Gaetano Immè

Gaetano Immè

sabato 29 febbraio 2020




QUELLO SCANNATOIO DI MANI PULITE.

CRONACA DI UNA TRUFFA GIUDIZIARIA, COMMESSA DAL POOL DI MILANO, PER SALVARE IL PCI 


Parte Seconda  

DAL PASTICCIACCIO BRUTTO DEL CONTO GABBIETTA ALLA CONQUISTA DEL POTERE.




Il PCI , una vera e  propria holding del malaffare politico, dopo un primo periodo “picaresco” (databile fra il ’44 ed il ’47), durante il quale si finanziava con il bottino delle razzie della Resistenza (ossia con l’oro di Dongo, con una parte del tesoro   rubato alla Banca Jugoslava in complicità con Licio Gelli), si arricchì  non solo con il massiccio e sistematico finanziamento da parte del Pcus e del Kgb, ma anche con l’apporto delle cooperative rosse, tutte inquadrate nelle “ Lega delle Cooperative”, con una vasta rete di imprese di import-export  che agivano sotto la guida e la regia di Eugenio Reale, con le ingenti tangenti ricevute dall’Eni di Enrico Mattei ( sempre attento a finanziare il suo partito), poi ancora sostenendo, in Parlamento, alcun “ leggi speciali”, come “ la politica dell’Amministrazione straordinaria” votate dal Pci quando serviva per far ottenere generosi finanziamenti pubblici  ad imprese con le quali aveva concordato cospicue e ingenti tangenti , fino ad arrivare a forme di vera e propria sfacciata speculazione sugli “asset di proprietà dell’Italia”, come avvenne  con la  scalata alla Telecom di Stato da parte dei famosi “ capitani coraggiosi”, cari al Presidente del Consiglio D’Alema.
Inoltre il Pci fungeva anche “facilitatore” per introdurre, nel sistema Urss, beni e servizi, motivo per cui intermediava e controllava i rapporti tra grandi imprese italiane e Mosca.  E si finanziava con le tangenti che riscuoteva. Voglio ricordare che la Fiat  dovette proprio ad un accordo con il Pci la costruzione dello stabilimento automobilistico che creò nella Russia di Stalin, tanto che lo stesso Avvocato Gianni Agnelli , preoccupato dalle gesta delittuose delle B.R. durante gli anni del terrorismo, temendo per quel complesso industriale della Fiat, chiese all’ Avvocato di “Panorama”, l’ Avvocato Gatti, di fargli incontrare, nella villa di Gatti a Capri,  Valerio  Morucci, quando costui  era già un noto brigatista ed era praticamente il “plenipotenziario” delle B.R., allo scopo di raccomandare la tutela della proprietà della Fiat.
Nel 1966 fu creata la 'Koko' (Kommerzialle Koordinierung), una società tedesco orientale, una vera e propria rete internazionale che aveva tra i suoi compiti un ”‘Kombinat' di attività economica, ideologica e spionistica, compresa l’importazione nei paesi dell’Est di tecnologie vietate e che operava con la Stasi, la polizia segreta di Honecker, che per circa trent'anni agirà, pressoché indisturbata, in Europa occidentale e, con il commercio delle armi, in Medio Oriente e in altri paesi soggetti ad embargo. 
La KoKo aveva il compito, attraverso il coordinamento delle attività commerciali, di generare profitti massimi al di fuori del piano statale, assumendo così una posizione giuridica e legale speciale. Pertanto, la KoKo era strutturata in dipartimenti e settori e contava oltre 3000 dipendenti. La divisione KoKo aveva una rete di aziende e contatti con politica, affari, intelligence e commercianti, con l'aiuto del quale venivano coordinate le attività commerciali.
La caduta del Muro non fu certo un fulmine a ciel sereno, né per l’Europa, né per tutto il mondo, tanto meno per la Rdt. Gli scricchiolii del “sistema” erano già noti già molto prima della fine degli anni ’80. 
Nell'Unione Sovietica, con la “glasnost” e la “perestroika”, progrediva il lento passaggio dall'economia di stato all'economia di mercato. In quel “marasma” stavano esplodendo, nell’Urss, certi “reati penali” (specie “prostituzione”, “mafia” e ”criminalità organizzata”) che non esistevano come reati nel “diritto staliniano”, dato che quei reati venivano ritenuti solo dei “fenomeni specifici del mondo capitalistico”. Trovando la magistratura senza armi, impreparata, “la mafia”, specialmente quella russa, acquisì un potere enorme, controllava tutte le attività criminali. In questo quadro desolante, negli ultimi anni 80 e nei primissimi anni ’90, invasero la Russia e tutta l’Europa dell’Est, compresa, dunque, la Rdt, tutte le mafie più organizzate e temute del mondo: la mafia siciliana, le grandi famiglie della mafia italo-americana di New York, la giapponese Yakuza, la cinese Triade.
Le condizioni politiche, sociali, giudiziarie che ho accennato rendevano tutte le aree dell’Europa dell’Est comuniste terre da rapinare, nazioni da saccheggiare. In gioco c’erano il “tesoro” del Pcus e quello del Unione sovietica, quello ingentissimo del Kgb.
“Oro da Mosca ed anche da Berlino”, insomma, uno sterminato bottino a disposizione delle mafie di tutto il mondo.
Ebbene in quel clima di dissoluzione dello Stato sovietico, le mafie ebbero buon gioco riuscendo a sottrarre alla sola Russia un “tesoro inestimabile”, sul quale iniziò ad indagare un noto Magistrato russo, Valentin Stepankov.
Quelle indagini, nella sola Russia, ebbero un effetto bomba: in poco più di due mesi, dall'agosto al settembre del ‘91, stavano facendo venire a galla tutta una incredibile serie di vere e proprie “ depredazioni” ai danni del popolo russo, operate in complicità fra le varie mafie e il sistema dei funzionari del regime passato e stava venendo alla luce  una sistematica opera di riciclaggio di quei tesori rubati , riciclaggio compiuto al di fuori, ovviamente, della Russia, insomma quelle indagini provocarono una drammatica sequenza di “ suicidi eccellenti”.
In nemmeno due soli mesi, furono ben “1.746” questi “suicidi eccellenti” che coinvolsero insospettabili personaggi pubblici. La Procura russa, guidata da Valentin Stepankov, aveva così scoperto, un incredibile reticolo di ben 1.767 “joint venture” che collegavano indissolubilmente i “suicidi eccellenti” a tutte le forme possibili ed immaginabili di “riciclaggio” di quel favoloso bottino in ogni angolo del mondo. Ed aveva avviato, fra la fine del 1991 ed i primi mesi del 1992, una serie di inchieste per raccogliere le prove dell’utilizzo “indebito” di fondi statali a favore del Pcus negli ultimi venti anni, che coinvolsero anche il Pci ed il sistema delle cooperative rosse, nonché un arcipelago di società funzionali allo stesso Pci, capeggiate dalla "Maritalia SpA” di Ravenna.
Il Procuratore russo Stepankov dunque aveva raccolto importanti prove e documenti che dimostravano che tra il 1951 ed il 1991 dal “Fondo internazionale di Assistenza Internazionale” (ai partiti e alle organizzazioni sindacali comuniste), da Mosca, erano stati consegnati al Pci, circa 1.000 miliardi di lire, in rubli e in dollari, una “vera fortuna” che ha pesantemente condizionato la vita politica dell’Italia nel secondo dopo guerra. Stepankov aveva scoperto che quell'enorme flusso di ricchezza continuava ad uscire dalla Russia anche “dopo” che Gorbaciov aveva dato ordine di non finanziare più i “partiti politici fratelli”, nonché l’esistenza di una rete di rapporti finanziari molto stretti, che legavano la rete di società italiane - che avevano rapporti molto stretti con il Pci -  al “favoloso riciclaggio mondiale” di quella fortuna, che ora era considerata “rubata” al popolo russo. Si tratta di documenti che verranno in seguito utilizzati dal Magistrato italiano Carlo Nordio, come dichiara lo stesso Nordio nel libro “Il viaggio di Falcone a Mosca” di Bigazzi e Stepankov.
Per questo Francesco Cossiga, come hanno testimoniato Martelli, Cirino Pomicino, Andreotti ed anche Bruno Vespa, tra la metà del 1991 e i primi due mesi del 92, come Capo dello Stato, incaricò personalmente Giovanni Falcone, giudice esperto in mafia, di collaborare con Stepankov, di seguire e approfondire le indagini russe nel “versante italiano”.
La domanda che si erano posti sia Cossiga che Falcone fu una e una sola, questa: chi riciclava quella fortuna in dollari ed in rubli in giro per il mondo? 
Chi trasformava quella fortuna in lire italiane e le portava al Pci in Italia?   
La risposta che dettero fu una sola: sicuramente c’era di mezzo la mafia italiana, ma anche un consorzio di mafie, quella siciliana, quella italo-americana, quella russa, quella giapponese, quella cinese, eccetera. E il riciclaggio di questa immane refurtiva doveva avvenire in modo tale da non potere essere localizzato, individuato, scoperto, per il pericolo dei sequestri e delle incriminazioni. Dunque non esisteva, a quei tempi, migliore strumento finanziario che potesse garantire, a questo monumentale opera di riciclaggio, la più totale impunità assoluta se non gli “Hedge Fund” americani, di cui parlerò tra breve.
Su questo stavano indagando, non solo Falcone, ma anche Borsellino, perché dopo che Falcone venne trucidato a Capaci, tutte le conoscenze che Falcone aveva raccolto sul flusso del denaro sporco, sul riciclaggio di quella fortuna, passarono a Borsellino.
Ecco, forse, un “altro “motivo - oltre il “geniale” pubblico annuncio, fatto dal Dr Giammanco in televisione, con cui comunicava a Paolo Borsellino che la Procura di Palermo aveva deciso di autorizzarlo a riprendere le indagini sull'inchiesta “Mafia e Appalti” istruita dai Ros del gen. Mario Mori. Pensate! Il Dr Giammanco rendeva noto a tutti, mafia compresa ovviamente, che Borsellino poteva riprendere le indagini su Mafia e Appalti quando era stato già deciso dalla stessa Procura di chiederne l’archiviazione! -  per cui, non appena Scotti e Martelli annunciarono in televisione che Borsellino stava per assumere la direzione della “Procura Nazionale Antimafia”, dopo Falcone, fu ucciso anche Borsellino, anzi, fu mandato a crepare.
Fu dunque Cossiga che dette incarico a Giovanni Falcone di cooperare con il collega russo Stepankov, per scoprire i rapporti occulti, mafiosi, malavitosi che riguardassero direttamente o indirettamente il Pci nel criminale sistema di riciclaggio di quella refurtiva. 
Falcone accettò l’incarico con entusiasmo – racconta Martelli che allora era Ministro della Giustizia – “e credo che con quella sua accettazione” – sottolinea Martelli- “abbia firmato la propria condanna a morte”.

