Gaetano Immè

Gaetano Immè

lunedì 24 febbraio 2020

DEDICATO ALLE PREFICHE DI PERTINI


DEDICATO ALLE PREFICHE DI PERTINI

Il comune sapere, quello che abbiamo appreso a Scuola, contiene storie incredibili che ci sono state tramandate ed anche inculcate secondo la versione più consona al potere dominante, tacendo sulle possibili altre sue versioni storiche. Giuda Iscariota è per antonomasia il traditore, Costantino il difensore del Cristianesimo, l’unità d’Italia dovuta all’eroico sbarco dei Mille. Ma è solo questa la verità? E perché, allora, non verificare? Ma accade che appena passi all’esame storico dei fatti di queste versioni, ti rendi conto che la versione che ti è stata inculcata, quello che trovi sui libri di Storia, non è la sola versione possibile. Anzi, spesso, lo studio dei fatti storici consente di “verificare” (carta canta e villan dorme) che la versione ufficiale è quella falsa o, quanto meno, quella assai meno credibile. Giuda, ad esempio, fu veramente l’Apostolo che tradì Gesù e che lo consegnò a Ponzio Pilato per trenta denari? Se studi bene la storia e non ti fai fuorviare dalla versione fideistica di Giuda traditore, ti rendi conto che un furbo e consumato amministratore di capitali altrui, come Giuda, non poteva certo accontentarsi di soli trenta denari per consegnare Gesù a quel potere che avrebbe pagato chissà quale ricompensa pur di poterlo crocifiggere E non poteva essere Giuda, invece, proprio l’unico fra gli apostoli che avesse compreso la tremenda missione evangelica del Cristo e che fece di tutto per agevolarla e per renderla possibile? Persino un Papa, Benedetto XVI, manifesta sull’argomento i suoi dubbi e nel 2006 scriveva:” Giuda era uno zelota e Cristo lo tradiva, perché non voleva la rivolta contro i romani. Non era dunque Cristo il suo Messia” E siamo davvero sicuri che Costantino sia stato veramente l’araldo del Cristianesimo e non un volgare impostore che legittimò la pretesa del potere temporale della Chiesa solo per ottenere il suo complice silenzio sulle sue numerose malefatte? E che bastarono mille individui per sconfiggere un esercito, quello Borbone, che fra Palermo e Napoli, marina esclusa, poteva contare su circa 100,000 uomini? Persino un eminente storico come Luigi Settembrini scriveva con una punta di ironia “se mi vuoi far credere che con 1000 uomini hai sconfitto un esercito di 40.000 Borboni, riportando solo sette perdite, mi devo proprio preoccupare”. Basta tralasciare la fede religiosa o il pregiudizio ideologico per vedere la storia alla luce della semplice e cruda verità dei fatti.

