Gaetano Immè

Gaetano Immè

giovedì 5 marzo 2020




QUELLO SCANNATOIO DI MANI PULITE.

CRONACA DI UNA TRUFFA GIUDIZIARIA, COMMESSA DAL POOL DI MILANO, PER SALVARE IL PCI 

Parte Settima e ultima  

ORA STRAPPIAMO IL SIPARIO E VEDIAMO QUELLO CHE È SUCCESSO E CHE L’OPINIONE PUBBLICA NON CONOSCE

Due anni dopo quel 1993, dopo quella “tumulazione di quell’inchiesta sul Pci”, sale, nel gennaio del ’95, al Governo dell’Italia il Governo Dini, sostenuto anche dal Pds-Pci e il Magistrato palermitano Filippo Mancuso va al Ministero di Grazie di Giustizia.
Pochi conoscono Filippo Mancuso, morto il 30 maggio del 2011, sto parlando del Ministro di Giustizia nel 1955, dello scellerato Governo Dini.  

Nel maggio  del 1995  il Ministro Mancuso  avviò una serie di ispezioni giudiziarie sul pool di “Mani Pulite”, sospettato non solo  di aver violato le procedure legali  nel corso di quelle “indagini” ( abuso della carcerazione preventiva, torture, eccetera),  non solo di avere provocato  suicidi eccellenti ( Cagliari, Gardini, Moroni, eccetera)  ma anche di avere abusato illecitamente  del proprio ruolo, come il Magistrato Gerardo D’Ambrosio, il quale, come abbiamo visto,   aveva archiviato l’ inchiesta sul  Pci, avviata dal Magistrato Tiziana Parenti,  non ostante la Guardia di Finanza avesse  accertato, come vedremo, diverse criticità  nella storia del conto Gabbietta in Svizzera e di Primo Greganti .

Ma occorre anche ricordare che fu “anche” grazie a Filippo Mancuso ed a pochi altri coraggiosi ( fra i quali mi piace citare Vittorio Sgarbi)  che si cominciò a  scoperchiare quel “ vaso di Pandora” delle  illegalità, dei veri e propri abusi, delle sopraffazioni , dei tanti misfatti di quel Pool di Mani Pulite,  che nessuno osava denunciare  per non attirarsi le ire dei Magistrati dediti, dal 1993, ad una opera di intimidazione e di continua minaccia, “ un vero e proprio scannatoio” insomma,  nei confronti del Parlamento e della nazione intera.

Fu grazie a lui, a Filippo Mancuso, che certi termini, quali “partito dei magistrati”, quali “golpe giudiziario”, che prima circolavano nei centri carbonari di pochi addetti ai lavori, divennero poi di dominio pubblico.

La spavalda, coraggiosa e ferma condotta di Filippo Mancuso, la rivelazione delle meschine manovre di corridoio, vere e proprie congiure messe in atto ,  per intimidirlo, per dissuaderlo, per ammorbidirlo, dalle maggiori  cariche istituzionali -  le quali , davanti allo stravolgimento giustizialista dello stato di diritto avevano preferito voltarsi dall’altra parte , far finta di niente, per non inimicarsi e indispettire la criminale banda dei magistrati e dei post comunisti -  mise con le spalle al muro e costrinse uno già azzoppato, minacciato ed  intimidito Polo delle Libertà  ( già “deposto” dalle false accuse del Di Pietro) a rendersi conto ed a denunciare quel “golpe giudiziario – istituzionale” ( “ uno scannatoio” lo diventerà man mano che la verità verrà a galla)  che la sinistra negava, che la sinistra censurava  e  che fu perpetrato,  da quell'indegno Parlamento e da quell'irresponsabile Quirinale ,  ad ottobre del 1995, con la “ cacciata” di Filippo Mancuso .

Ottobre 1995 quando, con una procedura inedita nella storia della Repubblica, una maggioranza politica nata nei corridoi e nei retro bottega dei postriboli politici, avanzò una mozione di sfiducia ad personam nei confronti del solo ministro della giustizia.

Il 19 ottobre 1995 la sfiducia nei confronti di Mancuso fu approvata al Senato con 173 voti favorevoli (Post comunisti, Partito Popolare, Lega Nord e Rifondazione Comunista), 3 contrari e 8 astenuti, mentre al momento del voto i l Polo delle Libertà abbandonò l’aula per contestare la legittimità della decisione).


Inoltre l’opinione pubblica conosce molto poco Lamberto Dini, il capo di quel governo.

