Gaetano Immè

Gaetano Immè

sabato 29 febbraio 2020




QUELLO SCANNATOIO DI MANI PULITE.

CRONACA DI UNA TRUFFA GIUDIZIARIA, COMMESSA DAL POOL DI MILANO, PER SALVARE IL PCI 


Parte Seconda  

DAL PASTICCIACCIO BRUTTO DEL CONTO GABBIETTA ALLA CONQUISTA DEL POTERE.




Il PCI , una vera e  propria holding del malaffare politico, dopo un primo periodo “picaresco” (databile fra il ’44 ed il ’47), durante il quale si finanziava con il bottino delle razzie della Resistenza (ossia con l’oro di Dongo, con una parte del tesoro   rubato alla Banca Jugoslava in complicità con Licio Gelli), si arricchì  non solo con il massiccio e sistematico finanziamento da parte del Pcus e del Kgb, ma anche con l’apporto delle cooperative rosse, tutte inquadrate nelle “ Lega delle Cooperative”, con una vasta rete di imprese di import-export  che agivano sotto la guida e la regia di Eugenio Reale, con le ingenti tangenti ricevute dall’Eni di Enrico Mattei ( sempre attento a finanziare il suo partito), poi ancora sostenendo, in Parlamento, alcun “ leggi speciali”, come “ la politica dell’Amministrazione straordinaria” votate dal Pci quando serviva per far ottenere generosi finanziamenti pubblici  ad imprese con le quali aveva concordato cospicue e ingenti tangenti , fino ad arrivare a forme di vera e propria sfacciata speculazione sugli “asset di proprietà dell’Italia”, come avvenne  con la  scalata alla Telecom di Stato da parte dei famosi “ capitani coraggiosi”, cari al Presidente del Consiglio D’Alema.
Inoltre il Pci fungeva anche “facilitatore” per introdurre, nel sistema Urss, beni e servizi, motivo per cui intermediava e controllava i rapporti tra grandi imprese italiane e Mosca.  E si finanziava con le tangenti che riscuoteva. Voglio ricordare che la Fiat  dovette proprio ad un accordo con il Pci la costruzione dello stabilimento automobilistico che creò nella Russia di Stalin, tanto che lo stesso Avvocato Gianni Agnelli , preoccupato dalle gesta delittuose delle B.R. durante gli anni del terrorismo, temendo per quel complesso industriale della Fiat, chiese all’ Avvocato di “Panorama”, l’ Avvocato Gatti, di fargli incontrare, nella villa di Gatti a Capri,  Valerio  Morucci, quando costui  era già un noto brigatista ed era praticamente il “plenipotenziario” delle B.R., allo scopo di raccomandare la tutela della proprietà della Fiat.
Nel 1966 fu creata la 'Koko' (Kommerzialle Koordinierung), una società tedesco orientale, una vera e propria rete internazionale che aveva tra i suoi compiti un ”‘Kombinat' di attività economica, ideologica e spionistica, compresa l’importazione nei paesi dell’Est di tecnologie vietate e che operava con la Stasi, la polizia segreta di Honecker, che per circa trent'anni agirà, pressoché indisturbata, in Europa occidentale e, con il commercio delle armi, in Medio Oriente e in altri paesi soggetti ad embargo. 
La KoKo aveva il compito, attraverso il coordinamento delle attività commerciali, di generare profitti massimi al di fuori del piano statale, assumendo così una posizione giuridica e legale speciale. Pertanto, la KoKo era strutturata in dipartimenti e settori e contava oltre 3000 dipendenti. La divisione KoKo aveva una rete di aziende e contatti con politica, affari, intelligence e commercianti, con l'aiuto del quale venivano coordinate le attività commerciali.
La caduta del Muro non fu certo un fulmine a ciel sereno, né per l’Europa, né per tutto il mondo, tanto meno per la Rdt. Gli scricchiolii del “sistema” erano già noti già molto prima della fine degli anni ’80. 
Nell'Unione Sovietica, con la “glasnost” e la “perestroika”, progrediva il lento passaggio dall'economia di stato all'economia di mercato. In quel “marasma” stavano esplodendo, nell’Urss, certi “reati penali” (specie “prostituzione”, “mafia” e ”criminalità organizzata”) che non esistevano come reati nel “diritto staliniano”, dato che quei reati venivano ritenuti solo dei “fenomeni specifici del mondo capitalistico”. Trovando la magistratura senza armi, impreparata, “la mafia”, specialmente quella russa, acquisì un potere enorme, controllava tutte le attività criminali. In questo quadro desolante, negli ultimi anni 80 e nei primissimi anni ’90, invasero la Russia e tutta l’Europa dell’Est, compresa, dunque, la Rdt, tutte le mafie più organizzate e temute del mondo: la mafia siciliana, le grandi famiglie della mafia italo-americana di New York, la giapponese Yakuza, la cinese Triade.
Le condizioni politiche, sociali, giudiziarie che ho accennato rendevano tutte le aree dell’Europa dell’Est comuniste terre da rapinare, nazioni da saccheggiare. In gioco c’erano il “tesoro” del Pcus e quello del Unione sovietica, quello ingentissimo del Kgb.
“Oro da Mosca ed anche da Berlino”, insomma, uno sterminato bottino a disposizione delle mafie di tutto il mondo.
Ebbene in quel clima di dissoluzione dello Stato sovietico, le mafie ebbero buon gioco riuscendo a sottrarre alla sola Russia un “tesoro inestimabile”, sul quale iniziò ad indagare un noto Magistrato russo, Valentin Stepankov.