Sandro Pertini viene sovente indicato come uno dei Presidenti della Repubblica italiana più amati, viene rappresentato come un intransigente che non aveva ambizioni personali. La sua costante presenza nei momenti cruciali della vita pubblica italiana, nelle situazioni piacevoli come nei momenti difficili, è stata probabilmente uno dei motivi della sua grande popolarità. Chi non ricorda l’esultanza, peraltro scomposta, di Pertini al goal di Altobelli nella finale del Campionato mondiale di Spagna del 1992? E come dimenticare l’immagine di un Presidente scamiciato che urla giocando a briscola contro Zoff o Bearzot o Bruno Conti sull’aereo che riportava a casa i Campioni del mondo? Spesso è stato definito come il "presidente più amato dagli italiani" ricordato per il suo carisma, per il suo modo di fare schietto e ironico, per l'amore verso i bambini e per aver inaugurato un nuovo modo di rapportarsi con i cittadini, con uno stile diretto e amichevole («amici carissimi, non fate solo domande pertinenti, ma anche impertinenti: io mi chiamo Pertini... »). La schiettezza e la pragmaticità di Pertini si riflesse inoltre anche nella sua azione politica ed istituzionale, facendolo apparire come un presidente che puntava alla concretezza, rifiutando compromessi e imponendosi con il suo rigore morale. Ma è tutto così? Pertini dunque ha bisogno di adulatori per essere ricordato, persino di veri e propri speculatori dell’adulazione, come Antonello Venditti che nel 1982 (“Sotto la pioggia”) non resistette a scrivere ( e vendere in copie “ copiose”) scrisse quella fellatio iconografica del “ il Presidente dietro i vetri un po’ appannati fuma la pipa, il Presidente pensa solo agli operai, sotto la pioggia…” . Eppure non mancano le dissonanze. Per esempio su Il Corriere della Sera del 27 Ottobre del 1963, in data dunque non sospetta, Indro Montanelli scriveva:” Non è necessario essere socialisti per amare e stimare Pertini.” Ma si trattava dello stesso Montanelli, che sul Corriere della Sera del 16 giugno del 1997, scriveva "Pertini? Sono altri i grandi d'Italia." E come fece, ci si domanda, un uomo così sprovveduto a diventare Presidente della Repubblica? Lo diventò appunto perché era sprovveduto, e come tale forniva buone garanzie di non interferenza agli uomini del potere vero, totalmente in mano ai partiti. Pertini però aveva una enorme e naturale capacità di connettersi con il pubblico, ne intuiva i desideri, le istanze, le voglie viscerali, ne secondava alla perfezione tutti i vizi, tutti i vezzi. Ogni tanto sbucava dalla televisione pronunziando terribili requisitorie contro la classe politica, come se lui non vi avesse mai appartenuto, come fece, da grande scenografo, ma di secondo piano, al momento del terremoto dell'Irpinia, quando accusò il parlamento di avere bocciato i disegni di legge per le misure di difesa in caso di emergenza, dimenticandosi che il Presidente della Camera che li aveva respinti era stato proprio lui. Non si lasciava sfuggire nessuna occasione per dare spettacolo seguendo in lacrime tutti i funerali possibili, baciando bandiere a josa, carezzando torme di bambini mocciolosi e insomma toccando sempre quel tasto del patetico e dell’ipocrita ai quali noi italiani siamo particolarmente sensibili. E come si può dimenticare la tragedia di Vermicino e di Alfredino Rampi, tragedia che Pertini cavalcò da consumato sceneggiatore?  I suoi discorsi di Capodanno erano poi delle autentiche sceneggiate degne di Mario Merola. Ma in sette anni di Presidenza, di sostanziale e sostanzioso fece poco o nulla. Di favori al Pci, che lo aveva appoggiato, tantissimi, come tutte le “grazie presidenziali elargite ai compagni”. Della corruzione che allagava il Paese fin dalla sua unità (e dalla quale bisogna riconoscere non si lasciò mai infettare), o non si accorse, o preferì non accorgersi E’ proprio così o questa di un Pertini da “Libro Cuore” è l’ennesima edulcorata versione dei fatti, solo una iconografia utile alla sua santificazione posticcia? L'8 luglio 1978, dopo un estenuante scrutinio, Sandro Pertini venne eletto settimo presidente della Repubblica. 