Fine seconda parte

Tratto da un capitolo di un libro di Gaetano Immè in corso di pubblicazione , dal titolo " Così eravamo noi".

================================




QUELLO SCANNATOIO DI MANI PULITE.

CRONACA DI UNA TRUFFA GIUDIZIARIA, COMMESSA DAL POOL DI MILANO, PER SALVARE IL PCI 

Parte Prima 


Mani Pulite esplode il 17 febbraio del 92, dopo soli 16 giorni dal verdetto della Cassazione sul maxi processo di Palermo, del 30 gennaio ‘92. Per istruire le “pezze d’appoggio” che un tale tsunami giudiziario presupporrebbe (documenti probatori, registrazioni, deposizioni, riscontri, eccetera) ci sarebbe voluto almeno un anno di intenso lavoro.

Invece a scoperchiare lo scandalo delle tangenti non fu né l’Ing. Mario Chiesa né il Pool di Mani Pulite, bensì un anziano cronista del “Giorno”, tale Nino Leoni, con le sue denunce sulla gestione corrotta del Pio Albergo Trivulzio, che spinsero il P.M.  di turno, il Dr. Antonio Di Pietro, a chiedere ed ottenere dal GIP Dr Italo Ghitti l’autorizzazione a “monitorare” con intercettazioni telefoniche e ambientali il Pio Albergo Trivulzio

Si era nel mese di fine settembre del 1991.
Insomma solo una registrazione telefonica, nessuna indagine giudiziaria,  a svelare tutto il colloquio fra l’Ing. Mario Chiesa, Presidente del Pio Albergo Trivulzio ed esponente di spicco del Psi milanese oltre che persona di fiducia di Bettino Craxi ed il signor Luca Magni, un politico locale della Brianza, del Msi e poi di AN, titolare di una piccola impresa di pulizie, il quale, nel corso di alcuni colloqui con il Dirigente della “Baggina”, nel mese di settembre – ottobre del 1991, concorda con l’Ing. Mario Chiesa di pagare 14 milioni di lire come tangente per assicurarsi l’appalto annuale pulizie alla Baggina di 140 milioni.
Gli accordi prevedono la consegna di 7 milioni per il 17 febbraio 1992 ed il resto dopo i primi tre pagamenti da parte della Baggina.
Luca Magni mastica amaro e nel novembre del 91 si decide: rinuncia al contratto per la sua impresa e denuncia tutto alla Procura di Milano.
La sua denuncia trova di turno proprio lo stesso P.M. Antonio Di Pietro.
A Milano si è formato, da tempo, il Pool, composto da magistrati legati al Pci: Borrelli, D’Ambrosio, Davigo, Colombo, Di Pietro.
Il Pci di Occhetto, orfano del regime sovietico e dei  suoi munifici finanziamenti illegali, con lo spauracchio dell’inchiesta del magistrato russo Valentin Stepankov, che stava per incriminare persone e società “ organiche al Pci” per il famigerato “riciclaggio dell’oro di Mosca”, ridotto allo stremo delle forze, aveva dovuto “licenziare” qualche cosa come 5.000 dei suoi dipendenti e vendere la storica sede centrale di Via delle Botteghe Oscure a Roma  per sopravvivere e, politicamente,   stava mollando al suo destino  la vecchia classe operaia e “stava trovando”  il suo nuovo “Papa esterno” negli Usa, democratici, di Clinton e degli oscuri hedge Funds, che lo sosterranno e lo foraggeranno , caduto l’Urss,  si era   trasformato nella “gioiosa macchina da guerra”, si sentiva  ormai la vittoria elettorale in tasca.
Le elezioni politiche si terranno ad aprile del 1992, ma intanto il Psi di Craxi stava facendo una spietata campagna elettorale usando la ormai imminente sentenza definitiva al maxi processo di Palermo (30 gennaio 92) come la vittoria del Psi sulla mafia, mentre Falcone, non un uomo, né un Magistrato, ma – allora – un vessillo, dopo aver sfruttato il Pci per fare carriera in Magistratura, faceva ormai parte del Psi di Craxi
L’occasione, per la prossimità delle elezioni politiche, era troppo ghiotta
Nasce così, in questo “brodo politico”, una trattativa e un accordo, un patto fra il Pool di Milano ed il signor Luca Magni: Magni accetta di “fare da esca” e il Pool lo premia derubricando il capo di imputazione da “corruzione” (quale doveva essere) a “concussione” ossia Luca Magni diventa la vittima dell’Ingegner Chiesa e non il complice, quale è stato.
E il 17 febbraio del 92 il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiede e ottiene dal Gip Italo Ghitti un ordine di cattura per l'ingegner Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro di primo piano del PSI milanese.
Così si organizza la “sceneggiata” famosa dell’arresto di Mario Chiesa, così le banconote della prima tangente sono state fotocopiate in Procura, una ogni dieci è firmata dal P.M. Antonio Di Pietro e dal capitano dei carabinieri Roberto Zuliani.

Con Chiesa in carcere e senza possibilità di potergli parlare, sotto la esasperata pressione mediatica di quell'arresto, Craxi volle ancora prendere il giro l’opinione pubblica italiana, ormai tutta allarmata dai fatti corruttivi emersi, e rilasciò quella famosa intervista nella quale affermò “il primo a rimanere vittima di questo mariuolo di Chiesa, sono proprio io, Craxi”.
Così che quando al Chiesa, detenuto, venne riportato quello che Craxi aveva detto di lui, il Chiesa si sentì abbandonato e tradito, e inizio la sua vendetta.
Cominciò a denunciare, a vuotare il sacco.
E andò avanti per un anno e qualche mese, ma sempre dietro denunce di Chiesa e poi con “l’abuso della carcerazione preventiva” (Chiesa ha fatto il tuo nome, io ti arresto, ti mando a San Vittore e se tu fai il nome di un altro, io libero te e metto in cella il nuovo e così via)
Serviva costruire uno scandalo, per far partire quel “colpo di Stato o l’ultima diversa azione sovversiva” creata dal potente Patto di Varsavia – che verrà sciolto solo nel 1995 - per eliminare definitivamente tutti gli avversari politici del Pci/Pds.
Ecco perché voi ancora la chiamate “Mani Pulite”, mentre quello fu solo uno “scannatoio” dove sgozzare i nemici del Pci/Pds
.
L’Italia era in piena campagna elettorale e quell'arresto di Mario Chiesa spalancava, al Pci/Pds, una vera e propria autostrada, sgombra da ostacoli, con la quale giungere alla agognata vittoria elettorale.

