appositamente, per avvalersene appunto, forme di pensiero unico e stereotipato inculcando il quale a causa del folle e falso egualitarismo, riesce a dominare valanghe di persone dalle menti più deboli e subordinate, così che le persone conformiste saranno agevolate, facilitate , persino privilegiate fino a costituire un vero e proprio esercito succube del conformismo, così obbediente e fidelizzato da emarginare ogni e tutti gli spiriti ribelli, fino al punto ideale dell’ideologia comunista: tutti i conformisti saranno ugualmente poveri ma tutti mantenuti da un potere imperiale che. per mantenerli, schiavizzerà gli spiriti ribelli e produttivi rapinando loro il frutto delle loro fatiche.
I DISASTRI DELLA MAGISTRATURA CON LA COMPLICITA’ DEGLI OPERATORI DEL DIRITTO La legge 20 febbraio 2006 n.46 affermava l'inappellabilità, e la sola possibilità di revisione del processo in Cassazione, per le sentenze penali di assoluzioni, prevedendo inoltre la possibilità di appellare sentenze di proscioglimento solo in caso di nuove prove sopravvenute . Era la “legge Pecorella”. Dietro una ossessiva campagna mediatico – politica , la Consulta emise la “disastrosa” sentenza n. 26/2007 ( contraddizione di quella legge con gli art. 111, sulla parità delle armi tra difesa e accusa nel processo, 3, sulla parità tra le parti nel processo e 24, sulla possibilità di ricorrere per tutti in giudizio ) . Fuori di propaganda mistificatoria , che dominava il circo mediatico di quei giorni con interventi politici da basso impero e trivio , basati esclusivamente sulla criminalizzazione di Berlusconi ma poco o nulla “ sul diritto” , era proprio l'appello del PM, così come concepito “prima” della legge Pecorella, ad essere incostituzionale. Per la semplice constatazione che non si era formato nel totale contraddittorio con l'altra parte come previsto dall'art.111 al comma 5º. La principale sentenza sulla legge Pecorella (n.26 del 2007), basata sull'art.111 della Costituzione ha dichiarato incostituzionale la sua previsione per la quale il PM non potesse appellare le sentenze di proscioglimento. Una decisione semplicemente “ folle”, “ assurda” perché fu dichiarata incostituzionale solo per tutelare il PM ma non fu per niente presa in considerazione la parte relativa alla tutela dell'imputato. Un obbrobrio, una legge vergognosa e questa sì “ contra personam”, una giustizia che pretende di imporre il bavaglio all’opposizione politica, una deriva fascista ed autoritaria , insomma la solita brodaglia del trivio giustizialista( Grillo e comunisti e fascisti) perché la figura del P.M. non ha mai avuto armi pari con la difesa dell’imputato (indagini, intercettazioni, sequestri, misure cautelari, polizia giudiziaria , ecc. ) . Considero quella decisione della Consulta un gravissimo errore ( vorrei dire una vergogna in verità, perché una Consulta che si fa telecomandare da giornali dei poteri forti fa ribrezzo) perché la parità delle parti è un principio assolutamente estraneo ai poteri processuali del pubblico ministero e dell'imputato. Infatti l'articolo 111 della Costituzione ha elevato la” parità delle partì” a principio di valore costituzionale ma solamente in relazione al “contraddittorio fra le parti”. Invece, pur di ossequiare il “ pensiero unico dominante” la Corte( sentenza 26/07) ha voluto interpretare il “principio di parità delle parti” come una sotto specificazione dell’articolo 3, asserendo che “negare alla parità delle parti un connotato essenziale dell’intero processo, attribuirebbe al principio di parità dell’articolo 111 un valore derogatorio dall’articolo 3”. Ma non è affatto vero! Perché l'art. 3 ha riguardo a situazioni in cui non è consentita una disparità dì trattamento, ma in relazione a talune qualità della persona, quali sesso, razza, lingua, censo ecc. E non è una mia convinzione, perché questo lo scrive, altrove, la stessa Corte Costituzionale . L’ ordinanza n. 286 del 10.7.2003, ricordo, ha dichiarato” manifestamente infondata” la questione riguardante la mancata previsione della soccombenza dello Stato in caso di assoluzione dell'imputato così motivando: "La tesi del rimettente non ha alcuna rispondenza nei lavori preparatori dai quali con nettezza risulta che il principio della parità delle parti trova la sua concretizzazione nell'eguale diritto alla prova e nella regola che questa deve formarsi in contraddittorio, ma non comporta che i poteri e i mezzi di cui le parti sono dotate debbano essere gli stessi, essendovi invece, a