Erano i giorni dell’uccisione di Aldo Moro, gli anni di piombo e del terrorismo, della crisi economica e della crisi politico-parlamentare seguita al fallimento dell'esperienza della solidarietà nazionale. Nei primi tre scrutini la DC optò per Gonella e il Pci votò in modo pressoché unanime il proprio candidato, Giorgio Amendola, mentre l'ala parlamentare socialista concentrò i propri voti su Pietro Nenni. Si andò avanti così, fino al 13º scrutinio, con il PCI che manteneva la candidatura di Amendola e il PSI che da Nenni propose Francesco De Martino ma senza trovare consensi. L’accordo fra i partiti (sostanzialmente fra Dc, Pci e Psi) arrivò al 16º scrutinio, l'8 luglio 1978, la convergenza dei tre maggiori partiti politici si trovò sul nome di Pertini, che fu eletto con 832 voti su 995, a tutt'oggi la più ampia maggioranza nella votazione presidenziale nella storia italiana. La sua elezione apparve subito un importante segno di cambiamento per il Paese, grazie al carisma e alla fiducia che esprimeva la sua figura di eroico combattente antifascista e padre fondatore della repubblica, in un Paese ancora scosso dalla vicenda Moro. Non sto mettendo in discussione il suo inossidabile ed incorruttibile antifascismo, di tipo assolutamente intransigente, il che, dal punto di vista della coerenza, è anche un attestato di grande merito e di stima personale. Nemmeno metto in discussione il suo essere stato “partigiano”, la sua partecipazione a quel movimento, nel bene e nel male, è certa, sicura, a prova di bomba. Ma essere un ““antifascista”, un “partigiano”, un “uomo onesto ed intransigente” sono forse doti sufficienti per essere eletto Presidente della Repubblica italiana? Quando tutti ammettono che Pertini era la “ figura” che serviva, in quel momento storico, per mettere tutti calmi, tutti d’accordo, non stanno elevando Pertini a chissà quale altare , piuttosto lo stanno indicando come un personaggio senza spessore intellettuale proprio e politico ma che metteva d’accordo Dc, Pci e Psi perché rappresentava un prototipo : quello che non dava fastidio a nessuno, quello che serviva per tenere occupato il Colle mentre i tre partiti cercavano e studiavano come riconquistare il consenso dopo l’uccisione di Aldo Moro.

Già proprio “quello che serviva”, ma a chi?