Il Pci/Pds non aspettava altro, visto che da pochi giorni, dal 30 gennaio ’92 appunto, aveva subito un pesantissimo k.o. politico dal Psi di Craxi e Martelli, il quale, con la complicità di Giovanni Falcone e della vecchia mafia di Buscetta, stava raccogliendo messe di consensi elettorali sbandierando la sentenza della Cassazione sul maxi processo di Palermo come fosse “la vittoria del Psi sulla mafia”.

Per cogliere al balzo l’opportunità di sbaragliare gli avversari politici con le accuse di tangenti, il Pci/Pds avrebbe dovuto però mettere a tacere tutti coloro che conoscevano tutte le sue collusioni con il mondo mafioso non solo siciliano, ma anche russo e americano. La “nuova mafia” corleonese non aveva alcun interesse a screditare il Pci/Pds, anzi aveva ottimi motivi per sostenerlo, dato che stava “intermediando” con il Pci stesso nel favoloso riciclaggio dell’oro di Mosca.

Alla resa dei conti, il Pci poteva essere ricattato solo da tre uomini, ossia da Lodovico Corrao, Vito Guarrasi e Salvo Lima.

Lodovico Corrao era un senatore del Pci e dunque era un “militante” pronto a sacrificarsi per il Pci. Ne aveva data già ampia prova quando si immolò per corrompere sfacciatamente l’On Santalco, nel 1960, con 100 milioni di lire affinché sostenesse ancora il Governo Milazzo (destra e sinistra al Governo, appunto).

Vito Guarrasi, avvocato e persona controversa e sfuggente, a soli ventisette anni - durante la Seconda Guerra Mondiale – divenne il referente di Eisenhower in Algeria, per poi essere tra i protagonisti nell'armistizio di Cassibile, poi uomo cardine per Enrico Mattei. "Don Vito" era anche cugino di Enrico Cuccia e cervello economico del governo di Silvio Milazzo, anticipatore del Centrosinistra, nonché mente giuridica dei discussi cugini Salvo, gli esattori democristiani che foraggiano a lungo tutta la classe politica siciliana, senza eccezioni, era comunque un militante comunista fedele, tanto che divenne anche, nel 1998, testimone al processo per mafia a carico di Andreotti, sul cui silenzio totale ci si poteva fare sicuro affidamento.

Invece, chi rappresentava un fortissimo pericolo per il Pci, come aveva segnalato anche lo stesso Vito Guarrasi, era Salvo Lima, che aveva foraggiato tutta la politica siciliana, da destra a sinistra e che dunque sapeva troppe cose.

Manine amiche “mafiose” tolsero di mezzo Salvo Lima il 12 marzo del 92
Questa successione temporale degli eventi ricordati dimostra, in modo logico e inconfutabile, che Mani Pulite non fu una azione giudiziaria contro la corruzione, ma una delle tante “diverse azioni sovversive” che il Patto di Varsavia, complice il Pci/Pds italiano, voleva sferrare contro la democrazia italiana, per eliminare ogni avversario politico del Pci/Pds in vista delle imminenti elezioni politiche.

Questa mia ricostruzione storica, vi guiderà, passo passo, lungo il tragitto di questa “diversa azione sovversiva”(che voi ancora chiamate “ Mani Pulite” e che sempre e solo voi ancora credete essere stata “ una inchiesta giudiziaria”) elaborata e sferrata dal Patto di Varsavia  e eseguita freddamente da Gerardo D’Ambrosio con la complicità di tutto quel Pool di Milano contro l’Italia, per rivelare, all'opinione pubblica italiana, con quali “ azioni criminali, sferrate in totale  complicità fra Pool di Milano e Pci/Pds”  il Pci/Pds sia rimasto l’unico partito politico italiano “impunibile e intoccabile” che ha trasformato l’Italia in un Paese dominato dai post comunisti.

Fine della prima puntata

Tratto dal libro in corso di pubblicazione " Così eravamo noi" di Gaetano Immè 



venerdì 28 febbraio 2020




SIGONELLA ? 
     
SOLO  UN TABERNACOLO

Storia.

Lunedì 7 ottobre 1985 ore 14, in Italia Governo Craxi 1°, coalizione PSI, DC, PSDI, PRI, PLI, in carica dal 4 agosto 83 al 1º agosto 86, Giulio Andreotti agli Esteri, Oscar Luigi Scalfaro agli Interni, Presidente del Consiglio Bettino Craxi
A Goteborg viene intercettato un “help” lanciato dalla nave italiana Achille Lauro che sarebbe stata sequestrata in mezzo al mare, ma non si sa dove
Martedì 8 ottobre verso la sera Maxwell Rabb, ambasciatore Usa a Roma, corre da Craxi strepitando e rivela i fatti, che Craxi “ancora ignorava”, ossia che a bordo della nave da crociera italiana, Achille Lauro, con centinaia e centinaia di persone a bordo, “per un puro caso”, erano stati scoperti quattro terroristi palestinesi armati ovviamente fino ai denti. Erano diretti in Israele per compiere una rappresaglia dopo il bombardamento ordinato dal Governo israeliano di Rabin sul quartier generale dell’Olp a Tunisi.

I quattro terroristi, vistisi scoperti, sequestrarono la nave italiana, ne presero il comando in acque egiziane.

Craxi resta sorpreso e stupito, dimostra di essere “indispettito e contrariato” da questa ulteriore ’aggressione dei terroristi palestinesi ai danni di inermi e ignari italiani
Gli italiani avevano già abbondantemente sofferto e pagato un altissimo prezzo in sangue per la compiacenza, quasi una vera e propria “ silente complicità” dei governi italiani a favore dei terroristi palestinesi, autori di vere e proprie  carneficine ai danni di  persone italiane inermi e ignare”, a cominciare dal rogo dell’aereo Pan Am del 17 dicembre del 1973 a Fiumicino, passando per l’immane tragedia del 2 agosto del 1980 alla Stazione di Bologna  dove per quegli 84 cadaveri e duecento e passa feriti andava sempre più emergendo  la responsabilità della “ pista palestinese”, fino alla tragedia del 7 ottobre del 1982, con quel vile attentato alla Sinagoga di Roma che provocò la morte di un bambino, Stefano Guy Tachè.

In quel frangente di quell’8 ottobre 1985, Craxi  chiamò subito il Ministro degli Esteri Giulio Andreotti, noto politico filoarabo di lunghissimo corso e di enorme “influenza” e, insieme,  decisero di ignorare le proteste e le richieste dell’Ambasciatore Usa,  mentre Andreotti proponeva , per l’Achille Lauro, una strategia  geopolitica funzionale alla loro comune ideologia pro Palestina: contattare subito sia Yasser Arafat e  il Presidente egiziano Mubarak , chiedere ad Arafat la mediazione di Abu Abbas, ossia del capo dei terroristi del Fplp

La strategia suggerita dal competente Ministro degli Esteri, Andreotti fu subito condivisa da Craxi forse perché “incarnava” l’occasione da cogliere al volo, per il Governo Craxi 1°, per “fare emergere ed imporre” l’ideologia pro Palestina che accomunava Craxi ad Andreotti.

