Gaetano Immè

Gaetano Immè

mercoledì 26 febbraio 2020




PERCHÉ' CRAXI NON FU " UNO STATISTA" MA " UN POLITICO"

Molti credono, molti affermano con convinzione che, per esempio, “Mani Pulite” sia stato solo uno “scannatoio giudiziario”, un “complotto”, una “imboscata, ordita dalla “Magistratura comunista” per eliminare gli avversari politici del Pci di allora, ossia la Dc, i partitini del pentapartito e, soprattutto, lui, “il cinghialone”, il “nemico pubblico numero 1 del Pci”, ossia Bettino Craxi.
Quando leggo cose del genere, il pensiero va sempre a quella prima volta in cui dovetti andare, per lavoro, in California, erano i mitici anni ’80, ed ebbi un sussulto vedendo, sugli scaffali di un supermercato di Santa Monica confezioni di formaggio con la scritta “Italian Parmisan”.
Era una puttanata quel falso parmigiano, come è una puttanata che Mani Pulite sia stato ordito da magistrati comunisti per “far fuori” Bettino Craxi.
Oggi sappiamo la verità su entrambe le puttanate che ci furono ammannite.

CRAXI E MANI PULITE

Una semplice “ricostruzione ” della così detta “Mani Pulite” dimostra che a scoperchiare lo scandalo delle tangenti non fu né l’Ing. Mario Chiesa né il Pool di Mani Pulite, bensì un anziano cronista del “Giorno”, Nino Leoni con le sue inascoltate denunce sulla gestione corrotta del Pio Albergo Trivulzio, la Baggina, sulla quale comunque la Procura di Milano, allertata dai convincenti e documentati articoli del Leoni, aveva aperto un fascicolo.
Quando la Procura di Milano decise di “monitorare” il Pio Albergo Trivulzio, era di turno un P.M., tale Antonio Di Pietro, il quale, chiede ed ottiene dal Gip Italo Ghitti, l’autorizzazione a mettere sotto intercettazioni telefoniche e ambientali il Pio Albergo Trivulzio.
Si era nel mese di fine ottobre, primi di novembre del 1991.
Ecco come viene registrato tutto il colloquio fra l’Ing. Mario Chiesa, Presidente del Pio Albergo Trivulzio ed esponente di spicco del Psi milanese oltre che persona di fiducia di Bettino Craxi ed il signor Luca Magni, un politico locale della Brianza, del Msi e poi di AN, titolare di una piccola impresa di pulizie, il quale, nel corso di colloqui fra novembre e dicembre del 1991, concorda con l’Ing. Mario Chiesa di pagare 14 milioni di lire come tangente per assicurarsi l’appalto pulizie alla Baggina di 140 milioni.
Gli accordi prevedono la consegna di 7 milioni per il 17 febbraio 1992 ed il resto dopo i primi tre pagamenti da parte della Baggina.
Luca Magni mastica amaro e nel novembre del 91 si decide: rinuncia al contratto per la sua impresa per denunciare tutto alla Procura di Milano.
La sua denuncia trova di turno proprio il P.M. Antonio Di Pietro.
A Milano si è formato, da tempo, il Pool composto da magistrati legati al Pci: Borrelli, D’Ambrosio, Davigo, Colombo, Di Pietro. Il Pci di Occhetto ha mollato la vecchia classe operaia al suo destino, ha trovato il suo nuovo “Papa esterno”, gli Usa democratici di Clinton e degli oscuri hedge Funds, che lo sosterrà, caduto l’Urss, per fargli dominare l’Italia, si è trasformato nella “gioiosa macchina da guerra”, si sente ormai la vittoria elettorale in tasca.