Ai partiti politici italiani, che erano stati sbertucciati e ridicolizzati davanti al mondo intero come tre partiti di marionette e di incapaci , nel cui Paese potevi permetterti di tutto senza correre il rischio di essere arrestato, anche di rapire il suo uomo politico più importante, anche di sterminare i cinque agenti di scorta oppure che serviva come “ palo da mettere in garitta” al “ Patto di Varsavia”, che aveva ideato, studiato, preparato quel “ colpo di Stato” o, se preferite “ quella diversa azione sovversiva” ( ossia rapire, processare e trucidare Aldo Moro) che era stata – oggi è ormai fatto accertato dalle ricerche storiche – deliberatamente programmata dal Patto di Varsavia - e che trovò la interessata complicità degli Usa, della G.B., della Francia e della Germania con una decisione ufficiale e documentata del dicembre del 1976 dal Foreign Office di Londra, rintracciabile negli archivi di Stato inglesi di Key Garden e l’assenso del Cremlino, preoccupato dal fatto che la politica di Berlinguer del distacco da Mosca provocasse un terremoto che mettesse in pericolo il dominio dell’Urss sui Paesi Comunisti ,  ossia depredare l’Italia dei suoi segreti militari ( scopo raggiunto con il rapimento e non uccidendo subito Moro), per sottrarre l’Italia al “ protettorato Usa”, come aveva sancito la Conferenza di Yalta -  predisposta per eliminare dalla politica mediterranea i pericolosi inquinamenti della politica filoaraba  e filocomunista di Aldo Moro.  
Come fare entrare un contadino nella casa del Principe. Sandro Pertini fu sempre sprovvisto di capacità e di sagacia politica, la sua presenza in Parlamento e nello stesso partito non ha mai lasciato qualche segno politicamente rilevante. Nel suo stesso partito non esercitava alcun peso, era considerato un "compagno" di sicuro affidamento, ma quanto meno una testa calda, imprevedibile e sempre pronto a qualche colpo di teatro, spesso ricorreva alle armi. Rimase famosa la sua folle e ridicola corsa su per le scale dell’Arcivescovado di Milano, pistola in punto, quando si sparse la (falsa)notizia che Mussolini e la Petacci fossero ivi nascosti. L’antesignano di Charles Bronson, una sorta di “giustiziere” ante litteram che sarebbe arrivato al Quirinale. Anche la sua carriera nella “resistenza” non fu cristallina. In una intervista a Gianni Bisiach nel 1977 Pertini ribadì da un lato la sua “assoluta estraneità” all’attentato di Via Rasella a Roma ma ammise anche, con scarsa coerenza, che alla fine appoggiò quell’attentato “perché così volevano sia il Pci che Amendola”. Anche dopo il suo settennato egli confidava ad Alberto ed Elisa Burani (autori di “Attentato e Rappresaglia. Il Pci a Via Rasella”, Marsilio, Venezia, 1999) la medesima incongruenza. Pertini, nell’intervista del 1977 a Gianni Bisiach confessava che nel Pci erano state attentamente valutate e soppesate le terribili conseguenti rappresaglie che l’attentato di Via Rasella avrebbe provocato nei tedeschi. Dunque Pertini sapeva che con quella sua partecipazione al via libera per quell’attentato scriveva la condanna a morte di più di trecento inermi vittime incolpevoli. Lo confermava anche Matteo Matteotti, il figlio di Giacomo, in una intervista del 1994 e lo ribadiva anche Massimo Caprara, l’ex segretario di Togliatti, in un suo scritto del 1997. Lo stesso Pietro Nenni, che gli voleva bene, disse e scrisse di Pertini: "Io non sono certamente un uomo di cultura e alla cultura non attribuisco, per un politico, una decisiva importanza. Ma qualcosa so, qualche libro l'ho letto, anche grazie a Mussolini quando mi mandò' al confino a Ponza. C'era anche Sandro. Lui, l'unica cosa che leggeva era L'Intrepido. Il resto del tempo lo passava a giocare a briscola o a scopa coi nostri guardiani. Alle nostre discussioni sul futuro dell'Italia e del partito non partecipava quasi mai, e quando lo faceva, era solo per invocare il popolo sulle barricate, per lui la politica era solo quella". Nenni dixit!
E come non ricordarvi che, nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione di Milano, Luisa Ferida e Oscar Valenti, due famosi attori da “telefoni bianchi” dell’epoca, pagarono con la vita la loro notorietà associata alla loro avversità nei confronti del Pci?
A 31 anni, incinta (Kim, l'unico figlio avuto da Valenti, morto poco dopo la nascita), la Ferida fu fucilata dai partigiani in via Poliziano a Milano assieme a Valenti il 30 aprile del ‘45, dopo un sommario processo nel quale furono accusati di “collaborazionismo” e soprattutto di aver torturato alcuni partigiani imprigionati a Villa Triste. Non fu mai accertata in sede giudiziale una loro responsabilità in merito. 


Ma Giuseppe Marozin, detto “Vero”, il capo della Brigata partigiana Pasubio e responsabile dell'esecuzione dei due attori, dichiarò, nel corso del procedimento penale a suo carico per quell'episodio: «La Ferida non aveva fatto niente, veramente niente. Ma era con Valenti. La rivoluzione travolge tutti.» Marozin affermò anche che l'ordine di effettuare l'esecuzione della Ferida e di Valenti venne direttamente dal NULLA nella persona di Sandro Pertini: «Quel giorno - 30 aprile 1945 - Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: "Fucilali, e non perdere tempo!” (Atti giudiziari di quel procedimento penale).

C’è Sandro Pertini anche dopo l'assassinio di Stefano Tachè da parte del Fplp davanti alla Sinagoga di Roma, quando disse, di fronte alle proteste della comunità, "Ma cosa vogliono questi ebrei?".

