Gaetano Immè

Gaetano Immè

venerdì 22 maggio 2015

ANCORA IGNOTI I VERI ASSASSINI DI FALCONE, I MANDANTI BEN PROTETTI DALLA MAGISTRATURA, COCCOLATI DALL’ANTIMAFIA E DALLA SINISTRA POLITICA I due processi (Capaci uno del 1993 e Capaci bis del 2008) non hanno scoperto gran che , dato che era pressoché un’ovvietà che fosse stato un killer mafioso ad uccidere Giovanni Falcone , la moglie e la scorta e Borsellino. Ma, ciò non ostante cosa fece la Magistratura per gli eccidi di Falcone e di Borsellino ? Invece che seguire i vari filoni di possibili indagini, si fece guidare dalla mafia, perché si limitò a seguire le piste che venivano proposte dai pentiti di mafia. E basta. Infatti nel “Capaci Uno” , del ’93, la Dia - chissà come e perché- intercettò un vero nobiluomo, tale Antonino Gioè che con altri due mafiosi ( Di Matteo e La Barbera) parlavano al telefono dell'attentato di Capaci, mentre nel “Capaci bis” del 2008 fu una vera “eccellenza” a guidare la Magistratura, Gaspare Spatuzza “ ricordava” e la magistratura obbediva. Dal momento degli eccidi ( 1992) fino a tutto il 2008, per sedici lunghissimi anni, la Magistratura ha eseguito esattamente e solo tutto quello che la mafia aveva stabilito di poter dire per ottenere lo scopo comune concordato : permettere alla magistratura di istruire due pressoché inutili processi, ma ai soli killer per proteggere i veri mandanti ed alla mafia di ottenere premialità carcerarie ed economiche per molta sua gente . Una lunga trattativa , questa certamente di tutta evidenza e comprovata dai risultati conseguiti, con la mafia corleonese da parte di un pezzo dello Stato. Che , stranamente, non interessa alla Procura di Palermo o alla magistratura ,così attenta, per dire, alla “ legalità” ed anche devota “ all’anti mafiosità” . Va bene così, dite voi? Bene così, perché così dicono Santoro, e Travaglio, il M5s, Gratteri, Spataro e la casta dell’antimafia professionale , il circo “Medrano ” dei “fratelli e sorelle di” , di “ agende rosse”, quel codazzo di professoroni di mafia che più mafia incutono e spandono , magari incartandola in una falsa bandiera della legalità più incassano di soldi pubblici e potere? Per quei pochi , fuori dal folto coro di indottrinati , che invocavano quanto fosse invece necessario non solo scovare gli assassini di Falcone e di Borsellino - cosa relativamente semplice, suvvia, a Palermo, suvvia! – ma soprattutto scovare chi fossero i veri mandanti di quelle stragi mafiose , la Magistratura usò il suo ineffabile ed arrogante imperio: già nello stesso 1993, la Procura di Caltanissetta , dietro solenni squilli di tromba , proclamò “ urbi et orbi” il processo del secolo sui mandanti quelle stragi . Ma lo fece solo per averne l’esclusiva , per mettere il cappello sulla questione dei veri mandanti , per mettere un bel tappone sulla spinosa questione e per evitare – la prudenza non è mai troppa ! - che ad “altre Procure”, magari meno asservite e colluse con la mafia corleonese e con il suo esercito di pentiti di quanto non avesse dimostrato di esserlo la stessa Procura di Palermo ( più avanti la motivazione di tale precisa accusa ) venisse disgraziatamente in mente di scavare a fondo sui veri mandanti. Non sia mai! Così , mentre “ il tempo passava, con le stagioni a passo di giava” (da “Piero”, De André e non a caso, visto che anche Falcone e Borsellino giacciono senza la rosa o il tulipano della verità !) , la magistratura, tranquillizzata, se la prese comoda e solo nel 1998 ( dopo la bellezza di cinque anni, perdio!) riuscì a “stipulare un bel patto” ( tu dici quello che io ti dico di dire ed io ti garantisco i benefici carcerari ed economici riservati ai pentiti) con un altro esimio pentito di mafia, tale Salvatore Cancemi, nemmeno un testimone diretto, no certo, troppe responsabilità, ma un semplice “ bastardo da riporto”, un “juke box”( concedimi i benefici per i pentiti ed io canto quello che vuoi) , uno , cioè, che “spiffera”( in carcere, questi qui, si chiamano “ infamoni”) cose che sarebbero state dette da un terzo , meglio se nel frattempo il terzo sia anche morto ( vedasi Relazione della Commissione Parlamentare Antimafia della XVI° Legislatura) . Così nel 1998 vennero iscritti nel registro degli indagati, et voilà, Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri: bastava per assicurarsi di bloccare l’indagine sui veri mandanti delle stragi mafiose per decenni. E così fu . Poi, nel 2002 il GIP di Caltanissetta fu praticamente costretto ad archiviare quell’inchiesta : non erano bastati nove anni, dico nove anni, per trovare una minima conferma delle fantasie prezzolate del Cancemi. Ma la previdenza è dote essenziale per i magistrati ed allora, prevedendo appunto quella scontata archiviazione, la Procura di Caltanissetta pensò di protrarre all’infinito ( ad libitum, dicono i colti “ de sinistra”) la sua “padronanza esclusiva” sulla ricerca dei mandanti occulti, iscrivendo nel registro degli indagati, come carta di riserva, anche alcuni