Quelle indagini, nella sola Russia, ebbero un effetto bomba: in poco più di due mesi, dall'agosto al settembre del ‘91, stavano facendo venire a galla tutta una incredibile serie di vere e proprie “ depredazioni” ai danni del popolo russo, operate in complicità fra le varie mafie e il sistema dei funzionari del regime passato e stava venendo alla luce  una sistematica opera di riciclaggio di quei tesori rubati , riciclaggio compiuto al di fuori, ovviamente, della Russia, insomma quelle indagini provocarono una drammatica sequenza di “ suicidi eccellenti”.
In nemmeno due soli mesi, furono ben “1.746” questi “suicidi eccellenti” che coinvolsero insospettabili personaggi pubblici. La Procura russa, guidata da Valentin Stepankov, aveva così scoperto, un incredibile reticolo di ben 1.767 “joint venture” che collegavano indissolubilmente i “suicidi eccellenti” a tutte le forme possibili ed immaginabili di “riciclaggio” di quel favoloso bottino in ogni angolo del mondo. Ed aveva avviato, fra la fine del 1991 ed i primi mesi del 1992, una serie di inchieste per raccogliere le prove dell’utilizzo “indebito” di fondi statali a favore del Pcus negli ultimi venti anni, che coinvolsero anche il Pci ed il sistema delle cooperative rosse, nonché un arcipelago di società funzionali allo stesso Pci, capeggiate dalla "Maritalia SpA” di Ravenna.
Il Procuratore russo Stepankov dunque aveva raccolto importanti prove e documenti che dimostravano che tra il 1951 ed il 1991 dal “Fondo internazionale di Assistenza Internazionale” (ai partiti e alle organizzazioni sindacali comuniste), da Mosca, erano stati consegnati al Pci, circa 1.000 miliardi di lire, in rubli e in dollari, una “vera fortuna” che ha pesantemente condizionato la vita politica dell’Italia nel secondo dopo guerra. Stepankov aveva scoperto che quell'enorme flusso di ricchezza continuava ad uscire dalla Russia anche “dopo” che Gorbaciov aveva dato ordine di non finanziare più i “partiti politici fratelli”, nonché l’esistenza di una rete di rapporti finanziari molto stretti, che legavano la rete di società italiane - che avevano rapporti molto stretti con il Pci -  al “favoloso riciclaggio mondiale” di quella fortuna, che ora era considerata “rubata” al popolo russo. Si tratta di documenti che verranno in seguito utilizzati dal Magistrato italiano Carlo Nordio, come dichiara lo stesso Nordio nel libro “Il viaggio di Falcone a Mosca” di Bigazzi e Stepankov.
Per questo Francesco Cossiga, come hanno testimoniato Martelli, Cirino Pomicino, Andreotti ed anche Bruno Vespa, tra la metà del 1991 e i primi due mesi del 92, come Capo dello Stato, incaricò personalmente Giovanni Falcone, giudice esperto in mafia, di collaborare con Stepankov, di seguire e approfondire le indagini russe nel “versante italiano”.
La domanda che si erano posti sia Cossiga che Falcone fu una e una sola, questa: chi riciclava quella fortuna in dollari ed in rubli in giro per il mondo? 
Chi trasformava quella fortuna in lire italiane e le portava al Pci in Italia?   
La risposta che dettero fu una sola: sicuramente c’era di mezzo la mafia italiana, ma anche un consorzio di mafie, quella siciliana, quella italo-americana, quella russa, quella giapponese, quella cinese, eccetera. E il riciclaggio di questa immane refurtiva doveva avvenire in modo tale da non potere essere localizzato, individuato, scoperto, per il pericolo dei sequestri e delle incriminazioni. Dunque non esisteva, a quei tempi, migliore strumento finanziario che potesse garantire, a questo monumentale opera di riciclaggio, la più totale impunità assoluta se non gli “Hedge Fund” americani, di cui parlerò tra breve.
Su questo stavano indagando, non solo Falcone, ma anche Borsellino, perché dopo che Falcone venne trucidato a Capaci, tutte le conoscenze che Falcone aveva raccolto sul flusso del denaro sporco, sul riciclaggio di quella fortuna, passarono a Borsellino.
Ecco, forse, un “altro “motivo - oltre il “geniale” pubblico annuncio, fatto dal Dr Giammanco in televisione, con cui comunicava a Paolo Borsellino che la Procura di Palermo aveva deciso di autorizzarlo a riprendere le indagini sull'inchiesta “Mafia e Appalti” istruita dai Ros del gen. Mario Mori. Pensate! Il Dr Giammanco rendeva noto a tutti, mafia compresa ovviamente, che Borsellino poteva riprendere le indagini su Mafia e Appalti quando era stato già deciso dalla stessa Procura di chiederne l’archiviazione! -  per cui, non appena Scotti e Martelli annunciarono in televisione che Borsellino stava per assumere la direzione della “Procura Nazionale Antimafia”, dopo Falcone, fu ucciso anche Borsellino, anzi, fu mandato a crepare.
Fu dunque Cossiga che dette incarico a Giovanni Falcone di cooperare con il collega russo Stepankov, per scoprire i rapporti occulti, mafiosi, malavitosi che riguardassero direttamente o indirettamente il Pci nel criminale sistema di riciclaggio di quella refurtiva. 
Falcone accettò l’incarico con entusiasmo – racconta Martelli che allora era Ministro della Giustizia – “e credo che con quella sua accettazione” – sottolinea Martelli- “abbia firmato la propria condanna a morte”.