E fu sempre Sandro Pertini che fece un ignobile discorso antisemita la notte di capodanno di non ricordo quale anno.
Laura Caramia sta parlando di quel Sandro Pertini che fucilava donne incinta? Di quel Sandro Pertini che firmava al buio le grazie presidenziali? Di quel Sandro La ragazza diciassettenne, già in forza come traduttrice al Comando germanico di Velletri (Roma), aveva deciso di ritornare a casa dopo che quel Comando era stato distrutto da un bombardamento. Ma il viaggio di ritorno risultò impossibile e Iolanda si trovò “bloccata”, in quell’Inverno 1943-44, sulle montagne di Rieti, ospite di una compassionevole famiglia. Tuttavia, la sua bellezza, il suo conoscere una lingua così tanto odiata dalla guerriglia comunista, fecero nascere dei sospetti. Sospetti che nella mente di alcuni antifascisti divennero certezza: la ragazza era una “spia”. Sebbene Iolanda mai avesse dato adito a sospetti di sorta – tutti ricordarono il suo comportamento a dir poco “esemplare” – i Comandi partigiani della zona decisero la sua condanna a morte.
Per la guerriglia quello era un periodo di forte sbandamento. Dopo i grandi rastrellamenti germanici dell’inizio Aprile, la Resistenza era stata praticamente liquidata in tutta la provincia e quel che rimaneva “alla macchia” erano solo piccoli gruppi di sbandati assetati di vendetta. In questo clima maturò l’incomprensibile decisione di eliminare la ragazza. Dopo essere stata prelevata, Iolanda venne trascinata sui monti all’estremo Nord dei Prati di Sotto (le Prate di Cottanello) e qui uccisa in modo atroce. Le venne lanciata contro una bomba a mano e il suo corpo successivamente dato alle fiamme. Quel che il rogo non distrusse divenne il pasto dei maiali che pascolavano nella zona.
Le Autorità della RSI intervennero subito per cercare la ragazza, ma tutto fu vano. Anzi, la storia si macchiò di un altro drammatico fatto di sangue: il Mil. Primo De Luca che stava raccogliendo gli indizi sull’assassinio della giovane, il 9 Maggio 1944 venne catturato da alcuni partigiani e sommariamente fucilato davanti al cimitero di Vasciano di Stroncone (Terni).
Il Comitato Pro 70° Anniversario della RSI in Provincia di Rieti, nel settantesimo dei due drammatici fatti di sangue, ha elaborato un “percorso della memoria” perché questa storia non sia mai dimenticata. E’ stato proposto al Sindaco di Configni di dedicare due strade del Comune al ricordo del Mil. Primo De Luca e di Iolanda Dobrilla e chiesto ai Sindaci di Stroncone e di Cottanello di poter erigere sui luoghi dei due gravi fatti di sangue delle croci perenni.
«A tanti anni da questo dramma – ha dichiarato il Dott. Pietro Cappellari, Responsabile culturale del Comitato Pro 70° Anniversario della RSI in Provincia di Rieti – si rimane stupiti davanti all’omertà diffusa e alla volontà di cancellare questa storia. Oggi si conoscono due degli autori dell’eliminazione della diciassettenne Iolanda Dobrilla: i partigiani Francesco Marasco e Luigi Menichelli. Se questa è stata una “legittima azione di guerra”, vorremmo sapere i nomi di tutti coloro che parteciparono al “beau geste” e al rogo del corpo. La storia esige che i fatti come accertati – anche in sede giudiziaria – non siano più ignorati. Proprio per questo abbiamo intenzione di portare la storia di Iolanda Dobrilla nelle scuole del Reatino, per far conoscere il passato del nostro territorio libero dai condizionamenti politici che hanno modificato la realtà dei fatti. All’odio antifascista dei “cattivi maestri” che hanno plagiato intere generazioni di studenti, opporremo l’amor di Patria, perché solo nell’amore per la propria terra si può costruire un futuro
Pettini che volle l'eccidio delle Ardeatine affermando, come motivazione, che " così volevano quelli del Pci"? Di quel Sandro Pertini che piangeva umiliato e sdraiato per terra davanti alla bara di Tito?

Ho capito bene, sta parlando di quel Sandro Pertini?

C'è anche quel Sandro Pertini che dopo l'assassinio di Stefano Tachè, disse, di fronte alle proteste della comunità, "Ma cosa vogliono questi ebrei?". E che fece un ignobile discorso antisemita la notte di capodanno di non ricordo quale anno.