Le elezioni politiche si terranno ad aprile del 1992, ma intanto il Psi di Craxi sta facendo una spietata campagna elettorale usando la ormai imminente sentenza definitiva al maxi processo di Palermo ( 30 gennaio 92) come la vittoria del Psi sulla mafia , mentre Falcone fa ormai parte del Psi di Craxi dopo aver sfruttato il Pci per fare carriera in Magistratura, fino al punto da essere ormai nelle grazie persino del Presidente della Repubblica Cossiga che lo invita a collaborare con il Magistrato russo Valentin Stepankov che sta per concludere le indagini sul riciclaggio mondiale delle fortune che la mafia russa e la vecchia nomenclatura sovietica avevano sottratto al popolo russo, il cui riciclaggio ormai coinvolgeva anche il Pci/Pds.
L’occasione, per la prossimità delle elezioni politiche, è troppo ghiotta
Nasce così una trattativa e un accordo, un patto fra il Pool di Milano ed il signor Luca Magni:
Luca accetta di collaborare e il Pool lo premia derubricando il capo di imputazione da “corruzione” (quale doveva essere) a “concussione” ossia Luca Magni diventa la vittima dell’Ingegner Chiesa e non il complice, quale è stato.
Così si organizza la “sceneggiata” famosa dell’arresto di Mario Chiesa.
Così le banconote della prima tangente sono state fotocopiate in Procura, una ogni dieci è firmata dal P.M. Antonio Di Pietro e dal capitano dei carabinieri Roberto Zuliani.
E il 17 febbraio del 92 il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiede e ottiene dal Gip Italo Ghitti un ordine di cattura per l'ingegner Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro di primo piano del PSI milanese.
Con Chiesa in carcere e senza possibilità di potergli parlare, sotto la esasperata pressione mediatica di quell'arresto, Craxi volle sfrontatamente ancora prendere il giro l’opinione pubblica italiana, ormai tutta allarmata dai fatti corruttivi emersi, e, credendo di prendere in giro gli italiani, rilasciò quella famosa intervista nella quale affermò “il primo a rimanere vittima di questo mariuolo di Chiesa, sono proprio io, Craxi”.
Così che quando al Chiesa, detenuto, venne riportato quello che Craxi aveva detto di lui, il Chiesa si sentì abbandonato e tradito, e inizio la sua vendetta.
Cominciò a denunciare, a vuotare il sacco.
E andò avanti per un anno e qualche mese, ma sempre dietro denunce di Chiesa e poi con “l’abuso della carcerazione preventiva” (Chiesa ha fatto il tuo nome, io ti arresto, ti mando a San Vittore e se tu fai il nome di un altro, io libero te e metto in cella il nuovo e così via)
Serviva costruire uno scandalo, per far partire quel “colpo di Stato o l’ultima diversa azione sovversiva” creata dal potente Patto di Varsavia – che verrà sciolto solo nel 1995 - per eliminare definitivamente tutti gli avversari politici del Pci/Pds.
Ecco perché voi ancora la chiamate “Mani Pulite”, mentre quello fu solo uno “scannatoio” dove sgozzare i nemici del Pci/Pds

CRAXI E SIGONELLA, UN TABERNACOLO

 Lunedì 7 ottobre 1985 ore 14, in Italia Governo Craxi 1°, coalizione PSI, DC, PSDI, PRI, PLI, in carica dal 4 agosto 83 al 1º agosto 86, Giulio Andreotti agli Esteri, Oscar Luigi Scalfaro agli Interni, Presidente del Consiglio Bettino Craxi
A Goteborg viene intercettato un “help” lanciato dalla nave italiana Achille Lauro che sarebbe stata sequestrata in mezzo al mare, ma non si sa dove

Martedì 8 ottobre verso la sera Maxwell Rabb, ambasciatore Usa a Roma, corre da Craxi strepitando e rivela i fatti, che Craxi “ancora ignorava”, ossia che a bordo della nave da crociera italiana, Achille Lauro, con centinaia e centinaia di persone a bordo, “per un puro caso”, erano stati scoperti quattro terroristi palestinesi armati ovviamente fino ai denti. Erano diretti in Israele per compiere una rappresaglia dopo il bombardamento ordinato dal Governo israeliano di Rabin sul quartier generale dell’Olp a Tunisi.