Lamberto Dini il politico antesignano di tutti i voltagabbana dediti alla “politica da marciapiede”, non per caso sodale di Oscar Luigi Scalfaro (Dio li fa e poi li accoppia, si dice) gli “utili idioti della sinistra comunista” che si sono prestati per quel “governo del ribaltone”.

Per capire bene quale “galantuomo” fosse Lamberto Dini, rammento quello che Dini disse, da Presidente del Consiglio, a maggio del 1995, quando Filippo Mancuso aveva preannunciato quelle ispezioni al Pool di Milano. “L’esercizio dell’azione disciplinare nei confronti dei Magistrati è competenza del Ministro di Giustizia e non del Governo”. 

Che statura, che uomo, che animo nobile, che fegato!

Il fatto era ed è che Lamberto Dini fosse sposato con Donatella Pasquali Rosso, vedova del miliardario romano Renzo Zingone, da cui aveva ereditato considerevoli ed anche opache proprietà. 

Meglio lisciare il pelo al Partito dei Magistrati in vista dei i processi che stavano investendo la moglie, piuttosto che difendere un Filippo Mancuso qualsiasi. No?

Così Donatella Dini è stata poi, si, condannata, ma solo il 3 dicembre del 2007 (e chi se ne ricorderà più dopo tanti anni?) dalla X Sezione Penale del Tribunale di Roma a 2 anni e 4 mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta in relazione alla società "SIDEMA srl" e al suo un crac da 40 miliardi di lire, che era esploso nel 2002.

Ma fra complici ci vuole “omertà”. È la legge della malavita, no?

Così il Governo Prodi, il 29 luglio 2006, aveva approvato la legge 241/2006 che aveva introdotto un provvedimento di indulto per i reati commessi fino al 2 maggio dello stesso anno. 

Dicevano che serviva per svuotare le carceri, ma sopra tutto per ringraziare quel mansueto, docile e ingordo complice.

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Nel ’95 sono spariti il Psi, la Dc, era stato costretto alle dimissioni, per via giudiziaria, Berlusconi, il quadro politico era completamente diverso da quello che dominava nel 1993. Perché nel 1994, nel corso della campagna elettorale, Silvio Berlusconi aveva tambureggiato l’opinione pubblica con la assoluta necessità di una riforma della Magistratura, la quale magistratura, come risposta, aveva usato “il suo uomo da caserma”, ossia Antonio Di Pietro, per “diffamare impunemente” Berlusconi con false accuse di corruzione, innescando un’azione giudiziaria che si concluderà solo sette anni dopo, solo nel 2001, quando sarà “certificato” che quelle accuse era tutte false.

Vibrava nel paese la consapevolezza della necessità della riforma della Giustizia.
Sul comportamento giudiziario del Pool di Mani Pulite andavano diventando sempre più di dominio pubblico molte e severe critiche e gravissimi sospetti: si dibatteva ormai sui giornali e nelle televisioni il quesito se quel Pool, come ho da poco rammentato, non avesse ripetutamente violato le procedure nel corso delle indagini su Mani Pulite. Secondo una vasta fetta  del mondo giudiziario e dell’opinione pubblica italiana, quei magistrati avrebbero abusato della “custodia cautelare”, usandola  come arma di tortura fisico-psicologica,  per estorcere  confessioni ai detenuti , non avrebbero trasformato in “arresto domiciliare” la “detenzione in carcere” quando ne erano presenti le condizioni ed i requisiti e  perché un magistrato -  ormai ben noto  al pubblico -  avrebbe indotto  al “suicidio”  Gabriele Cagliari, detenuto.

Proprio per sgombrare il campo da questi sospetti che insozzavano l’immagine dell’Italia e della sua Magistratura, il Magistrato Filippo Mancuso, entrato in politica proprio nel 1995 nel “Gruppo Misto”, divenuto Ministro di Giustizia nel Governo Dini, avviò, nel maggio 1995, una serie di ispezioni giudiziarie sul pool di Mani Pulite.
Questa iniziativa e le sue contestazioni alle Procura di Palermo sulle sue indagini sulla mafia, gli procurarono le feroci critiche della maggioranza che sosteneva il governo (Pci/Pds, Partito Popolare, Lega Nord eccetera), che lo accusava di ritorsioni politiche nei confronti della magistratura.

Dunque il Ministro Mancuso avviò, nel maggio del ’95, una ispezione ministeriale su quel Pool di Milano e quando il Ministro Mancuso riferirà in Parlamento i “rilievi” da addebitare a quel Pool, ecco che venne fuori un fatto incredibile, che era stato accuratamente tenuto nascosto agli occhi dell’opinione pubblica.
Ossia che quel Pool di Mani Pulite “si era indebitamente rifiutato di ricevere un rapporto, notificatogli dalla Procura della Repubblica, redatto della Guardia di Finanza quale organo di polizia giudiziaria”.

