Gaetano Immè

Gaetano Immè

sabato 29 febbraio 2020




QUELLO SCANNATOIO DI MANI PULITE.

CRONACA DI UNA TRUFFA GIUDIZIARIA, COMMESSA DAL POOL DI MILANO, PER SALVARE IL PCI 

Parte Prima 


Mani Pulite esplode il 17 febbraio del 92, dopo soli 16 giorni dal verdetto della Cassazione sul maxi processo di Palermo, del 30 gennaio ‘92. Per istruire le “pezze d’appoggio” che un tale tsunami giudiziario presupporrebbe (documenti probatori, registrazioni, deposizioni, riscontri, eccetera) ci sarebbe voluto almeno un anno di intenso lavoro.

Invece a scoperchiare lo scandalo delle tangenti non fu né l’Ing. Mario Chiesa né il Pool di Mani Pulite, bensì un anziano cronista del “Giorno”, tale Nino Leoni, con le sue denunce sulla gestione corrotta del Pio Albergo Trivulzio, che spinsero il P.M.  di turno, il Dr. Antonio Di Pietro, a chiedere ed ottenere dal GIP Dr Italo Ghitti l’autorizzazione a “monitorare” con intercettazioni telefoniche e ambientali il Pio Albergo Trivulzio

Si era nel mese di fine settembre del 1991.
Insomma solo una registrazione telefonica, nessuna indagine giudiziaria,  a svelare tutto il colloquio fra l’Ing. Mario Chiesa, Presidente del Pio Albergo Trivulzio ed esponente di spicco del Psi milanese oltre che persona di fiducia di Bettino Craxi ed il signor Luca Magni, un politico locale della Brianza, del Msi e poi di AN, titolare di una piccola impresa di pulizie, il quale, nel corso di alcuni colloqui con il Dirigente della “Baggina”, nel mese di settembre – ottobre del 1991, concorda con l’Ing. Mario Chiesa di pagare 14 milioni di lire come tangente per assicurarsi l’appalto annuale pulizie alla Baggina di 140 milioni.
Gli accordi prevedono la consegna di 7 milioni per il 17 febbraio 1992 ed il resto dopo i primi tre pagamenti da parte della Baggina.
Luca Magni mastica amaro e nel novembre del 91 si decide: rinuncia al contratto per la sua impresa e denuncia tutto alla Procura di Milano.
La sua denuncia trova di turno proprio lo stesso P.M. Antonio Di Pietro.
A Milano si è formato, da tempo, il Pool, composto da magistrati legati al Pci: Borrelli, D’Ambrosio, Davigo, Colombo, Di Pietro.
Il Pci di Occhetto, orfano del regime sovietico e dei  suoi munifici finanziamenti illegali, con lo spauracchio dell’inchiesta del magistrato russo Valentin Stepankov, che stava per incriminare persone e società “ organiche al Pci” per il famigerato “riciclaggio dell’oro di Mosca”, ridotto allo stremo delle forze, aveva dovuto “licenziare” qualche cosa come 5.000 dei suoi dipendenti e vendere la storica sede centrale di Via delle Botteghe Oscure a Roma  per sopravvivere e, politicamente,   stava mollando al suo destino  la vecchia classe operaia e “stava trovando”  il suo nuovo “Papa esterno” negli Usa, democratici, di Clinton e degli oscuri hedge Funds, che lo sosterranno e lo foraggeranno , caduto l’Urss,  si era   trasformato nella “gioiosa macchina da guerra”, si sentiva  ormai la vittoria elettorale in tasca.
Le elezioni politiche si terranno ad aprile del 1992, ma intanto il Psi di Craxi stava facendo una spietata campagna elettorale usando la ormai imminente sentenza definitiva al maxi processo di Palermo (30 gennaio 92) come la vittoria del Psi sulla mafia, mentre Falcone, non un uomo, né un Magistrato, ma – allora – un vessillo, dopo aver sfruttato il Pci per fare carriera in Magistratura, faceva ormai parte del Psi di Craxi
L’occasione, per la prossimità delle elezioni politiche, era troppo ghiotta
Nasce così, in questo “brodo politico”, una trattativa e un accordo, un patto fra il Pool di Milano ed il signor Luca Magni: Magni accetta di “fare da esca” e il Pool lo premia derubricando il capo di imputazione da “corruzione” (quale doveva essere) a “concussione” ossia Luca Magni diventa la vittima dell’Ingegner Chiesa e non il complice, quale è stato.
E il 17 febbraio del 92 il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiede e ottiene dal Gip Italo Ghitti un ordine di cattura per l'ingegner Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro di primo piano del PSI milanese.
Così si organizza la “sceneggiata” famosa dell’arresto di Mario Chiesa, così le banconote della prima tangente sono state fotocopiate in Procura, una ogni dieci è firmata dal P.M. Antonio Di Pietro e dal capitano dei carabinieri Roberto Zuliani.