In quei frangenti, Craxi, che era Presidente del Consiglio, pensò, forse, che , mostrando “una forte insofferenza verso gli Usa”  e mostrandosi invece  “bonariamente  comprensivo” verso i terroristi palestinesi, avrebbe finito per attrarre, sulla sua figura politica,  per il primo messaggio,  una ondata di simpatie degli italiani - che avrebbero molto apprezzato quella davvero inusuale manifestazione di autonomia  manifestata da Craxi verso gli antiamericani- , mentre, il secondo messaggio, che suggeriva agli italiani di considerare quei  terroristi palestinesi come fossero stati, tutt'al più, dei giovani e scapestrati  boehemiens  che si immolavano per la loro patria palestinese, avrebbe promosso , negli italiani, una sorta di bonaria comprensione verso quei terroristi, messaggio subliminale che avrebbe in un certo qual senso ammorbidito e anestetizzato le ferite delle  precedenti stragi.

In poche parole, pur davanti ad un'altra proditoria aggressione dei terroristi palestinesi ai danni di inermi italiani, Craxi non scelse affatto – come invece sostengono i suoi “inconsolabili vedovi” - la via dell’orgogliosa sovranità dell’Italia, perché quella via avrebbe dovuto comportare “schiena dritta” certamente, ma sia verso gli Usa che verso il Fplp mentre, invece,  scelse una acritica e cinica genuflessione  alla politica suggerita e dunque voluta da Giulio Andreotti e da Yasser Arafat.

Per molti anni e decenni, esattamente dal 1985, l’anno della crisi di Sigonella, fino esattamente al 4 febbraio del 2018, quelle scelte politiche, in quella sera dell’8 ottobre del 1985, sono state evocate ed incensate come una prova della eccezionale capacità innovativa della politica di Bettino Craxi, che per la prima volta nella storia repubblicana, aveva osato “l’inosabile”, ossia ignorare e sfidare la “proterva arroganza” con cui gli Usa  volevano intromettersi  negli affari interni italiani.

Riporto la nuda cronaca di Sigonella:

^^^^^^^^^^^^^^^^
Nonostante l’opposizione americana, il “salvacondotto” venne firmato dall'ambasciatore Migliuolo e la nave venne liberata. L'amministrazione Usa, tramite il portavoce Charles Redman, prese ufficialmente le distanze dalla mediazione italiana, ma non ritenne di produrre elementi in senso contrario alla natura genuina dell'intermediazione:
L’Achille Lauro fa rotta per l'Egitto ed attracca a Porto Said: alle ore 15.30 del giovedì,  i passeggeri dell’Achille Lauro erano liberi e salvi, i terroristi pure.
Solo più tardi Craxi ebbe notizia del crudele assassinio di Klinghoffer.
^^^^^^^^^^^

Ma ancora gira  la “ l’alibi” che Craxi liberò o terroristi per salvaguardare  l’incolumità dei passeggeri,

Insomma, si è creato, sull'episodio di Sigonella, una sorta di “altarino votivo”, da esporre alla venerazione degli italiani, come esempio preclaro della lungimirante arte politica di un vero ed unico statista come Bettino Craxi.

E, sia chiaro, in parte ma molto in parte, Sigonella ebbe si funzione di evento che ha mostrato come “quel Governo Craxi”, non solo Bettino Craxi, intendesse gestire la sua politica estera senza condizionamenti da parte degli Usa, ma poi lo stesso Governo Craxi 1° fece un immediato atto di riparazione, concedendo segretamente a Reagan la base di Sigonella per attaccare la Libia di Gheddafi.

Solo cinque mesi dopo la tanto osannata dimostrazione di orgoglio nazionale, infatti, nel marzo 1986 gli F111 Usa, provenienti dalla Gran Bretagna e ufficialmente diretti alle basi inglesi di Cipro, decollano dalla base siciliana per attaccare e bombardare il golfo della Sirte.

La concessione avvenne , per giunta, anche in grande  segreto: Craxi concesse  l’uso della base militare agli Usa , ma chiese discrezione perché  in pubblico, intanto, criticava aspramente l’azione militare degli Usa, come emergerà da una inchiesta della giornalista Sofia Basso, che , studiando una vasta  documentazione americana liberata dal segreto di Stato, scoprì una nota confidenziale scritta a Reagan nella primavera 1986 dall'allora segretario di Stato americano, George Shultz, uscita dagli archivi segreti del Dipartimento di Stato.

Prove che contraddicono platealmente l’iconografia delle schiene dritta di Craxi verso gli Usa e che portano a riflettere su quelle decisioni politiche di quella sera dell’8 ottobre del 1985.

Poi il 4 febbraio del 2018, ecco “L’Espresso” pubblicare una inchiesta sui “diari segreti di Yasser Arafat”, nei quali si raccontano i diversi negoziati avvenuti fino al 2004, giorno di morte del leader palestinese.

Ebbene in quei suoi diari, Arafat scrive che il vero artefice del famoso “Lodo Moro”, la figura chiave di quell’accordo fra i servizi segreti palestinesi e italiani che venne stipulato nel 1973, fu Giulio Andreotti e non Aldo Moro, anche se quell’accordo fu chiamato “Lodo Moro” dato che proprio in quei giorni del 1973 Andreotti era Presidente del Consiglio.

Inedite novità, queste, inoppugnabilmente confermate dalla deposizione, di fronte alla Commissione parlamentare “Moro 2”, di Bassam Abu Sharif, un consigliere di Yasser Arafat, dirigente dell’Olp e del Fplp.

Dunque fu Giulio Andreotti la “mente pensante” cui si deve non solo l’episodio di Sigonella, ma anche tutta la ondivaga politica estera di quel Governo Craxi 1°.




Ora dovreste farvi tutti una domanda e dare anche una risposta, ma onesta.

Ma davvero mi volete far credere che quella " calata di braghe" di Craxi e di Andreotti non sia stata colta come una via libera, come una opportunità per quei terroristi palestinesi che solo due mesi dopo Sigonella hanno fatti strage di inermi civili il 27 dicembre del 1985 a Fiumicino?

CONCLUSIONI SCONSOLATE DELL'AUTORE 

Non si può pretendere di scrivere la storia di un Paese isolando un fotogramma, ad esempio “Sigonella 1°”, dall'intero film (tutta la storia dell’Italia, dall'inizio ad oggi) e limitando il giudizio a quel solo fotogramma.

Non è storia, ma esaltazione, glorificazione, in ultima analisi manipolazione grossolana.

La storia d’Italia va riscritta totalmente.

=================================

Capitolo tratto dal libro " Questo siamo stati, noi" scritto da Gaetano Immè, in corso di pubblicazione.






giovedì 27 febbraio 2020


GAETANO IMMÈ - TANINO DA ORTIGIA VI SPIEGA COME E PERCHÉ’ FU UCCISO ALDO MORO

           IL CASO DI ALDO MORO NASCE, VIVE E SI CONCLUDE IN VATICANO

Dopo quasi mezzo secolo, quarantadue anni, due Commissioni parlamentari Moro (Stragi e Moro 1), passato ormai il tempo necessario affinché la verità o la ricostruzione storica dell’omicidio di Aldo Moro che più si avvicina ad essere “la più probabile risoluzione di quell'omicidio” si possa far intravedere anche al popolo bue - il quale, nel 2020, è fin troppo occupato con la Juventus che ruba sempre e con le ultime dichiarazioni di quell'attrice, oggi novantenne, che solo ieri ha ricordato di essere stata vittima di uno stupro da parte di Berlusconi e di Dell’Utri , dai quali era stata condotta nella caverna dei sette ladroni dai loro complici , Totò Riina e da Salvo Lima, dopo che almeno tre generazioni di italiani sono stati “addestrati, allevati, ammaestrati” , come pulcini in batteria, a  credere all’ “ unica verità dicibile” sul caso Moro, ossia alla puttanata messa su col Memoriale Morucci-Faranda, diffusa da magistratura alla Imposimato e dai mandanti di quell'omicidio ormai passati, nella mente del popolo bue, da “ aguzzini e assassini di Aldo Moro” a suoi adorabili compagni di partito – , terminato l’ottimo lavoro della Commissione Parlamentare Moro 2, presieduta dall’On Fioroni, le cui scoperte e le cui prove ed esami hanno finalmente fornito elementi finora sconosciuti o insabbiati e dato, così, una svolta decisiva all’ “insopportabile catafalco” del “ caso Moro”, è più agevole e comprensibile non perdersi dietro cronache e le puttanate di quei 55 giorni del 1978, ma iniziare a spiegare questa “ più verosimile soluzione del caso Moro”, partendo proprio dai giorni della sua morte.

Dal 13 maggio del 1978.

