Gaetano Immè

Gaetano Immè

giovedì 29 ottobre 2015

Omaggio al cittadino vessato

Ieri, nel giornale di "nicchia intellettuale" "Il Foglio" hanno dibattuto il "problema della evasione fiscale".

L'On. Yoram Gutgeld del P.D. nonché anche commissario governativo alla Revisione della spesa mi ha "deliziato" con le sue due genialate.

Una riproponendo (credo sia la milionesima volta dall'introduzione dello schiavismo fiscale del 1972) il "concordato preventivo", ovvero un'azienda deve sottoscrivere il suo "debituccio con lo Stato" in via anticipata, come a dire "aprilo tu il negozio, va, che a me viene da ridere".

Per finire , in cauda venenum, riducendo ogni imprenditore al ruolo di "interdetto" perché "incapace e ladro patentato" per pregiudizio, ai quali basta non pagare l'IVA sulle loro fatture verso lo Stato, per non indurli in tentazione, a questi delinquenti.

Dall'ilarità si passa poi al grottesco, non tanto per l'intervento, incomprensibile, della mancata "Presidenta della Repubblica" Gabanelli, che ci mette molto del suo per trasformare la "discussione" in una copia del "libretto rosso" scritto dal Minculpop comunista degli anni cinquanta/sessanta, quanto per le vere "perle di saggezza" distillate dal nuovo Keynes de noantri, ovvero Stefano Fassina il quale, davanti ad un tale problema -ripeto, quello dell'evasione fiscale in Italia- non riesce a trovare di meglio, rovistando nervosamente nel kit preparato a suo tempo dal "comitato centrale del Pci" che la solita litania da "mastro redistributore" (dei soldi degli altri) a beneficio delle sue clientele politiche.

Nessuno che abbia pensato, magari per un solo attimo, all’italiano, all’uomo, al cittadino, al padre di famiglia, al lavoratore, nessuno che lo abbia messo al centro della scena fiscale perché, signori sia chiaro, è lui “il tartassato” non lo Stato, è lui la vittima silenziosa di un Stato rapace che non ha avuto scrupoli nel rastrellare (dati di Banca d’Italia, miliardi di lire a prezzi correnti) dai 42.159 miliardi di imposte del 1975 agli 820.370 miliardi di imposte nel 1995, una autentica deflagrazione. Nessuno studioso che abbia posto il cittadino al centro del suo pensiero, ma tutti -o quasi- a sbizzarrirsi con trovate ed espedienti -tipo Fassina, tipo Gutgeld, per trasformarlo in un "inetto", in un incapace, trattandolo come un delinquente nato, lui, il povero cittadino vittima di una rapina senza fondo da parte di uno Stato senza vergogna e senza rispetto per lui. Perché nessuno degli intervenuti ha detto al cittadino che nonostante l’esplosione dell’ammontare del carico fiscale sopra indicato, il deficit di bilancio è passato ( dati del FMI ) dai 401 miliardi di lire del 1950 ai 124.746 miliardi del 1995? Perché nessuno ricorda al cittadino italiano che una spesa pubblica, seppure decisa dal Governo, non è costituzionalmente legittima perché manca del tutto l’applicazione dell’articolo 42, terzo comma, della Costituzione, secondo il quale "la proprietà privata" ("i miei soldi che lo Stato espropria con le imposte può essere, nei casi previsti dalla legge e salvo indennizzo, espropriata per motivi di interesse generale”)?
Perché nessuno informa il cittadino che, per esempio, la spesa per lo “ Stato sociale”, che rappresenta ogni anno un terzo di quella pubblica totale, del 1995 (prendo il 1995 come esempio paradigmatico da moltiplicare per quaranta anni, dal 1975 al 2015) e che nel 1995 ammontava a 335.000 miliardi di lire avrebbe reso benestanti gli 11.380.000 italiani più poveri se ognuno di questi avesse veramente ricevuto i suoi 29.000.000 di lire in aggiunta all’altro reddito, per quanto poco, che ognuno di costoro già guadagnava?
Perché nessuno dice al cittadino italiano che, altro esempio, la spesa sanitaria per il SSN che al 1995 ammontava a 100.000 miliardi di lire poteva trasformarsi nel pagamento, per ogni famiglia italiana, della migliore polizza sanitaria da spendere in una sanità privata (che deve avere i bilanci in regola se non vuole fallire non essendo, appunto, pubblica, che potrebbe assumere personale e medici da quella inguardabile di stato, eliminando sprechi, ruberie, assenteismo, tangenti e schifezze del genere) determinando ancora una riduzione di quella spesa sanitaria (cioè delle relative imposte) di quasi il 50%?
Perché nessuno dice a questo tartassato cittadino che se dal 1980 al 1993 la spesa pubblica complessiva fosse, non dico rimasta uguale a quella dell’anno precedente, ma almeno fatta crescere nei limiti di crescita annuale del Pil (come pretende un minimo di responsabilità) il nostro bilancio statale, alla fine del 1993, invece che segnare un passivo di 153.000 miliardi di lire si sarebbe chiuso con un “attivo” di 90.000 miliardi di lire?
Ovvia la risposta alle domande espresse. Per evitare che il cittadino tartassato scopra che la rapina fiscale cui è sottoposto non solo produca “disoccupazione cronica ” e “sottosviluppo economico” e che i “ servizi pubblici” che in questo Stato lievitano, e che fornisce in posizione monopolistica fanno anche schifo: conoscere questi misfatti, esserne edotti, esserne anche consapevoli creerebbe la base per una vera e propria ribellione armata, una rivolta fiscale nella quale non si farebbero prigionieri.
Ma la colpa non è certo dei “governi”, o meglio non solo dei governi, i quali sono sempre stati -dal 1972 in poi- “complici” di questo scempio truffaldino ai danni del cittadino ma della Costituzione.
Infatti la inclusione dell’attività fiscale, l’esclusione della voce del cittadino nei temi fiscali è la riprova della disonestà fiscale del Paese.
L’unica via per per fare prigioniero della rapina fiscale ed indurlo al silenzio è proprio l’immissione in costituzione di tutto questo. Ecco, un fisco così, incostituzionale, rapinatore, dittatore, disonesto, tiranno merita contribuenti speculari, cioè evasori.
Fatevene una ragione, questa Italia di sinistra ha i contribuenti che si merita.