Fine seconda parte

Tratto da un capitolo di un libro di Gaetano Immè in corso di pubblicazione , dal titolo " Così eravamo noi".

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QUELLO SCANNATOIO DI MANI PULITE.

CRONACA DI UNA TRUFFA GIUDIZIARIA, COMMESSA DAL POOL DI MILANO, PER SALVARE IL PCI 

Parte Prima 


Mani Pulite esplode il 17 febbraio del 92, dopo soli 16 giorni dal verdetto della Cassazione sul maxi processo di Palermo, del 30 gennaio ‘92. Per istruire le “pezze d’appoggio” che un tale tsunami giudiziario presupporrebbe (documenti probatori, registrazioni, deposizioni, riscontri, eccetera) ci sarebbe voluto almeno un anno di intenso lavoro.

Invece a scoperchiare lo scandalo delle tangenti non fu né l’Ing. Mario Chiesa né il Pool di Mani Pulite, bensì un anziano cronista del “Giorno”, tale Nino Leoni, con le sue denunce sulla gestione corrotta del Pio Albergo Trivulzio, che spinsero il P.M.  di turno, il Dr. Antonio Di Pietro, a chiedere ed ottenere dal GIP Dr Italo Ghitti l’autorizzazione a “monitorare” con intercettazioni telefoniche e ambientali il Pio Albergo Trivulzio