Quel 13 maggio del 1978, ai solenni funerali di Stato di Aldo Moro, a San Giovanni, manca proprio lui, Aldo Moro, il suo corpo era a Torrita Tiberina e quella liturgia rappresentava la fine di un certo modo di essere della Repubblica italiana e dei suoi rapporti con la Chiesa cattolica.

Quell'assenza evoca una apostasia, più che una ribellione o la riedizione dello schiaffo di Anagni.

Era “umanamente ammissibile ” l’avversione di Aldo Moro e della sua famiglia contro tutta la politica italiana, che aveva pensato più a tutelare i propri  interessi  - con la linea dell’intransigenza o con la linea trattativista o con la linea umanitaria -  piuttosto che a liberarlo dai suoi aguzzini e quel catafalco senza corpo e quell'assordante assenza della famiglia ai “solenni funerali di Stato” davanti alle istituzioni politiche italiane e davanti al popolo italiano, era un modo per colpevolizzare tutto  il mondo politico ed istituzionale italiano del  massacro disumano di Aldo Moro, per urlargli  in faccia  “ ma cosa avete  fatto, sciagurati! Eppure io, Aldo Moro, vi avevo avvisato, vi avevo suggerito come fare e cosa fare!”
.
Perché in realtà il “passpartout da usare per ottenere la sua liberazione”, Moro, lo aveva indicato con chiarezza, al mondo politico ed istituzionale italiano, nella lettera del 28 aprile 1978, quella diretta alla DC, a Benigno Zaccagnini, laddove si legge: “In concreto lo scambio giova (ed è un punto che umilmente mi permetto sottoporre al S. Padre) non solo a chi è dall’altra parte, ma anche a chi rischia l’uccisione, alla parte non combattente, in sostanza all'uomo comune come me. Da che cosa si può dedurre che lo Stato va in rovina, se, una volta tanto, un innocente sopravvive e, a compenso, altra persona va, invece che in prigione, in esilio? Il discorso è tutto qui»

Ecco, a mio giudizio, il centro, l’ombelico del problema Moro, perché tutti sapevano che si stava trattando per concludere uno scambio, ossia la liberazione di brigatisti “già detenuti” contro quella di Aldo Moro vivo.

E invece quella lettera di Moro a Zaccagnini, questa del 28 aprile 1978, butta tutto all'aria, manda a carte quarantotto tutte le trattative in corso, palesi o occulte, è un dardo, un fulmine, una saetta che i politici italiani nemmeno percepiscono o che fingono di non capire, è una freccia diretta, al cuore di coloro che “stavano trattando”, ossia “lo Stato italiano e i partiti politici, in modo speciale Craxi ed il Psi - che di “trattative” ne aveva impostate due, una a Roma, dove Claudio Signorile trattava e intersecava il Psi con l’ala trattativista delle Brigate Rosse (Morucci, Faranda, Lanfranco Pace, Oreste Scalzone, Franco Piperno, ecc.) e l’altra a Milano, dove agivano personaggi “borderline” come Lello Liguori, come Umberto Giovine, come l’avvocato Giannino Guiso, come Aldo Bonomi, come Walter Tobagi, ecc.) –ma era soprattutto una stilettata al cuore di Paolo VI° e quell'inciso (“In concreto lo scambio giova (ed è un punto che umilmente mi permetto sottoporre al S. Padre) non solo a chi è dall’altra parte, ma anche a chi rischia l’uccisione, alla parte non combattente, in sostanza all'uomo comune come me”) indica e suggerisce a Paolo VI° quello che il Papa avrebbe dovuto fare.

La sorpresa sta nel fatto che, fino a quel momento, la questione dello scambio di prigionieri ‒ a livello ufficiale e propagandistico ‒ aveva sempre preso in considerazione l’eventualità di scarcerare brigatisti già detenuti (Besuschio oppure Buonoconto), mentre con quella lettera Moro indica una pista del tutto diversa da quella dello “scambio fra prigionieri”, indica e suggerisce un accordo diverso.

Un “brigatista ancora libero” se ne va in esilio all'estero, libero e Moro viene liberato

E infatti, poco prima di essere ucciso, Moro scrive,” Il papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo» in una lettera di una pagina, non firmata, recapitata dai sequestratori il 5 maggio 1978 tramite don Antonello Mennini.

Paolo VI° aveva predisposto e organizzato la sua trattativa, aveva predisposto il riscatto ( 10 miliardi e 50 milioni erano pronti nella villa papale di Castel Gandolfo), il suo piano prevedeva , secondo la testimonianza di Don Macchi, che i sequestratori avrebbero consegnato Moro a don Curioni, il quale  sarebbe stato condotto dai sequestratori nel «carcere del popolo», ma la versione ufficiale, diffusa a operazione compiuta, avrebbe dovuto far credere che il rilascio di Aldo Moro fosse avvenuto in spazi extraterritoriali , dentro lo Stato della Città del Vaticano, versione che è stata confermata da Don Fabbri, ossia dal principale collaboratore di Curioni.
Ma proprio sul pagamento di quel riscatto, in quei 55 giorni si svolse, fra lo Stato italiano e quello Pontificio uno scontro sordo, ovattato ma non questo meno devastante, scontro che venne percepito o addirittura direttamente “riferito” ai sequestratori.
E questo è “ il passaggio fondamentale” per capire il fallimento della trattativa del Papa e per comprenderne appieno le ragioni occorre riandare  al “ significato politico” della riunione che fu tenuta, lo stesso giorno del rapimento di Moro, nelle prime ore del pomeriggio di quel 16 marzo del 1978, al quarto piano di Via Botteghe Oscure, nell'ufficio del Segretario del Pci Berlinguer , una riunione per decidere “ che fare?”, come chiese subito Enrico Berlinguer ai  convocati, ossia a  Luciano Violante ( che in quel momento era colui che al Ministero della Giustizia dirigeva proprio l’apparato legale dello Stato per decidere la risposta da dare alla sfida delle Brigate Rosse), a Tatò e a Raparelli. 
Fu una riunione veloce, asciutta, senza “un dibattito” fra gli intervenuti, ma decisiva per la sorte di Moro, perché fu lì, in pochi minuti, mentre tutti gli altri partiti politici erano frastornati e sbigottiti e non sapevano cosa dire e fare, ecco che invece da quello ufficio del Pci usciva la decisione, presa da Berlinguer, Violante, Tatò e Raparelli, ossia che “non bisognava trattare con i sequestratori di Aldo Moro”. Insomma, telefonate, rintracciabili, da Berlinguer a Violante quasi per rendere indelebile una convocazione di una riunione che poi riunione non fu, ma solo parvenza, anzi, semplice esecuzione di un ordine, possibilmente già trasmesso da chi stava dietro al rapimento di Moro, al Pci.
Ma solo “ menti raffinatissime”, abituate e capaci di influenzare le decisioni politiche “degli altri paesi” senza l’uso di “ armi e guerre convenzionali”, ma usando  piani e strategie elaborate dai  loro potentissimi  e espertissimi servizi segreti , veri e propri “influencer”, come il possente Warsaw Pact – che di Paesi ne governava, con le sue armate e i suoi piani segreti , a decine -  con il suo servizio segreto militare , il G.R.U., potevano avere studiato ed imposto al Pci, quella istantanea, inopinata, inattesa, subitanea , sorprendente riunione tenuta alle ore 16 del 16 marzo del 19788 al quarto piano di Via delle Botteghe Oscure a Roma.  Perché in tal modo il “W.P.” aveva messo, alla gola della Dc, una vera e propria “tagliola”, che l’avrebbe obbligata a sostenere la stessa soluzione della linea della intransigenza del Pci, un tranello che avrebbe, come poi è accaduto, precluso alla Dc la possibilità di sostenete soluzioni diverse dalla linea dell’intransigenza.
E come avrebbe potuto, infatti, la Dc, schierarsi su una linea umanitaria e comunque non sulla linea, dettatagli dal Pci, di “assoluta intransigenza”, come avrebbe potuto politicamente giustificare, davanti all’opinione pubblica italiana, che pur di salvare la vita di un suo uomo, la Dc era disposta ad esaudire ogni richiesta delle Brigate Rosse, a cedere senza condizioni alle loro richieste?
A distruggere la credibilità e l’affidabilità della Dc, ove non fosse bastata quella tagliola, vi erano tutte le riserve , tutti i   serissimi problemi di carattere pratico e istituzionale  che il pagamento di un’ingente somma di denaro a una forza che praticava l’omicidio politico e la lotta armata pone:  la certezza che i soldi vadano nelle stesse  mani che detengono l’ostaggio, ma soprattutto il dover mettere in conto una crescita esponenziale della potenza d’urto militare dei brigatisti, quindi altri morti, soprattutto tra le forze dell’ordine, e il ripetersi di altri rapimenti a scopo estorsivo. Proprio per questo motivo, di solito, i pagamenti in denaro, in un teatro di conflitto politico, sono destinati ad avvenire senza essere mai resi di dominio pubblico.
E infatti, grazie alla testimonianza diretta del teologo Gianni Gennari oggi sappiamo  che dell’iniziativa di Paolo VI° erano stati messi al corrente sia il segretario della Dc Zaccagnini  sia il segretario particolare di Enrico Berlinguer , Tonino Tatò e che  il 3 aprile 1978, nel corso di una riunione a palazzo Chigi dei cinque segretari dei partiti che sostenevano la maggioranza, comunisti  compresi,  Giulio Andreotti , che era il Primo Ministro  ottenne il loro consenso sull'opzione del riscatto. Notizia dapprima sempre tenuta segretissima.
A questo proposito colgo questa opportunità , questa notizia sempre tenuta nascosta  e solo ora rivelata , grazie alle ricerche della Commissione Moro 2,  per rendere , pro veritate, a Giulio Andreotti, i riconoscimenti che merita, dopo  le dozzinali diffamazioni con le quali Paolo Sorrentino e Toni Servillo, nel 2008, hanno maramaldamente infierito per diffamare a sangue un politico già provato da una persecuzione giudiziaria pluriennale,  dalla quale uscì senza condanna alcuna, approfittando coraggiosamente del prossimo “in limine vitae”, per ristabilire un minimo di verità storica, dato che nei suoi diari, Andreotti , il 25 aprile, riteneva  fattibile il pagamento di un riscatto in denaro  insieme con l’eventuale scarcerazione di un detenuto straniero (si parlò di un cileno) ed escludendo invece le ipotesi di una liberazione dei terroristi o di un salvacondotto per i sequestratori di Moro, così come sempre Andreotti annotava « «Monsignore assicura che continueranno nella ricerca» nonostante si fosse compreso che le Br  «non vogliono intermediazioni né denaro»; ma il 5 maggio avvertiva l’occasione di puntualizzare, quasi  a futura memoria: «se fosse questione di denaro, sia noi che il Vaticano saremmo all'altezza», adombrando quindi la possibilità di un intervento diretto del governo.