Cosa mai era successo?


Era successo che la Guardia di Finanza, espletando controlli ed indagini sull'archiviazione dell’inchiesta sul Pci/Pds da parte del Pool, aveva scoperto una serie di incredibili errori da parte del Pool di Milano.

Il fondamentale rilievo era una vera e propria infamante accusa contro quei magistrati del Pool di Mani Pulite, segnatamente di D’Ambrosio, ma anche del Dr Ielo, della D.ssa Forleo e degli altri componenti del Pool.

Non si trattava di una semplice “incongruenza” ma di una vera e propria “omissione di dovere d’ufficio” perché, riferiva la Guardia di Finanza nel rapporto, Greganti aveva firmato l’atto di acquisto di quella casa in una agenzia del Monte dei Paschi di Siena di Roma alle ore 9,30 del mattino. 

Come avrebbe potuto ritirare dal conto Gabbietta in Svizzera quel miliardo e cinquanta milioni quella stessa mattina per poi trovarsi alle 9,30 al centro di Roma a firmare quel rogito?

 È dato che Greganti non aveva il dono dell’ubiquità e non era un falco, significava che i soldi per comprare quella casa non erano quelli che Greganti aveva prelevato dal conto svizzero Gabbietta.

E dove era finito allora quel miliardo e cinquanta milioni di lire che Greganti aveva prelevato quella mattina dal conto svizzero Gabbietta?
Evidentemente nelle casse e nelle tasche del Pci-Pds.

Ma quel documento della Guardia di Finanza viene ignorato e addirittura “rifiutato” dal Pool di Milano.

E come è possibile una simile infame sopraffazione?

E invece era possibile, possibilissima, perché eravamo nel 93,  eravamo in Italia, andavamo verso il 94 e dal 1989 era entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale, quel tanto sospirato passaggio dal grigio e tetro “rito accusatorio” all'auspicato “rito probatorio”, dalle “prove di colpevolezza dell’imputato” elaborate nel chiuso e nel segreto della stanza di un “ Giudice Istruttore”, alle “ prove di colpevolezza dell’imputato  che debbono formarsi nelle aule giudiziarie nel dibattito fra difesa ed accusa”. 

Sta di fatto che in quegli anni tutto il mondo della giustizia  era pervaso  dallo strapotere , in seno al Csm,  dalla corrente del Pci, ossia di  “ Magistratura democratica”, tutto lo scenario giudiziario italiano era monitorato e sorvegliato dall’On Luciano Violante, colui che volle carcere e disonore per Edgardo Sogno e Randolfo Pacciardi per dare sfogo al suo viscerale odio, colui che perse la testa per l’odio che nutriva verso chi , Sogno e Pacciardi, avevano solo creduto in ideali diversi dai suoi e che , nella  famosa “ cena del pesce” al Colle, da Cossiga – che immaginava di poter diventare il “ padre nobile” che metteva d’accordo finalmente la destra e la sinistra con la cena a tre , fra lui, Sogno e Violante  si rifiutò altezzosamente persino di stringere la mano, di fare pace con Sogno, ossia di dare il segno concreto della fine dell’eterna “ guerra civile italiana”

Per di più, proprio in quegli stessi anni, la sinistra comunista, a seguito della famosa “questione morale” sbandierata da Enrico Berlinguer nel 1982, aveva issato il vessillo del “giustizialismo”. Ormai, eravamo appunto nel 93/94, la società civile era stata contaminata con la “ricerca della giustizia politica” che stava sostituendo la “giustizia sociale”. Nei dibattiti mediatici che seguirono alla stagione di Mani Pulite, si dibatteva su una questione, ossia “se fosse più grave rubare per sé o rubare per un partito”. 

E pian piano prevalse, nell'opinione pubblica, la convinzione che rubare per sé fosse un crimine inaudito mentre rubare per il partito fosse comprensibile, quasi scusabile. Era la mutazione genetica dello “stato repubblicano e laico” italiano in un “regime Leviatano ed etico”, dove la presunta nobiltà del fine attenuerebbe la gravità del reato. Era uno scempio disgustoso, criminale dello “stato di diritto” e della stessa giustizia.  Era il brodo di coltura di quel “giustizialismo da caserma”, prodotto dall'avariarsi della “questione morale”, a cavallo del quale stava diventando Capo dello Stato o Primo Ministro un figuro come Antonio Di Pietro, perché la questione morale di Berlinguer si fondava su un principio staliniano, ossia che una società era giusta solo se obbediva a leggi ferree e se rispettava “la pubblica morale”. Dunque, secondo Berlinguer ed il Pci poteva governare non chi proponesse ricette per il bene di tutto il Paese, ma solo chi “ne fosse ritenuto degno “. E chi non fosse ritenuto degno, doveva essere punito e la sua punizione doveva diventare un pilastro della convivenza civile.