I quattro terroristi, vistisi scoperti, sequestrarono la nave italiana, ne presero il comando in acque egiziane.

Craxi resta sorpreso e stupito, dimostra di essere “indispettito e contrariato” da questa ulteriore ’aggressione dei terroristi palestinesi ai danni di inermi e ignari italiani

Gli italiani avevano già abbondantemente sofferto e pagato un altissimo prezzo in sangue per la compiacenza, quasi una vera e propria “ silente complicità” dei governi italiani a favore dei terroristi palestinesi, autori di vere e proprie  carneficine ai danni di  persone italiane inermi e ignare”, a cominciare dal rogo dell’aereo Pan Am del 17 dicembre del 1973 a Fiumicino, passando per l’immane tragedia del 2 agosto del 1980 alla Stazione di Bologna  dove per quegli 84 cadaveri e duecento e passa feriti andava sempre più emergendo  la responsabilità della “ pista palestinese”, fino alla tragedia del 7 ottobre del 1982, con quel vile attentato alla Sinagoga di Roma che provocò la morte di un bambino, Stefano Guy Tachè.

In quel frangente di quell’8 ottobre 1985, Craxi  chiamò subito il Ministro degli Esteri Giulio Andreotti, noto politico filoarabo di lunghissimo corso e di enorme “influenza” e, insieme,  decisero di ignorare le proteste e le richieste dell’Ambasciatore Usa,  mentre Andreotti proponeva , per l’Achille Lauro, una strategia  geopolitica funzionale alla loro comune ideologia pro Palestina: contattare subito sia Yasser Arafat e  il Presidente egiziano Mubarak , chiedere ad Arafat la mediazione di Abu Abbas, ossia del capo dei terroristi del Fplp

La strategia suggerita dal competente Ministro degli Esteri, Andreotti fu subito condivisa da Craxi forse perché “incarnava” l’occasione da cogliere al volo, per il Governo Craxi 1°, per “fare emergere ed imporre” l’ideologia pro Palestina che accomunava Craxi ad Andreotti.

In quei frangenti, Craxi, che era Presidente del Consiglio, pensò, forse, che , mostrando “una forte insofferenza verso gli Usa”  e mostrandosi invece  “bonariamente  comprensivo” verso i terroristi palestinesi, avrebbe finito per attrarre, sulla sua figura politica,  per il primo messaggio,  una ondata di simpatie degli italiani - che avrebbero molto apprezzato quella davvero inusuale manifestazione di autonomia  manifestata da Craxi verso gli antiamericani- , mentre, il secondo messaggio, che suggeriva agli italiani di considerare quei  terroristi palestinesi come fossero stati, tutt'al più, dei giovani e scapestrati  boehemiens  che si immolavano per la loro patria palestinese, avrebbe promosso , negli italiani, una sorta di bonaria comprensione verso quei terroristi, messaggio subliminale che avrebbe in un certo qual senso ammorbidito e anestetizzato le ferite delle  precedenti stragi.

In poche parole, pur davanti ad un'altra proditoria aggressione dei terroristi palestinesi ai danni di inermi italiani, Craxi non scelse affatto – come invece sostengono i suoi “inconsolabili vedovi” - la via dell’orgogliosa sovranità dell’Italia, perché quella via avrebbe dovuto comportare “schiena dritta” certamente, ma sia verso gli Usa che verso il Fplp mentre, invece,  scelse una acritica e cinica genuflessione  alla politica suggerita e dunque voluta da Giulio Andreotti e da Yasser Arafat.

Per molti anni e decenni, esattamente dal 1985, l’anno della crisi di Sigonella, fino esattamente al 4 febbraio del 2018, quelle scelte politiche, in quella sera dell’8 ottobre del 1985, sono state evocate ed incensate come una prova della eccezionale capacità innovativa della politica di Bettino Craxi, che per la prima volta nella storia repubblicana, aveva osato “l’inosabile”, ossia ignorare e sfidare la “proterva arroganza” con cui gli Usa  volevano intromettersi  negli affari interni italiani.