Ecco come e perché quello scontro sordo, ovattato ma non per questo meno devastante, fra le “ragioni dello Stato italiano”, tutto impegnato a salvaguardare “gli equilibri interni ed internazionali dei suoi partiti politici” e le “ragioni umanitarie e personali” di Paolo VI°, scontro che venne percepito o addirittura “riferito” ai sequestratori di Moro, segnò il prevalere, lento e progressivo, delle “ragioni di Stato dell’Italia” sulle ragioni “umanitarie e personali” di Paolo VI° che sono andate , mano mano, sfilacciandosi, diluendosi , oscurandosi, soffocandosi e, alla fin fine, andarono deluse.
Ecco cosa rivela quella voce disfatta, angosciata di Paolo VI° in quella tetra liturgia dei “solenni funerali di Stato” del 13 maggio del 1978, mi rivela l’angoscia di Paolo VI° per la sua resa, la consapevolezza del Papa di avere dovuto chinare il capo e, in limine vitae, voltare le spalle a Aldo Moro.
Ma non basta questa sconfitta di Paolo VI° per giustificare il fallimento della trattativa intrapresa dal Vaticano e da Paolo VI° per liberare Moro, perché è assai probabile – a mio personale giudizio direi “quasi certo” -  che la trattativa abbia riguardato anche “il mancato arresto di un brigatista”, di cui sarebbe stata favorita la fuga all'estero.

E infatti questo è quello che  Aldo Moro “suggerisce” al Papa e lo dice chiaramente con quella frase  di quella sua lettera del 28 aprile alla Dc , là dove scrisse “In concreto lo scambio giova (ed è un punto che umilmente mi permetto sottoporre al S. Padre) non solo a chi è dall’altra parte, ma anche a chi rischia l’uccisione, alla parte non combattente, in sostanza all'uomo comune come me.

E tutti gli indizi mi inducono a ritenere che il brigatista in questione potesse essere stato Alessio Casimirri.