Ah, Sandro Pertini, il presidente della repubblica più amato dagli italiani. Il presidente della gente, dei bambini, il fumetto con la pipa, il presidente-partigiano che esce dal protocollo. L'Impertinente. Il Puro. Siamo pieni delle figurine Panini, del santino di Pertini, quello che solo secondo un “mandolinaro come Antonello Venditti” poteva essere venerato con la sua infame fellatio del “Presidente che, dietro la porta, fuma la pipa, ma pensa solo agli operai!”.

Alla morte di Stalin nel '53, il compagno Pertini, già direttore filo-sovietico dell'Avanti! e all'epoca capogruppo socialista celebrò il dittatore in Parlamento. Ecco cosa disse su l’Avanti! «Il compagno Stalin ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo. L'ultima sua parola è stata di pace. (...) Si resta stupiti per la grandezza di questa figura... Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l'immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto». Quell'elogio, mai ritrattato da Pertini, neanche dopo che si seppero tutti i crimini di Stalin, non fa onore a un combattente della libertà e dei diritti dei popoli.
E come non ricordare quando cacciò il suo capo ufficio stampa, Antonio Ghirelli, valoroso giornalista e galantuomo socialista. O quando chiese di cacciare Massimo Fini dalla Rizzoli in seguito a un articolo su di lui che non gli era piaciuto. Così racconta, mai smentito, lo stesso Fini: «Immediata rabbiosa telefonata al direttore della Domenica del Corriere Pierluigi Magnaschi, un gentleman dell’informazione, il quale ricoperto da una valanga di insulti cerca di barcamenarsi alludendo all’autonomia delle rubriche dei giornalisti, allo spirito un po’ da bastian contrario di Massimo Fini. Il "nostro" San Pertini gli latra minacciosamente: "Non credere di fare il furbo con me, imbecille! Chiamo il tuo padrone Agnelli e vediamo qui chi comanda!". E infatti il giorno dopo mi si presenta il responsabile editoriale della casa editrice Lamberto Sechi…». Lo stesso Pertini disse a Livio Zanetti in un libro-intervista: «Cercai inutilmente di far licenziare uno strano giornalista italoamericano». Nenni nei suoi diari considerava Pertini un violento iracondo
Infine va ricordato il Pertini che agli operai di Marghera, nel pieno infuriare del terrorismo rosso con larghe scie di sangue, disse: «Sono stato un brigatista rosso anch’io» per poi negare che le Br fossero rosse, giudicandoli solo «briganti», così da recidere il filo rosso tra Br e partigiani. Il Presidente di una Repubblica flagellata in quegli anni dal terrorismo rosso, si definiva orgoglioso «un brigatista rosso».

Scrisse di Pertini Sandro un altro storico: “quest'uomo, che viene osannato come un grande politico, in realtà è stato un vero criminale. 
Da partigiano e stato il mandante di fucilazioni sommarie con la sua brigata anche dopo il 25 aprile, e lo so perché'' ho avuto la fortuna di conoscere un grande personaggio, il mitico Ernesto Longhi, e ribadisco nuovamente grande personaggio. Era fascista, ma salvò la vita a diversi partigiani quando erano già condannati facendoli scappare. Questa persona si salvò da una fucilazione sommaria, dopo che si arrese con la sua compagnia, divisione Monterosa. L'esecuzione fu ordinata da Sandro Pertini, non appena deposero le armi. Pertini aveva ottenuto la resa dopo aver dato rassicurazioni di lasciarli liberi, in quanto era finita la guerra, stiamo parlando di maggio del 45. Un partigiano che fu liberato dai fascisti provò ad opporsi alla fucilazione ma Pertini lo fece fucilare per secondo dopo aver giustiziato il capitano. Quel galantuomo che diventerà poi il presidente della repubblica dimostrò di essere un vigliacco oltre che un delinquente. il sig Longhi si salvò grazie all'intervento degli americani che fecero scappare a fucilate la brigata partigiana e questo infame dal nome Sandro Pertini. Oltre il racconto di questo sig. Longhi ho avuto conferme anche dall' aver conosciuto ultimamente un vecchietto, che ho scoperto essere stato partigiano nella brigata di Pertini, e lui stesso lo definisce un vero bastardo e delinquente. Per gli omicidi che commetteva a sangue freddo. Se volete continuare ad osannarlo, fate pure, io ho conosciuto dei testimoni di quei fatti.