questo riguardo, nel processo penale una naturale asimmetria che può essere bensì attenuata, ma non eliminata, collegata com'è, allo ius puniendi che solo allo Stato può spettare". Ci sono almeno due ragioni che sorreggono il diritto ad un secondo grado di giudizio da parte dell'imputato condannato, e che non valgono per il pm in caso di assoluzione. La prima trova il suo fondamento nell'art. 14 del Patto internazionale sui diritti umani, del 1966, e entrato in vigore nel 1976, in base al quale: "Ogni individuo condannato per un reato ha diritto a che l'accertamento della sua colpevolezza e la condanna siano riesaminati da un tribunale di seconda istanza in conformità della legge". In caso di condanna in secondo grado, in riforma dell'assoluzione, nessun giudice riesamina "l'accertamento della colpevolezza", e cioè il merito. Non vi è , non esiste analoga garanzia per il pm. La seconda ragione si ricollega direttamente al diritto di difesa riconosciuto in Costituzione. Così sì è espressa la Corte nella sentenza n. 98 del 2004: mentre "il potere di impugnazione riconosciuto in via di principio all'imputato quale esplicazione del diritto di difesa e dell'interesse a far valere la propria innocenza non può essere sacrificato in vista delle finalità deflattive cui si affida la previsione del giudizio abbreviato", tale riconoscimento non ne comporta "uno corrispondente per il pubblico ministero, le cui funzioni non sono assistite da garanzie dì intensità pari a quelle assicurate all'imputato dall'art. 24 della Costituzione, il quale non riguarda l'organo di accusa. La configurazione dei poteri del pubblico ministero rimane perciò affidata alla legge ordinaria, che potrebbe essere censurata per irragionevolezza solo se i poteri stessi, nel loro complesso, dovessero risultare “ inidonei all'assolvimento dei compiti previsti dall'art. 112 della Costituzione”. D'altronde non può disconoscersi come la vigente disciplina preveda, in alcune fasi del procedimento penale, talune posizioni di vantaggio per l'organo d'accusa, il che non fa apparire irragionevole che il legislatore, per realizzare a pieno il diritto di difesa costituzionalmente garantito e ristabilire la parità processuale, munisca in altre fasi l'imputato di altri poteri cui non debbano necessariamente corrispondere simmetrici poteri per il pubblico ministero, fatte salve ovviamente le posizioni a questi costituzionalmente garantite ai fini del complessivo assolvimento delle sue attribuzioni". La Corte ha quindi sancito espressamente una disparità tra le parti rispetto al diritto ad impugnare, disparità che ha le sue basì nella stessa Costituzione: "la diversità dei poteri spettanti, ai fini delle impugnazioni, all'imputato e al pubblico ministero è giustificata dalla differente garanzia rispettivamente loro assicurata dagli articoli 24 e 112 della Costituzione". Resta una sola possibile obiezione: l'appello dell'imputato, in caso di condanna, e di successiva assoluzione, non si scontra con la regola del 111 secondo cui la prova deve formarsi davanti a un giudice terzo e imparziale, e cioè davanti al giudice che dovrà emettere la sentenza ? . In realtà non vi è alcuna contraddizione, per il semplice motivo che la regola è stata scritta a garanzia dell'imputato, e perciò non può essere trasformata in un limite ai suoi diritti. L’antiberlusconismo viscerale, alla Bersani, alla Scalfari, alla Civati, alla moda dei magistrati alla Kit Garret e loro lobby non ha fatto già troppi danni, avendo creato un “ tappo” di becerume che ha soffocato il cammino democratico dell’Italia sul cammino di un bipolarismo finalmente al passo dei tempi ? Non è arrivato il momento di attuare le richieste della Cedu e cioè che : "La sentenza assolutoria non può essere riformata in peius se coloro che hanno la responsabilità di decidere sulla colpevolezza o l'innocenza dell'imputato non abbiano sentito i testimoni e non abbiano valutato la loro attendibilità in prima persona".? Ma con chi si può parlare di questi principi? Non certo con l’attuale classe politica, dove , per dirla francamente , ha ottenuto cittadinanza persino il re dei forbiti ignoranti, Grillo. Con l’attuale formazione politica di sinistra ? E non è stata proprio quella formazione politica ad imporre, in combutta con i magistrati alla Kit Garret, questa incresciosa e deleteria, infamante e vergognosa situazione giudiziaria e sociale italiana? Operatori del diritto, svegliatevi, è primavera! Ma non siamo a Praga. Ma in Italia.