Che Alessio Casimirri, uno dei due brigatisti che parteciparono e sparano a Via Fani, mai arrestati e oggi liberi e latitanti (per l’altro, Alvaro Lojacono la faccenda è risolta da tempo, perché il Lojacono è stato latitante ma nella vicina Svizzera ed ha avuto tutto il tempo anche per prendere la cittadinanza svizzera) vivesse in Nicaragua, era noto da tempo , esattamente dal  29 aprile del 1986, allorquando una tale Mayra De Los Angeles Vallecillo Herrera,  aveva presentato, presso la locale sede diplomatica italiana, una denuncia per le minacce e le violenze subite dal marito, ossia da un  cittadino italiano da lei sposato a Managua il 17 dicembre del 1983, che viveva in Nicaragua sotto il falso nome di Guido Di Giambattista ma che era, in realtà, il brigatista latitante Alessio Casimirri, ma non erano mai state effettuate  approfondite ricerche in merito.
Il Casimirri era già segnalato, con una scheda risalente al 21 maggio del 1975, della Compagnia San Pietro dei Carabinieri, come “elemento fazioso e violento che milita in un gruppo extraparlamentare di sinistra (Sinistra rivoluzionaria), ma stranamente la Questura di Roma rilasciò lo stesso, al Casimirri, il “porto d’armi” e la licenza per un negozio di caccia e di pesca,
Come per molti altri militanti o ex militanti di “Potere operaio”, Casimirri fu “attenzionato” durante il sequestro di Aldo Moro e il 3 aprile del 1978 fu soggetto ad una “perquisizione” da parte della Compagnia San Pietro dei Carabinieri, durante la quale venne rivenuta una sua “agendina telefonica” che non è stata mai esaminata precedentemente.
Come e per quali motivi sia stato possibile ignorare quell'agendina telefonica, metterla da parte, non esaminarla, quando essa fu scovata proprio nei giorni del sequestro di Aldo Moro e dato che proprio “quell'operazione” di perquisizione aveva realmente rischiato di arrivare a quelli che solo dopo dieci anni fu appurato erano stati gli assassini di Via Fani, ha dell’incredibile.
Stupisce ancora di più che dopo la perquisizione del 3 aprile del 1978, il nome di Alessio Casimirri non sia mai emerso in indagini sul sequestro di Aldo Moro, fino al 1987.
Eppure le responsabilità di Alessio Casimirri in atri attentati delle BR erano emersi piano piano a cominciare  dalle dichiarazioni del 5 febbraio 1982 del “ pentito” Loris Scricciolo, da quella del 12 febbraio 1982 dell’altro pentito Roberto Buzzatti, da quelle del pentito Massimiliano Corsi del  16 febbraio 1982 , del pentito Antonio Savasta, del 14 febbraio del 1982 e da parecchi altri pentiti, tutte dichiarazioni “assolutamente convergenti” che imputavano al Casimirri non solo l’attacco alla sede della DC di Piazza Nicosia a Roma, ma anche  la sua partecipazione agli omicidi di Palma e di Tartaglione. I mandati di cattura spiccati da Roma e da Napoli e dei quali ho prima accennato, si poggiavano su questi precisi e concordanti indizi di colpevolezza del Casimirri.
Ma si era ancora nel 1982 mentre il coinvolgimento del Casimirri nel sequestro di Aldo Moro a Via Fani verrà fuori solo nel 1987.
La Commissione Moro 2°, il 13 aprile del 2015 ha scoperto inoltre che, nella documentazione depositata dal Comando dei Carabinieri di Roma (che stava indagando sulle impronte digitali repertate sulla Renault4 nel cui bagagliaio fu fatto rinvenire il cadavere di Aldo Moro e ancora non attribuite a nessuno) si trovava un “cartellino foto-segnaletico” intestato a Alessio Casimirri, emesso in data 4 maggio 1982 e che indicava, come motivo del foto-segnalamento, “l’arresto”.
Si sapeva che a quella data il Casimirri era già stato colpito da due “mandati di cattura” (Roma, del 16 febbraio 82 e Napoli del 4 marzo ’82), si sapeva anche che dal 16 febbraio ’82 il Casimirri era regolarmente iscritto nella così detta “rubrica dei ricercati alla frontiera”, per il provvedimento di arresto, ma nessuno sapeva che il Casimirri fosse mai stato “foto-segnalato” o addirittura “arrestato”. 
Ebbene è stato accertato che quel cartellino non fu mai trasmesso al Casellario Centrale della Polizia Criminale e che le “impronte digitali” rilevate sul cartellino in questione non risultavano mai censite nel sistema nazionale AFIS (AFIS è l’acronimo di Automated Fingerprint Identification System, in italiano "Sistema Automatizzato di Identificazione delle Impronte"), che non esistono impronte digitali di Alessio Casimirri, nemmeno quelle rilevate in occasione della visita di leva.
E poiché le impronte sul cartellino foto-segnaletico assumono, oggi, una importanza decisiva (per via delle tante impronte digitali rilevate sulla Renault4 di cui ho detto e che non sono state ancora assegnate ad alcuno), la Polizia italiana ha invitato l’Interpol di Managua “affinché metta a disposizione dell’Italia le impronte digitali di Alessio Casimirri”, senza, ancora, ottenere risposta.
L’esame del “cartellino” in questione solleva parecchi dubbi di contraffazione
Per fare il punto su Alessio Casimirri, va ricordato che la sua ultima traccia a Roma risale al 17 febbraio del 1982, quando lui e la moglie, Rita Algranati, si presentarono da Alfredo Vaiani Lisi, loro datore di lavoro (gestiva una cooperativa “Sperimentazione didattica” che forniva insegnanti di educazione fisica a strutture private) per ritirare le loro ultime spettanze economiche in quanto avevano comunicato al Vaiani Lisi le loro dimissioni il 15 febbraio 1982. La deposizione “spontanea” del Vaiani Lisi risale al 4 maggio del 1982 alla Digos di Roma.
E proprio il 4 maggio del 1982 verrà emesso il “cartellino foto-segnaletico” di cui ho già parlato, per il “presunto arresto” del Casimirri.
E se quel cartellino informava che Alessio Casimirri era già stato arrestato proprio il 4 maggio del 1982, qualcuno aveva saputo della deposizione del Vaiani Lisi, era venuto a conoscenza della sua testimonianza che certificava la presenza a Roma del Casimirri il 17 febbraio del 1982, ebbene quello stesso “cartellino” avrebbe evitato le immediate ricerche del Casimirri per un suo immediato arresto, dato che quel cartellino certificava – falsamente -  che il Casimirri fosse già un detenuto.
Insomma anche tutte le vistose ed incomprensibili “anomalie” di quel “cartellino foto-segnaletico” di Casimirri, non hanno ancora trovato una accettabile soluzione.
Arresto vero o arresto falso, in quel 4 maggio del 1982 per Alessio Casimirri o un “cartellino falso” inventato apposta per una operazione di depistaggio della quale la Commissione Moro 2 non ha potuto rilevare? 
Le “volontarie deposizioni” rese mentre sono ancora in corso inchieste giudiziarie sono coperte dal necessario “segreto istruttorio”,
Ma evidentemente il segreto istruttorio non valse per Alessio Casimirri.
Ma nessuno volle approfondire in merito.
Ancora più sbigottiti si resta studiando una informativa del Sisde del 29 dicembre del 1982, nella quale “fonte confidenziale attendibile” segnalava una riunione, per il 1 gennaio del 1983 a Via Giacinto Pezzana, a Roma, davanti al Liceo Dante alla quale parteciperanno tali “Marco” e “Camillo”. E lo stesso Sisde identificava “Camillo” in Alessio Casimirri e “Marco” in Viero Di Matteo. Il “report” del Sisde si chiude il 4 febbraio del 1983 con l’annotazione “non sono emersi elementi di interesse”. Già. Solo che mentre mancavano “elementi di interesse” nulla interessava al Sisde che Viero di Matteo, ossia “Marco”, era in carcere dal febbraio del 1982.
Dunque riassumendo: Casimirri (e l’ Algranati) erano a Roma il 17 febbraio del 1982, il Casimirri, alias Guido Di Giambattista, era a Managua il 17 dicembre del 1983.
Agli atti della Digos di Roma, un esposto di tale signor Cherubini Mario, un ispettore della Gendarmeria vaticana, il quale riferisce che verso le 22,30 del 25 luglio del 1983 aveva incontrato, nei pressi di Ponte Garibaldi a Roma, i noti latitanti Casimirri Alessio e Algranati Rita.
Un altro appunto della Digos, datato 9 agosto del 1984, riferiva che “fonte di estrema attendibilità” aveva visto, circa un anno prima della data dell’appunto, ossia ad agosto del 1983 il noto latitante Alessio Casimirri a Castelnuovo di Porto.
Come si vede, non esiste certezza sul momento in cui Casimirri lasciò l’Italia, né come la lasciò né le eventuali complicità delle quali godette. Delle sue dichiarazioni credo sia vano fidarsi. 
Nel 1995 dichiara (alla Commissione Diritti Umani del Nicaragua) di essere entrato in Nicaragua il 18 aprile del 1983 con le sue vere generalità, nel 1998 a Maurizio Valentini dell’Espresso