Si era nel mese di fine settembre del 1991.
Insomma solo una registrazione telefonica, nessuna indagine giudiziaria,  a svelare tutto il colloquio fra l’Ing. Mario Chiesa, Presidente del Pio Albergo Trivulzio ed esponente di spicco del Psi milanese oltre che persona di fiducia di Bettino Craxi ed il signor Luca Magni, un politico locale della Brianza, del Msi e poi di AN, titolare di una piccola impresa di pulizie, il quale, nel corso di alcuni colloqui con il Dirigente della “Baggina”, nel mese di settembre – ottobre del 1991, concorda con l’Ing. Mario Chiesa di pagare 14 milioni di lire come tangente per assicurarsi l’appalto annuale pulizie alla Baggina di 140 milioni.
Gli accordi prevedono la consegna di 7 milioni per il 17 febbraio 1992 ed il resto dopo i primi tre pagamenti da parte della Baggina.
Luca Magni mastica amaro e nel novembre del 91 si decide: rinuncia al contratto per la sua impresa e denuncia tutto alla Procura di Milano.
La sua denuncia trova di turno proprio lo stesso P.M. Antonio Di Pietro.
A Milano si è formato, da tempo, il Pool, composto da magistrati legati al Pci: Borrelli, D’Ambrosio, Davigo, Colombo, Di Pietro.
Il Pci di Occhetto, orfano del regime sovietico e dei  suoi munifici finanziamenti illegali, con lo spauracchio dell’inchiesta del magistrato russo Valentin Stepankov, che stava per incriminare persone e società “ organiche al Pci” per il famigerato “riciclaggio dell’oro di Mosca”, ridotto allo stremo delle forze, aveva dovuto “licenziare” qualche cosa come 5.000 dei suoi dipendenti e vendere la storica sede centrale di Via delle Botteghe Oscure a Roma  per sopravvivere e, politicamente,   stava mollando al suo destino  la vecchia classe operaia e “stava trovando”  il suo nuovo “Papa esterno” negli Usa, democratici, di Clinton e degli oscuri hedge Funds, che lo sosterranno e lo foraggeranno , caduto l’Urss,  si era   trasformato nella “gioiosa macchina da guerra”, si sentiva  ormai la vittoria elettorale in tasca.
Le elezioni politiche si terranno ad aprile del 1992, ma intanto il Psi di Craxi stava facendo una spietata campagna elettorale usando la ormai imminente sentenza definitiva al maxi processo di Palermo (30 gennaio 92) come la vittoria del Psi sulla mafia, mentre Falcone, non un uomo, né un Magistrato, ma – allora – un vessillo, dopo aver sfruttato il Pci per fare carriera in Magistratura, faceva ormai parte del Psi di Craxi
L’occasione, per la prossimità delle elezioni politiche, era troppo ghiotta
Nasce così, in questo “brodo politico”, una trattativa e un accordo, un patto fra il Pool di Milano ed il signor Luca Magni: Magni accetta di “fare da esca” e il Pool lo premia derubricando il capo di imputazione da “corruzione” (quale doveva essere) a “concussione” ossia Luca Magni diventa la vittima dell’Ingegner Chiesa e non il complice, quale è stato.
E il 17 febbraio del 92 il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiede e ottiene dal Gip Italo Ghitti un ordine di cattura per l'ingegner Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro di primo piano del PSI milanese.
Così si organizza la “sceneggiata” famosa dell’arresto di Mario Chiesa, così le banconote della prima tangente sono state fotocopiate in Procura, una ogni dieci è firmata dal P.M. Antonio Di Pietro e dal capitano dei carabinieri Roberto Zuliani.

Con Chiesa in carcere e senza possibilità di potergli parlare, sotto la esasperata pressione mediatica di quell'arresto, Craxi volle ancora prendere il giro l’opinione pubblica italiana, ormai tutta allarmata dai fatti corruttivi emersi, e rilasciò quella famosa intervista nella quale affermò “il primo a rimanere vittima di questo mariuolo di Chiesa, sono proprio io, Craxi”.
Così che quando al Chiesa, detenuto, venne riportato quello che Craxi aveva detto di lui, il Chiesa si sentì abbandonato e tradito, e inizio la sua vendetta.
Cominciò a denunciare, a vuotare il sacco.
E andò avanti per un anno e qualche mese, ma sempre dietro denunce di Chiesa e poi con “l’abuso della carcerazione preventiva” (Chiesa ha fatto il tuo nome, io ti arresto, ti mando a San Vittore e se tu fai il nome di un altro, io libero te e metto in cella il nuovo e così via)
Serviva costruire uno scandalo, per far partire quel “colpo di Stato o l’ultima diversa azione sovversiva” creata dal potente Patto di Varsavia – che verrà sciolto solo nel 1995 - per eliminare definitivamente tutti gli avversari politici del Pci/Pds.
Ecco perché voi ancora la chiamate “Mani Pulite”, mentre quello fu solo uno “scannatoio” dove sgozzare i nemici del Pci/Pds
.
L’Italia era in piena campagna elettorale e quell'arresto di Mario Chiesa spalancava, al Pci/Pds, una vera e propria autostrada, sgombra da ostacoli, con la quale giungere alla agognata vittoria elettorale.