Sta per emergere una constatazione che discende dai fatti e che non vuole né offendere la memoria del Presidente Pertini né tanto meno criticarne la figura: ma i fatti dicono che Sandro Pertini divenne Presidente della Repubblica perché non dava fastidio a nessuno , ma soprattutto e forse esclusivamente perché era stato un “partigiano”, partigiano rosso di prima leva e dunque avrebbe ciecamente obbedito ai comandi del Patto di Varsavia, il grande manovratore, la raffinatissima mente che ha condotto contro l’Italia una “ diversa azione sovversiva” per sottrarci all’influenza degli Usa, come aveva deciso Yalta, per farci diventare, come saremmo diventati, un Paese sostanzialmente comunista, sulla falsariga della Jugoslavia di Tito.

Dunque mi devo riallacciare alla storia di tutti quei partigiani comunisti, socialisti e azionisti che, una volta e non ostante fosse terminata la guerra, furono fatti riparare in Cecoslovacchia dal Pci perché accusati di omicidi e di vendette personali contro “presunti o veri ex fascisti” e contro “inermi civili” che non manifestavano simpatie per il comunismo. Moltissimi furono fatti eleggere dal Pci deputati per godere della relativa immunità ed impunità, fatti poi riparare in Cecoslovacchia e poi, fatti rientrare in Italia. Come? Semplice: c’erano i compagni della resistenza, al Quirinale, prima Giuseppe Saragat e poi Sandro Pertini e al Presidente della Repubblica spetta la concessione della grazia presidenziale. 

Eccoci dunque al nocciolo della questione: Pertini divenne Presidente della Repubblica perché doveva graziare i compagni partigiani che avevano commesso crimini ed omicidi dopo la fine della guerra ed era la persona che non avrebbe fatto alcuna resistenza a continuare a concedere quelle grazie presidenziali che un suo predecessore, sempre di sinistra, Saragat, aveva lasciato incompiute. Giuseppe Saragat pagò subito la sua cambiale più grossa al Pci: la grazia a Francesco Moranino, rifugiato a Praga, paese nemico, dove lavorava alla “Scuola Politica del Compagno Synka” che organizzava i campi di addestramento militare per i terroristi che dovevano compiere azioni militari eversive nei loro Paesi, che ospitò anche Giangiacomo Feltrinelli. Saragat pagò un debito di riconoscenza al Pci che aveva contribuito ad eleggerlo in quanto era diventato capo dello Stato il 28 dicembre 1964, con il contributo determinante del Pci. La grazia arrivò a tamburo battente il 27 aprile 1965. Ci fu un evidente baratto, oggi si direbbe un “voto di scambio”: l'elezione in cambio della chiusura di quel capitolo orrendo. 

Moranino rientrò con comodo, nel '68, e il Pci non ebbe alcun imbarazzo a ricandidarlo e a farlo rieleggere. A Palazzo Madama. Sandro Pertini deve dunque completare il lavoro di graziare i compagni assassini e condannati, che era stato iniziato con Saragat e che era stato interrotto perché dopo Saragat fu eletto Leone. Così come Saragat, anche Pertini fu sostenuto, dopo l’accordo, dai voti del Pci e come Saragat il compagno Pertini obbedì al richiamo della foresta: nel 1982, nel silenzio omertoso, approfittando del clamore gioioso della vittoria dell’Italia ai mondiali di Calcio in Spagna, il compagno della resistenza Sandro Pertini concesse la grazia presidenziale agli ultimi partigiani comunisti accusati in Italia di crimini commessi nel nostro Paese dopo la fine della guerra. Quello che poi fa proprio cadere le braccia è avere scoperto da documenti del Quirinale che Pertini tenne segrete le grazie che stava predisponendo: aspettava che l’Ambasciata Italiana a Praga rilasciasse ai beneficati il passaporto. A pochi mesi dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro e non ostante pesanti responsabilità che coinvolgevano nel caso Moro persone vicine al Pci ed ai partigiani messi in salvo in Cecoslovacchia, il 26 ottobre del 1978 quello stesso Pci che aveva deciso di sostenere Pertini ricevette da Pertini la stabilita ricompensa: la grazia per i suoi ex partigiani della seconda guerra mondiale.