Così, quel nuovo codice di procedura penale che era stato progettato da menti libere e garantiste, fu poi attuato da una società politica infarcita dal tumore del giustizialismo, producendo scempi incredibili ed inammissibili ed infami soprusi nel mondo della giustizia.

Uno dei peggiori scempi di questo nuovo codice, non tanto “di procedura penale”, ma sostanzialmente “di forcaiolismo”, è stato compiuto con il disastro realizzato in ordine all'introdotto obbligo del P.M., di esercitare l’azione penale.

Perché mentre il precedente codice di procedura penale, quello del ’30, stabiliva che “il PM esercita obbligatoriamente l’azione penale a seguito di denunzia, rapporto, referto, eccetera e quando comunque gli pervenga notizia di un reato”,  formula che quanto meno dettava  delle regole precise  alle quali ogni PM doveva attenersi per esercitare o non esercitare un’ azione penale, per il nuovo codice di procedura penale  la libertà del magistrato diventa assoluta, totale, regale, imperiale, non essendo più collegata a dei paletti che ne circoscrivano i limiti ed i poteri.

Perché, per questo nuovo c.p.p. “l’azione penale comincia solo con la richiesta di rinvio a giudizio”.  Il magistrato dunque era diventato giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male”, solo lui poteva decidere se iniziare o meno l’azione penale.
A questo punto devo ripetermi per rendere bene l’idea: ossia, il caso Greganti-Pci-Pds-Stefanini era stato affidato al P.M. Paolo Ielo che, dopo una trasferta a Berlino per sentire alcuni testi sul posto, decise di richiederne la archiviazione almeno per quanto riguarda la serie di reati relativi all'illecito finanziamento del Pci/Pds e alla corruzione.
Contro le conclusioni del Dr Ielo si scagliò molta parte dell’Avvocatura, della dottrina, della società civile e dell’opinione pubblica e molti studiosi brandendo argomenti ineccepibili che avrebbero dovuto indurre il Dr Ielo a proseguire nelle indagini e nel processo Pci-Pds-Stefanini-Greganti.

Ma eravamo nel 1994, vigeva il nuovo codice di procedura penale e ogni Magistrato era stato fatto “giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male” e Ielo chiese l’archiviazione dell’inchiesta. Il gip Clementina Forleo accolse la sua richiesta.
Il caso è stato così insabbiato, inumato, tumulato dentro una bara d’acciaio.   

Ma non fu nemmeno un caso isolato, nemmeno per sogno.

Al Dr Carlo Nordio, oggi in pensione, ieri Procuratore di Venezia, cui ad un certo punto erano stati trasferiti atti provenienti dal Pool di Milano e che stava indagando sempre sul Pci-Pds e sulle tangenti, non pervenne mai – ripeto NON PERVENNE MAI – il verbale dell’interrogatorio del collettore delle tangenti del Pci in Lombardia, tale Luigi Carnevale, il quale aveva messo nero su bianco come fossero implicati nelle tangenti Stefanini, D’Alema, Occhetto e tutta la nomenclatura del Pci-Pds.

E che dire di quel miliardo di lire che Raul Gardini consegnò a Botteghe Oscure, fatto del quale esistono diverse testimonianze, miliardo che si è “volatilizzato”, che è “evaporato” dal formato cartaceo al formato fantasma dentro le stanze tristi della sede del Pci. Eppure anche Cusani, che poi fu condannato per questo a sei anni di carcere, testimoniò di avere consegnato un miliardo di lire direttamente ad Achille Occhetto.
Dimenticavo! Nell'ottobre 1995 la maggioranza che sosteneva quel Governo Dini (Pci/Pds, Partito Popolare e Lega Nord), con una procedura inedita nella storia della Repubblica, avanzò una mozione di sfiducia ad personam nei confronti del solo ministro della giustizia Filippo Mancuso.


                        FINE
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Tratto da un capitolo del libro " Così eravamo noi" scritto da Gaetano Immè e in corso di pubblicazione.



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