Con Chiesa in carcere e senza possibilità di potergli parlare, sotto la esasperata pressione mediatica di quell'arresto, Craxi volle ancora prendere il giro l’opinione pubblica italiana, ormai tutta allarmata dai fatti corruttivi emersi, e rilasciò quella famosa intervista nella quale affermò “il primo a rimanere vittima di questo mariuolo di Chiesa, sono proprio io, Craxi”.
Così che quando al Chiesa, detenuto, venne riportato quello che Craxi aveva detto di lui, il Chiesa si sentì abbandonato e tradito, e inizio la sua vendetta.
Cominciò a denunciare, a vuotare il sacco.
E andò avanti per un anno e qualche mese, ma sempre dietro denunce di Chiesa e poi con “l’abuso della carcerazione preventiva” (Chiesa ha fatto il tuo nome, io ti arresto, ti mando a San Vittore e se tu fai il nome di un altro, io libero te e metto in cella il nuovo e così via)
Serviva costruire uno scandalo, per far partire quel “colpo di Stato o l’ultima diversa azione sovversiva” creata dal potente Patto di Varsavia – che verrà sciolto solo nel 1995 - per eliminare definitivamente tutti gli avversari politici del Pci/Pds.
Ecco perché voi ancora la chiamate “Mani Pulite”, mentre quello fu solo uno “scannatoio” dove sgozzare i nemici del Pci/Pds
.
L’Italia era in piena campagna elettorale e quell'arresto di Mario Chiesa spalancava, al Pci/Pds, una vera e propria autostrada, sgombra da ostacoli, con la quale giungere alla agognata vittoria elettorale.

Il Pci/Pds non aspettava altro, visto che da pochi giorni, dal 30 gennaio ’92 appunto, aveva subito un pesantissimo k.o. politico dal Psi di Craxi e Martelli, il quale, con la complicità di Giovanni Falcone e della vecchia mafia di Buscetta, stava raccogliendo messe di consensi elettorali sbandierando la sentenza della Cassazione sul maxi processo di Palermo come fosse “la vittoria del Psi sulla mafia”.

Per cogliere al balzo l’opportunità di sbaragliare gli avversari politici con le accuse di tangenti, il Pci/Pds avrebbe dovuto però mettere a tacere tutti coloro che conoscevano tutte le sue collusioni con il mondo mafioso non solo siciliano, ma anche russo e americano. La “nuova mafia” corleonese non aveva alcun interesse a screditare il Pci/Pds, anzi aveva ottimi motivi per sostenerlo, dato che stava “intermediando” con il Pci stesso nel favoloso riciclaggio dell’oro di Mosca.

Alla resa dei conti, il Pci poteva essere ricattato solo da tre uomini, ossia da Lodovico Corrao, Vito Guarrasi e Salvo Lima.

Lodovico Corrao era un senatore del Pci e dunque era un “militante” pronto a sacrificarsi per il Pci. Ne aveva data già ampia prova quando si immolò per corrompere sfacciatamente l’On Santalco, nel 1960, con 100 milioni di lire affinché sostenesse ancora il Governo Milazzo (destra e sinistra al Governo, appunto).

Vito Guarrasi, avvocato e persona controversa e sfuggente, a soli ventisette anni - durante la Seconda Guerra Mondiale – divenne il referente di Eisenhower in Algeria, per poi essere tra i protagonisti nell'armistizio di Cassibile, poi uomo cardine per Enrico Mattei. "Don Vito" era anche cugino di Enrico Cuccia e cervello economico del governo di Silvio Milazzo, anticipatore del Centrosinistra, nonché mente giuridica dei discussi cugini Salvo, gli esattori democristiani che foraggiano a lungo tutta la classe politica siciliana, senza eccezioni, era comunque un militante comunista fedele, tanto che divenne anche, nel 1998, testimone al processo per mafia a carico di Andreotti, sul cui silenzio totale ci si poteva fare sicuro affidamento.

Invece, chi rappresentava un fortissimo pericolo per il Pci, come aveva segnalato anche lo stesso Vito Guarrasi, era Salvo Lima, che aveva foraggiato tutta la politica siciliana, da destra a sinistra e che dunque sapeva troppe cose.

Manine amiche “mafiose” tolsero di mezzo Salvo Lima il 12 marzo del 92
Questa successione temporale degli eventi ricordati dimostra, in modo logico e inconfutabile, che Mani Pulite non fu una azione giudiziaria contro la corruzione, ma una delle tante “diverse azioni sovversive” che il Patto di Varsavia, complice il Pci/Pds italiano, voleva sferrare contro la democrazia italiana, per eliminare ogni avversario politico del Pci/Pds in vista delle imminenti elezioni politiche.

Questa mia ricostruzione storica, vi guiderà, passo passo, lungo il tragitto di questa “diversa azione sovversiva”(che voi ancora chiamate “ Mani Pulite” e che sempre e solo voi ancora credete essere stata “ una inchiesta giudiziaria”) elaborata e sferrata dal Patto di Varsavia  e eseguita freddamente da Gerardo D’Ambrosio con la complicità di tutto quel Pool di Milano contro l’Italia, per rivelare, all'opinione pubblica italiana, con quali “ azioni criminali, sferrate in totale  complicità fra Pool di Milano e Pci/Pds”  il Pci/Pds sia rimasto l’unico partito politico italiano “impunibile e intoccabile” che ha trasformato l’Italia in un Paese dominato dai post comunisti.

Fine della prima puntata

Tratto dal libro in corso di pubblicazione " Così eravamo noi" di Gaetano Immè 



Nessun commento:

Posta un commento