Numerose le grazie presidenziali, scoperte man mano, di cui hanno goduto, grazie a Saragat ed a Pertini, numerosissimi ex partigiani comunisti fatti riparare dal Pci illegalmente in Cecoslovacchia colpevoli per crimini commessi in Italia dopo il provvedimento di amnistia voluto nel 1946 dallo stesso Togliatti. Si continuò, dopo l’amnistia, con un indulto molto ampio nel 1949, si proseguì poi con un’altra amnistia sempre molto ampia del 1953 e successivamente con numerosi provvedimenti “ad personam” si grazie presidenziali. Il partigiano Sandro Pertini, da poco eletto Presidente della Repubblica, firmò il decreto di grazia per Giulio Piaggio, per Paolo Finardi, per Natale Burato e per molti altri, tutti pluriomicidi condannati in Italia in via definitiva e fatti fuggire clandestinamente dal Pci in Cecoslovacchia, senza scontare nemmeno un giorno di prigione e poi inspiegabilmente graziati da Pertini.

Devo ricordare, per dare ai fatti il loro giusto peso, che per costoro il Pci aveva avanzato già la richiesta di grazia quando era Ministro della Giustizia Oronzo Reale, domanda che fu respinta. Ma ora c’era al Colle l’uomo giusto, che non avrebbe fatto storie a pagare il prezzo della sua elezione: Sandro Pertini. Così il Pci condusse a buon fine molte spinose domande di grazia che Saragat non era stato in grado di portare a buon fine nonostante l’accordo preventivo tra Saragat ed il Pci per la sua elezione. 

E’ anche necessario rammentare che alcune volte Pertini sostenne persino di “aver firmato senza saper cosa firmasse” accusando il suo Segretario Generale Antonio Maccanico (vedasi articolo di Silvana Mazzocchi su “Repubblica” del 9 giugno 1985 dove Pertini disse testualmente:” se avessi saputo chi era, non le avrei dato la grazia”). Si riferiva, Sandro Pertini, alla concessione, da parte sua, della grazia a Fiora Pirri Ardizzone, una terrorista di “Prima Linea” la cui grazia fu fatta passare sotto silenzio stampa. In altre circostanze Pertini preferì tacere, come nel caso della grazia al partigiano Mario Toffanin, altro pluriomicida graziato e dei tantissimi altri che Pertini graziava come nulla fosse. Insomma la nomina di Sandro Pertini al Quirinale altro non fu che un atto di sottomissione della politica italiana al potente “Patto di Varsavia”, un ricatto, una intimidazione, del quale l’opinione pubblica doveva essere tenuta, ovviamente, all’oscuro.

 La scelta di un Presidente della Repubblica, grazie alla Costituzione più bella del mondo, è dunque il frutto di imbrogli, di accordi, di inciuci vergognosi, come quelli che vi ho descritto. Non credo che quanto ricordato denigri Pertini, perché santificarlo come è stato fatto da sempre, presentarlo come il presidente più amato dagli italiani è solo il risultato di una truffa al popolo italiano perpetrata dal potere consociativo fra quei tre partiti (Dc, Pci e Psi). Il significato intimo di questo scritto è dedicato a tutti i creduloni (o profittatori?) che lo ritengono l’uomo della provvidenza.

Gaetano Immè  alias Tanino da Ortigia

Nessun commento:

Posta un commento