imprenditori (Antonino Buscemi, Pino Lipari, Giovanni Bini, Antonino Reale, Benedetto D'Agostino e Agostino Catalano) , da tempo notoriamente vicini all'organizzazione mafiosa ed i cui legami con la mafia non vennero però scovati grazie al lavoro della Procura di Palermo, no, ma solo grazie al lavoro dei Ros di Mario Mori, grazie al loro dossier “ Mafia e Appalti”, una inchiesta che, però, stava a cuore solo a Falcone ed a Borsellino, ma non andava proprio giù proprio alla Procura di Palermo, allora ancora guidata dal Dr Giammanco, col Dr Lo Forte, col Dr Pignatone, col Dr Ingroia Ancora una volta, dunque, la Magistratura si limitò a seguire, docilmente e scrupolosamente, i “ suggerimenti, le indicazioni e le istruzioni “ impartitegli dai eminenti collaboratori di giustizia (Angelo Siino e Giovanni Brusca), cioè da “ uomini di mafia “ che ipotizzarono sfrontatamente persino un interesse di “ alcuni ambienti politico- imprenditoriali” nell’affossare le indagini sulla famosa inchiesta “ Mafia e Appalti” e che la magistratura diligentemente seguì. Una spudoratezza, una impudenza, una temeraria sfacciataggine propria di chi si sente impunibile ed intoccabile , perché era stata proprio quella stessa Procura di Palermo a “sabotare” l’inchiesta di Falcone e Borsellino denominata “Mafia e Appalti”. già dal 1991 . Un sabotaggio che grida ancora vendetta e che restò ovviamente impunito, attuato distribuendo, ai legali dei mafiosi indagati, non , come consentito dalla legge solo, gli “stralci degli atti istruttori ” che riguardavano i loro clienti , bensì tutto il materiale raccolto nell’inchiesta e peraltro coperto dal segreto istruttorio, così informando la cupola della mafia su tutti gli elementi in possesso della magistratura. Un sabotaggio completato, beffardamente, con la sua definitiva archiviazione con provvedimento assunto – pensate voi - in data 15 agosto 92, in un giorno, cioè, “notoriamente “ dedicato dai magistrati al lavoro, no? ed a cadaveri di Falcone ( maggio) e di Borsellino ( agosto) ancora caldi. Così la magistratura è riuscita ad accaparrarsi l’esclusiva dell’inchiesta sui mandanti occulti , inchiesta che, guarda caso, verrà chiusa solo nel 2013 , quando ormai la magistratura politicizzata e la sinistra politica ad essa ancellare erano diventati i padroni dell’Italia, con Napolitano nella garitta del Quirinale , Monti, Letta e Renzi in quella di Palazzo Chigi ). Il GIP di Caltanissetta dovette archiviare l’inchiesta " poiché le indagini non avevano trovato ulteriori risultati investigativi”. Alla morte di Falcone e Borsellino tra i loro massimi "laudatores post mortem" trovate proprio coloro che più li avevano osteggiati in vita, in primo luogo l’ineffabile Eugenio Scalfari e la sinistra politica . Eppure il 9 gennaio 1992 Repubblica uscì con un articolo- fatto sparire da qualsiasi archivio – che l’editorialista, tale Sandro Viola , intitola “Falcone, che peccato”, sciorinando tutta una serie di attacchi contro Falcone per denigrarne e per sminuirne l’ operato, bollandolo come “un magistrato che a metà degli anni ’80 inflisse alcuni duri colpi alla Mafia”. Una disgustosa irrisione per Giovanni Falcone, principale artefice del primo maxi-processo che di fatto scoperchiò l’intera Cupola mafiosa che era rimasta ben protetta fino ad allora da una magistratura “ distratta”. Repubblica e Sandro Viola mossero accuse durissime, come nello stesso periodo altre sedicenti “icone anti-mafia” quali Leoluca Orlando, Nando Dalla Chiesa, Alfredo Galasso, Carmine Mancuso. Era il gennaio 1992, pochi mesi dopo, il 23 maggio, Giovanni Falcone sarebbe stato ucciso per mano mafiosa. L’articolo di Sandro Viola è misteriosamente sparito dagli archivi di Repubblica, quotidiano che usa pubblicare, per la ricorrenza di questi eccidi , un suo supplemento: l’anno scorso scelse il titolo “Uomini soli a Palermo”, un supplemento dedicato ad osannare Falcone e Borsellino e venduto ad una modica cifra, che finisce nelle casse del gruppo editoriale. Nessuna indagine della Magistratura su tutte le altre possibili piste su quegli eccidi. E ce ne sono molte di piste volutamente tralasciate. Quella sovietica , che avrebbe dovuto portare Falcone a Mosca di lì ad un mese per un incontro ufficiale e definitivo con un alto Magistrato russo, per concludere una inchiesta denominata “ oro di Mosca” e che risguardava i riciclaggi dei denari sporchi del Pci italiano, sopra tutte le altre. In questo modo gli eccidi di Falcone e di Borsellino si vanno ad aggiungere, grazie all’opera di questa nostra inguardabile Magistratura, a tutta una serie di eccidi e di omicidi per i quali questa lobby di impuniti intoccabili ha fatto in modo di non trovare mai i colpevoli: dall’omicidio dell’agente Annarumma del novembre del 1696, passando per Piazza Fontana e poi via via lungo quel filo rosso del terrorismo politico ed internazionale che ha devastato l’Italia. Anche per questo oggi la magistratura italiana comanda il Paese con la sinistra politica.