Insomma, si è creato, sull'episodio di Sigonella, una sorta di “altarino votivo”, da esporre alla venerazione degli italiani, come esempio preclaro della lungimirante arte politica di un vero ed unico statista come Bettino Craxi.

E, sia chiaro, in parte, ma molto in parte, Sigonella ebbe, si, funzione di evento che ha mostrato come “quel Governo Craxi”, non solo Bettino Craxi, intendesse gestire la sua politica estera senza condizionamenti da parte degli Usa, ma poi lo stesso Governo Craxi 1° fece un immediato atto di riparazione, concedendo segretamente a Reagan la base di Sigonella per attaccare la Libia di Gheddafi.

Solo cinque mesi dopo la tanto osannata dimostrazione di orgoglio nazionale, infatti, nel marzo 1986 gli F111 Usa, provenienti dalla Gran Bretagna e ufficialmente diretti alle basi inglesi di Cipro, decollano dalla base siciliana per attaccare e bombardare il golfo della Sirte.

La concessione avvenne , per giunta, anche in grande  segreto: Craxi concesse  l’uso della base militare agli Usa , ma chiese discrezione perché  in pubblico, intanto, criticava aspramente l’azione militare degli Usa, come emergerà da una inchiesta della giornalista Sofia Basso, che , studiando una vasta  documentazione americana liberata dal segreto di Stato, scoprì una nota confidenziale scritta a Reagan nella primavera 1986 dall'allora segretario di Stato americano, George Shultz, uscita dagli archivi segreti del Dipartimento di Stato.

Prove che smentiscono, platealmente, l’iconografia della schiena dritta di Craxi verso gli Usa e che portano a riflettere su quelle decisioni politiche di quella sera dell’8 ottobre del 1985.

Poi il 4 febbraio del 2018, ecco “L’Espresso” pubblicare una inchiesta sui “diari segreti di Yasser Arafat”, nei quali si raccontano i diversi negoziati avvenuti fino al 2004, giorno di morte del leader palestinese.

Ebbene in quei suoi diari, Arafat scrive che il vero artefice del famoso “Lodo Moro”, la figura chiave di quell’accordo fra i servizi segreti palestinesi e italiani- che venne stipulato nel 1973 -era stato Giulio Andreotti e non Aldo Moro, anche se quell’accordo fu chiamato “Lodo Moro” dato che proprio in quei giorni del 1973 Andreotti era Presidente del Consiglio.

Inedite novità, queste, inoppugnabilmente confermate dalla deposizione, di fronte alla Commissione parlamentare “Moro 2”, di Bassam Abu Sharif, un consigliere di Yasser Arafat, dirigente dell’Olp e del Fplp.

Dunque fu Giulio Andreotti la “mente pensante” cui si deve non solo l’episodio di Sigonella, ma anche tutta la ondivaga politica estera di quel Governo Craxi 1°.

Il messaggio di Craxi e di Andreotti fu chiaro, Arafat gongolava e il Fplp ne prese atto con un certo piacere, immagino. 

Ai terroristi palestinesi Craxi consentiva di scorrazzare per l’Italia e sparare come volevano.

E infatti, due mesi dopo Sigonella, ecco la strage di dicembre 1985 a Fiumicino.

Non si può pretendere di scrivere la storia di un Paese isolando un fotogramma, ad esempio “Sigonella 1°”, dall'intero film (tutta la storia dell’Italia, dall'inizio ad oggi) e limitando il giudizio a quel solo fotogramma.

Non è storia, ma esaltazione, glorificazione, in ultima analisi, manipolazione grossolana.


CRAXI NON HA VOLUTO SALVARE L’ITALIA


Il rapporto fra Cuccia e Craxi inizia alla fine del 1989.