Il Pci/Pds non aspettava altro, visto che da pochi giorni, dal 30 gennaio ’92 appunto, aveva subito un pesantissimo k.o. politico dal Psi di Craxi e Martelli, il quale, con la complicità di Giovanni Falcone e della vecchia mafia di Buscetta, stava raccogliendo messe di consensi elettorali sbandierando la sentenza della Cassazione sul maxi processo di Palermo come fosse “la vittoria del Psi sulla mafia”.

Per cogliere al balzo l’opportunità di sbaragliare gli avversari politici con le accuse di tangenti, il Pci/Pds avrebbe dovuto però mettere a tacere tutti coloro che conoscevano tutte le sue collusioni con il mondo mafioso non solo siciliano, ma anche russo e americano. La “nuova mafia” corleonese non aveva alcun interesse a screditare il Pci/Pds, anzi aveva ottimi motivi per sostenerlo, dato che stava “intermediando” con il Pci stesso nel favoloso riciclaggio dell’oro di Mosca.

Alla resa dei conti, il Pci poteva essere ricattato solo da tre uomini, ossia da Lodovico Corrao, Vito Guarrasi e Salvo Lima.

Lodovico Corrao era un senatore del Pci e dunque era un “militante” pronto a sacrificarsi per il Pci. Ne aveva data già ampia prova quando si immolò per corrompere sfacciatamente l’On Santalco, nel 1960, con 100 milioni di lire affinché sostenesse ancora il Governo Milazzo (destra e sinistra al Governo, appunto).

Vito Guarrasi, avvocato e persona controversa e sfuggente, a soli ventisette anni - durante la Seconda Guerra Mondiale – divenne il referente di Eisenhower in Algeria, per poi essere tra i protagonisti nell'armistizio di Cassibile, poi uomo cardine per Enrico Mattei. "Don Vito" era anche cugino di Enrico Cuccia e cervello economico del governo di Silvio Milazzo, anticipatore del Centrosinistra, nonché mente giuridica dei discussi cugini Salvo, gli esattori democristiani che foraggiano a lungo tutta la classe politica siciliana, senza eccezioni, era comunque un militante comunista fedele, tanto che divenne anche, nel 1998, testimone al processo per mafia a carico di Andreotti, sul cui silenzio totale ci si poteva fare sicuro affidamento.

Invece, chi rappresentava un fortissimo pericolo per il Pci, come aveva segnalato anche lo stesso Vito Guarrasi, era Salvo Lima, che aveva foraggiato tutta la politica siciliana, da destra a sinistra e che dunque sapeva troppe cose.

Manine amiche “mafiose” tolsero di mezzo Salvo Lima il 12 marzo del 92
Questa successione temporale degli eventi ricordati dimostra, in modo logico e inconfutabile, che Mani Pulite non fu una azione giudiziaria contro la corruzione, ma una delle tante “diverse azioni sovversive” che il Patto di Varsavia, complice il Pci/Pds italiano, voleva sferrare contro la democrazia italiana, per eliminare ogni avversario politico del Pci/Pds in vista delle imminenti elezioni politiche.

Questa mia ricostruzione storica, vi guiderà, passo passo, lungo il tragitto di questa “diversa azione sovversiva”(che voi ancora chiamate “ Mani Pulite” e che sempre e solo voi ancora credete essere stata “ una inchiesta giudiziaria”) elaborata e sferrata dal Patto di Varsavia  e eseguita freddamente da Gerardo D’Ambrosio con la complicità di tutto quel Pool di Milano contro l’Italia, per rivelare, all'opinione pubblica italiana, con quali “ azioni criminali, sferrate in totale  complicità fra Pool di Milano e Pci/Pds”  il Pci/Pds sia rimasto l’unico partito politico italiano “impunibile e intoccabile” che ha trasformato l’Italia in un Paese dominato dai post comunisti.

Fine della prima puntata

Tratto dal libro in corso di pubblicazione " Così eravamo noi" di Gaetano Immè