                                                          ^^^^^^^^^

Insomma il motivo che mi induce a guardare con sospetto  alla figura di Casimirri è il fatto che egli sia stato l’unico brigatista condannato per la strage di via Fani e l’omicidio di Moro a essere sfuggito ai rigori della giustizia. E non sarà certo un caso che la stessa sorte sia spettata anche ed a lungo alla moglie, Rita Algranati, anche lei presente sul luogo dell’eccidio, rimasta latitante fino al gennaio 2004.
I due brigatisti  non furono coinvolti nell'inchiesta giudiziaria relativa al caso Moro fino al 16 febbraio 1982, ma, esattamente il giorno prima che la magistratura emettesse un mandato di cattura nei loro confronti, si resero irreperibili iniziando una pluridecennale latitanza.
Al di là poi della questione, pur rilevante, degli “ autori della soffiata” che permise loro di sottrarsi alla giustizia, nel 1987 un appunto del Sisde  a loro dedicato spiegava: «Fonte confidenziale attendibile ha riferito che i noti brigatisti Casimirri Alessio e Algranati Rita si troverebbero in una missione cattolica dell’Africa centrale. Il loro espatrio sarebbe stato favorito dall'intervento di un soggetto che opera in Vaticano probabilmente legato da vincoli di parentela al Casimirri».
L’anno seguente un’altra fonte vicina agli ambienti dell’estrema sinistra comunicava ai servizi segreti che i due erano stati aiutati nella fuga dai genitori che avevano svolto un ruolo decisivo con «imprecisate autorità del Vaticano» ed erano rimasti in contatto con loro. Entrambe le informative del Sisde avevano come concreto risultato investigativo quello di allontanare gli inquirenti dalle tracce di Casimirri, il quale nel 1986 si era sposato con un’altra donna, ma in Nicaragua, e aveva così conseguito, proprio nell’anno in cui venivano inoltrate le informative, la cittadinanza di quel paese e la conseguente garanzia di non essere estradato in Italia.
Ma al tempo stesso le informazioni erano assolutamente veritiere per quanto riguardava quella che, nel frattempo, era diventata la sua ex moglie. Infatti Rita Algranati, dopo essere stata anche lei in Nicaragua fino al 1983, si era effettivamente stabilita nel cuore dell’Africa, ossia in Angola e poi in Algeria, ove avrebbe vissuto indisturbata fino all'arresto nel 2004.
In Nicaragua Casimirri si legò con il regime sandinista.
Il governo italiano, ovviamente, ha più volte richiesto l’estradizione del brigatista motivando la richiesta con il fatto che Casimirri, in occasione del matrimonio con la Vallecillo aveva usato un falso nome, ma inutilmente
Inoltre un accurato studio dei comportamenti del Casimirri in Nicaragua mi ha dato la certezza che  nei momenti in cui gli veniva a mancare, in tutto o in parte, l’appoggio dei sandinisti, l’ex brigatista si premurava sempre di rilasciare alla stampa dichiarazioni di stampo intimidatorio e decisamente ricattatorio  in cui annunciava, nel caso fosse stato consegnato alla giustizia italiana, clamorose rivelazioni riguardo al sequestro Moro e «sugli appoggi di cui ho sempre goduto in Italia».
Per valutare bene lo spessore criminale, ricattatorio, intimidatorio  dei messaggi mafiosi del Casimirri  tenendo ovviamente anche conto degli “ ambienti” cui erano indirizzati, è sufficiente notare che, un mese dopo l’arresto della sua ex moglie, ossia nel 2004, Algranati, Casimirri ha concesso un’intervista a un giornale nicaraguense, in cui ha mostrato la foto che lo ritrae adolescente accanto ai genitori, ai nonni e a Paolo VI° nei momenti della sua prima comunione. Casimirri abbondava nel descrivere, in occasione di questi messaggi, come lui fosse vissuto nell'ambiente vicinissimo a Papa Paolo VI°, come un familiare e come conoscesse abitudini, amicizie, anche segreti vaticani.
Peraltro è lo stesso Casimirri che prova ripetutamente a seminare sabotaggi per allontanare dalla sua persona sospetti, come nel 1998, quando, un anno dopo la morte di Don Curioni e la divulgazione del nome del sacerdote da parte di Macchi e Cremona, “confida” a un giornalista che, una decina di giorni dopo il sequestro di Aldo Moro, le BR avrebbero «congelato» la sua posizione, in quanto egli era stato interrogato dai carabinieri, messi sulle sue tracce proprio dai genitori. Un sabotaggio a sua difesa, dato che, da tempo, l’autorità giudiziaria romana sospettava, senza essere riuscita a dimostrarlo, che egli fosse stato contattato dall'allora capitano dei carabinieri Francesco Delfino e da lui utilizzato con imprecisate funzioni all'interno delle Brigate rosse. Delfino, che ufficialmente non si è mai occupato del rapimento Moro, nel maggio 1978, dunque subito dopo l’infausta fine del sequestro, fu costretto a lasciare l’Italia per svariati anni perché il Sismi lo avvertì che le B.R. volevano ucciderlo.
Insomma, la vita  e  i comportamenti degli ultimi trentanni di Alessio Casimirri e tutte le novità mai prima d’ora rivelate e che la Commissione Moro 2 ha invece accertato e rivelato, mi inducono a “sospettare fortemente”, confortato e sostenuto in ciò dagli innumerevoli indizi che ho narrato, tutti “ certi, precisi e concordanti” che, nei giorni del sequestro Moro,  la Santa Sede abbia coltivato segretamente  e  sia riuscita ad aprire una trattativa sul riscatto di Aldo Moro fondata sulla collaborazione di Alessio Casimirri , un brigatista in libertà, cresciuto in Vaticano . 
E che a Casimirri il Vaticano abbia concesso ,  in cambio, una sorta di “ salvacondotto giudiziario”, una vera e propria protezione diplomatica, una vera e propria “ impunità  giudiziaria”  che, nonostante il fallimento  della trattativa , avrebbe garantito ugualmente a Casimirri dei benefici in cambio dell’impegno da lui profuso in quei drammatici frangenti, a causa degli imbarazzanti segreti di cui comunque era venuto a conoscenza e in forza dei rapporti , suoi, della sua famiglia, assolutamente privilegiati con le più alte sfere del Vaticano e persino con tre Papi.
Suvvia, se la vicenda di Aldo Moro era stata impostata certamente per arrivare, contro riscatto, a liberare Moro vivo, ma anche, come contropartita, a lasciare in totale libertà un brigatista ancora in libertà, è del tutto chiaro che lo stato di cittadino vaticano di Casimirri avrebbe facilitato di molto la trattativa vaticana. Cosa che anche lo stesso Aldo Moro, perorava, quando egli, in una delle sue prime lettere, scrisse «la chiave è in Vaticano, che deve essere stato però duramente condizionato dal governo». E’ evidente che volesse alludere proprio alla extraterritorialità del Vaticano.
Il Vaticano infatti avrebbe potuto costituire un prezioso “agevolatone diplomatico” per agevolare la trattativa e impedire l’irrigidimento dei fronti contrapposti. Del resto, è elemento ormai noto, per quanto nel 1978 fosse ancora riservato, che, ai tempi del sequestro del magistrato Mario Sossi nel 1974, la Santa Sede era già stata segretamente coinvolta nella trattativa attraverso il cardinale Sergio Pignedoli.
Moro, che ai tempi del rapimento di Sossi era ministro degli Esteri, citava nelle sue lettere per ben tre volte il nome di questo porporato e sempre come canale per arrivare «con mani sicure e rapide» al papa. In una missiva il prigioniero faceva riferimento proprio a Pignedoli esprimendo il sibillino convincimento che egli «dovrebbe avere qualche buon ricordo» e ritornava più volte sulla vicenda Sossi con il pretesto di polemizzare con Paolo Emilio Taviani , ossia il ministro degli Interni di allora.
“Last, but non the least” bisogna anche esaminare il “contesto familiare” nel quale Alessio Casimirri è nato, è stato allevato, è cresciuto. Intanto Alessio è figlio di due cittadini dello Stato del Vaticano e proviene da una famiglia legata al papa da generazioni. E il padre, Luciano Casimirri, è un personaggio, a suo modo, leggendario.

È stato il vice capo della Sala Stampa del Vaticano con Papa Pio XII°, con Giovanni XXIII° e con Palo VI°. Fu ufficiale italiano durante le seconde guerra Mondiale e sopravvisse all’eccidio della Divisione Acqui di Cefalonia, a lui si è ispirato lo scrittore inglese Louis De Berniers che scrisse il romanzo “Il mandolino del capitano Corelli”, da cui fu tratto il noto ed omonimo film.

Alessio era coccolato ed esaltato dalla sua famiglia, il padre ne parlava attribuendo le sue gesta criminali al suo desiderio di giustizia, come se uccidere persone inermi fosse gesto nobilitante. Che dunque Alessio Casimirri crebbe in una famiglia che non riuscì ad educarlo senza ricorrere ad omicidi e violenze, ad esaltarlo in maniera schizofrenica, lo testimonia anche il cantante Jovanotti, anche lui cittadino vaticano, che in una intervista del 2015 a “Vanity Fair” racconta di come babbo Luciano e mamma Ermanzia glorificavano il loro “Alessio”, facendone una sorte di eroe fin da ragazzino.

E d’altra parte, come si dice, il frutto non casca mai troppo lontano dall'albero.

Insomma e per concludere, la “tesi” di Gaetano Immè e di Tanino da OrtIgIa è questa.

Subito dopo il rapimento di Via Fani, il Vaticano propose ad Alessio Casimirri di convincere le BR a liberare Moro vivo dietro pagamento di un riscatto di 10 miliardi e 50 milioni di lire. Casimirri chiese come contropartita un “lasciapassare diplomatico” che Paolo VI° gli concesse largamente, del quale Casimirri si avvalse per scappare in Nicaragua, ben sapendo che le B.R. mai avrebbero accettato quella soluzione, perché eterodirette dal Patto di Varsavia.

Insomma una “truffa” , un vero e proprio " pacco"di Alessio Casimirri ai danni di Paolo VI° e del Vaticano e la condanna a morte di Moro.

Tutte le altre “trattative” di cui straparlavano certi boriosi uomini politici, erano solo dei diversivi per l’opinione pubblica, dei sabotaggi veri e propri

Per tramutare questa mia “tesi” da “somma di numerosi indizi di colpevolezza, tutti certi, precisi e concordanti” a “prova di colpevolezza convincente oltre ogni ragionevole dubbio”, ci sarebbe stato bisogno che la Commissione Moro 2 non fosse terminata in via anticipata con la fine della Legislatura scorsa, con lo scioglimento delle Camere e con le elezioni politiche di marzo del 21018, con le elezioni di Salvini e del M5s.

Il fatto che, sia Salvini che Di Maio, prima, poi anche il PD, dopo, mai abbiano neppure minimamente pensato e proposto la riedizione e la prosecuzione della Commissione Parlamentare Moro, testimonia e certifica, vergognosamente, quali forze politiche non vogliono che emerga la verità sul caso Moro.

=======================================================

Roma 20 febbraio 2020, tratto da un capitolo del libro " Quello che siamo stati" di Gaetano Immè, in corso di pubblicazione
Gaetano Immè