Mentre a livello internazionale gli Usa stanno per scaricare “dear Bettino”, Cuccia, ossia Mediobanca, vale a dire il mondo produttivo italiano, corteggia Craxi.

Si incontrano almeno tre volte e Cuccia espose a Craxi il suo “progetto”, che riassumo.
La firma del Trattato di Maastricht aumentava a dismisura, secondo Cuccia, il rischio di una colonizzazione del sistema produttivo nazionale. Era dunque impellente “una svolta politica” che seguisse l’evolversi della situazione e dei mercati ma secondo una “logica nazionale”. Diventava impellente privatizzare a prezzi ragionevoli affidando, però, a mani italiane i rami fertili delle imprese pubbliche, riducendo così la spesa pubblica e creando, con una mega fusione fra Mediobanca e altre due o tre banche di proprietà dell'Iri , una nuova banca in grado di fare da propulsore finanziario in questa nuova fase. Ovviamente   era un quadro, concluse Cuccia, che imponeva ai partiti politici, di fare un passo indietro perché bisognava riconoscere che  l’unico in grado di condurre tutta l’operazione era proprio e solo Bettino Craxi. 

Un attestato di stima davvero ragguardevole, ma sicuramente frettoloso, come Cuccia e gli italiani s'accorgeranno.

Craxi rifiutò l’offerta.

L’Italia era ancora un Paese in cui la deriva giustizialista, Mani Pulite, le stragi, le privatizzazioni scandalose erano tutte ancora di là da venire, la “ politica” ancora guidava il Paese, nessun ordine dello Stato aveva ancora neppur lontanamente surrogato la politica, cosa che avverrà alla fine del 1993, il Pci era alle prese con il crollo del Muro, erano terminati i finanziamenti del Pcus e dell’Urss, i segnali di un possibile tracollo del Pci erano visibili con la sua evidente crisi finanziaria che lo porterà a licenziare 5.000 dipendenti e a vendersi anche Botteghe Oscure, i, insomma la politica era ancora l’arte che guidava il Paese.

Si poteva be dire " se non ora, quando?", per liberarsi dalla sinistra comunista. 

Ma Craxi rifiutò l’offerta di Cuccia e subito il piano della vecchia politica iniziò a inclinarsi verso un precipizio.

Craxi aveva rifiutato l’offerta che poteva così sintetizzarsi” guida l’Italia alla salvezza per farle conservare la sua pur residua sovranità politica ed economica”.

Perché Craxi rifiuto?

Per meschino “pregiudizio”, perché Craxi aveva sempre diffidato dello “gnomo di Via Filodrammatici”, perché Craxi aveva diffidato del mondo che Cuccia incarnava, per pregiudizio ideologico.

Si dice che, rifiutando quella proposta, Craxi abbia dimostrato la sua statura di persona indipendente, di “grande statista”.

Una fandonia, una puttanata miserabile. 

Fu un gesto da nano politico e sopra tutto da politico che pensava solo ai suoi interessi e non al bene del Paese.

Certo, rifiutando, Craxi restò sé stesso, rimase nel filone del socialcomunismo, ma in realtà Craxi dimostrò la sua incapacità di correggere la sua linea politica, la sua incapacità a interpretare il presente ed il futuro dell’Italia, la sua assoluta inadeguatezza a guidare un Paese, cosa molto diversa dal guidare, come leader o capo-popolo, una modesta e minoritaria “fazione politica”.

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La storia d’Italia va riscritta totalmente.

Craxi non fu “”uno statista”, ma solo “un politico”, timoroso di mettersi in gioco, propenso sempre a non sacrificare “le sue ambizioni”, le sue “prospettazioni politiche” nemmeno per fare il bene del Paese, ma pronto sempre ad irridere (lo gnomo di Via Filodrammatici!) chi, invece, lo stava politicamente ed umanamente umiliando, proponendogli, non ostante Cuccia fosse un avversario politico di Craxi, di guidare il Paese verso la salvezza. 

Gaetano Immè, 26 febbraio 2020



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